Milano 27 Maggio 2024
«La donna ci condusse ai margini della città, in un luogo dal quale la vista, molto estesa e bellissima, abbracciava il Potala. Per tutta la strada avevo sperato di trovare a Lhasa un alloggio da dove potessi guardarlo a volontà. L’abitazione nella quale ci venne affittata una minuscola cella era una stamberga per metà crollata, adattissima ad allontanare ogni sospetto che avrebbe potuto incrinare il nostro incognito. A nessuno poteva venire l’idea di andare a cercare lì una viaggiatrice straniera, e gli straccioni del luogo ignorarono sempre chi fossi».

Esattamente cento anni fa, 1924. Con queste parole Alexandra David-Neel (1868-1969) racconta il suo arrivo nella capitale del Tibet, prima donna straniera a mettere piede, contro ogni legge dell’epoca, a Lhasa, dove sarebbe rimasta due mesi. Si realizzava così, dopo otto mesi di viaggio a piedi nelle zone più impervie del Paese delle Nevi e dopo numerosi tentativi falliti, il sogno di una vita straordinaria. Una vita che, dopo quest’avventura che l’avrebbe resa celebre a livello mondiale, sarebbe durata ancora molto a lungo.
Quando giunse a Lhasa, accompagnata solo da Aphur Yongden, il figlio adottivo e monaco tibetano che aveva incontrato appena quattordicenne dieci anni prima, Louise Eugenie Alexandrine Marie David era prossima a compiere 56 anni. Tutti, fin dalla più tenera età, vissuti con una intensità straordinaria.
Nata nei dintorni di Parigi (a Saint-Mandé) da genitori per l’epoca relativamente anziani, si era trasferita con la famiglia a Bruxelles a sette anni. Una sistemazione, quella belga, che aveva tutte le premesse per l’avvio di una vita borghese e tradizionale: prima gli studi presso un severo pensionato calvinista e poi nel convento di Bois Fleuri; quindi l’ingresso in società e la presentazione a Corte al compimento dei 18 anni.

E di contorno un discreto numero di ammiratori affascinati dalla sua grazia, da un naturale fascino, dalla spontanea vivacità.
Ma non è questo il mondo che Alexandra vuole. Filosofia e musica sono i suoi rifugi. Annota i pensieri della saggezza antica e vi affianca lo studio rigoroso del piano e del canto.
La sorte è dalla sua parte. Un amico del padre, Elisée Reclus, 55 anni, geografo e scrittore, si affeziona a questa diciottenne irrequieta e le apre le porte della sua biblioteca, dove molte sono le opere di geografia e di etnografia. L’Asia la incuriosisce. Reclus la stimola a prendere il volo. Prima a Londra, dove incrocia i suoi interessi con quelli di una setta orientale e impara l’inglese. Poi a Parigi, in contatto con la Società Teosofica. Studia con passione il sanscrito, mentre l’atmosfera del tempo impregnata di esoterismo e occultismo la portano a confrontarsi coi temi del senso dell’esistenza, della ricerca di un’identità autentica.
Nella capitale francese, al numero 6 di Place d’Iéna, c’è il Musée Guimet. Émile Étienne Guimet, industriale francese amante dei viaggi, era stato incaricato dal Governo francese nel 1876 di studiare a fondo le religioni dell’Estremo Oriente. Ne era nata una raccolta imponente di materiale storico e archeologico che dalla originaria sede di Lione, creata nel 1879, era poi approdata a Parigi nel 1885, dando vita a quello che era divenuto, ed è ancora oggi, uno dei più importanti musei al mondo di arte asiatica fuori dall’Asia.
La giovane Alexandra, davanti ai Buddha esposti al Musée Guimet è come fulminata. Parte. Subito. Da sola. Il Novecento non ha ancora visto la luce. Nel suo bagaglio ci sono un inglese discreto, un eccellente sanscrito e il talento per il canto. Sembra un bagaglio incongruo. Non sarà così.

Il primo incontro con l’Oriente è a Ceylon (oggi Sri Lanka). Ma l’incontro vero con il buddhismo, oltre ogni lettura e ogni studio, avviene in una notte di luna piena sulla vetta dello Sri Pada, il monte sacro a buddhisti, induisti, musulmani e cristiani che gli inglesi chiamano Adam’s Peak. Poi è la volta dell’India. Per Nepal, Tibet e Cina c’è ancora tempo.
Alexandra torna in Europa e scrive sotto pseudonimo i primi testi di buddhismo. Ma per vivere occorre lavorare. La sua risorsa è il canto, che continua a studiare intensamente nei conservatori di Parigi e Bruxelles. Jules Massenet apprezza la sua voce di soprano e la incoraggia. Alexandra intuisce che canto e Asia sono amori che possono trovare punti di incontro. Nel 1895 ottiene un importante ingaggio all’Opera di Hanoi. Un successo, nel giro di breve tempo i francesi di Indocina la adorano.
A Parigi, dove ritorna, avere successo è più difficile, ma qui c’è tempo per vivere un amore “libero e intenso” con il musicista Jean Haustont, interessato all’Oriente quanto lei. L’amore vero si presenterà però di lì a poco a Tunisi, dove Alexandra canta ed è direttrice artistica dell’Opera locale. Lui si chiama Philippe Neel de Saint-Sauveur, ingegnere capo delle ferrovie: bello, affascinante, occhi azzurri, grandi baffi, tombeur de femme, di sette anni più grande di lei. Si sposano il 4 aprile 1904 al Consolato di Francia a Tunisi.

L’attività di Alexandra è frenetica. Le opere e gli studi sul buddhismo si moltiplicano. Poi, nel 1911, inizia l’epoca dei grandi viaggi. Il 9 agosto 1911 si imbarca sul piroscafo Città di Napoli diretta nuovamente a Ceylon per poi passare in India. Philippe non immagina che rivedrà la moglie solo quattordici anni dopo, nel gennaio 1925, e che quella donna, divenuta monaca buddhista rispettata in tutto l’Oriente, tornerà per conquistare il pubblico europeo e americano dopo avere conquistato Lhasa.

In questi mesi, per celebrare Alexandra e i cento anni da quella impresa la sua splendida casa-museo a Digne-les-Bains, piccolo centro termale dell’Alta Provenza, ospita mostre e iniziative in suo onore. Dopo il 1924 e fino al 1969, anno della sua morte a 101 anni, si ricordano in queste sale altri decenni di viaggi, di studi e di opere che questa indomabile donna e raffinata orientalista ha lasciato in eredità. Un’eredità di cultura e spiritualità unica, affascinante e travolgente come la sua autrice.
L’8 settembre 1969 le ceneri di Louise Eugenie Alexandrine Marie David-Neel sono state disperse, come lei stessa desiderava, a Varanasi/Benares, nelle acque del Gange.
Immagine di apertura: il Palazzo del Potala a Lhasa in Tibet, residenza storica del Dhalai Lama, oggi trasformato in museo. Nel 1959, in seguito all’invasione cinese, il 14esimo Dhalai Lama fuggì in India (foto di Jerry)




