Milano 26 Luglio 2021

Nel 1971 i New Trolls pubblicarono un album intitolato Concerto Grosso, che inizia con un tema di Antonio Vivaldi, il musicista veneziano morto a Vienna nel 1741.

Il motivo, il Concerto in re minore per due violini, violoncello, archi e continuo (opera 3), si snoda attraverso la vocalità del flauto solista rock Vittorio De Scalzi mentre gli strumenti elettrici, il sintetizzatore (ideato da Robert Moog), e la batteria trasfigurano la partitura barocca. Segue un adagio con i versi dell’Amleto di Shakespeare. La partitura nasceva da un’idea del compositore Luis Enríquez Bacalov, famoso per le sue colonne sonore cinematografiche. Fu un grande successo, soprattutto fra i giovani che non conoscevano il musicista. Ma chi era questo talentuoso compositore? Antonio Vivaldi nacque a Venezia nel 1678 in una famiglia numerosa e imparò a suonare presto il violino (il padre affiancava l’attività di violinista a quella di barbiere).

I New Trolls in un’immagine degli anni Settanta

Destinato alla carriera ecclesiastica, fu ordinato sacerdote nel 1703, continuando a vivere con la famiglia e a lavorare con il padre tanto che la sua abilità con il violino lo fece impiegare già nel 1698 durante le funzioni natalizie presso la cappella della basilica di San Marco, apparendo per la prima volta in pubblico. Musicista dotato di straordinaria potenza creativa, Vivaldi soprannominato il Prete Rosso per il colore della sua capigliatura, pur nascosta dalla parrucca di moda a quel tempo, oltre che un grandissimo violinista, fu compositore, direttore d’orchestra, insegnante e impresario teatrale. Al 1705 risale la prima pubblicazione a stampa delle sue composizioni: si tratta delle Suonate da camera a tre. Nel 1713 fu rappresentato il melodramma Ottone in villa, primo di una lunga serie grazie alla quale Vivaldi riuscì a conquistare i favori del pubblico. Antonio Vivaldi era un prete, ma la carriera ecclesiastica venne congelata per “motivi di salute” (pare soffrisse di una grave forma d’asma), ottenendo dalla Chiesa l’esenzione dall’esercizio delle funzioni religiose.

Anonimo, ritratto di Antonio Vivaldi (?), 1723 circa, olio su tela, Museo Internazionale e Biblioteca della musica, Bologna

Così il musicista poté muoversi fuori da Venezia andando a dirigere le sue opere in Italia e in Europa (ma le informazioni arrivate fino a noi non sono tutte attendibili). Nel 1721 fu accolto trionfalmente alla corte di Papa Benedetto XIII con una serie di concerti memorabili. Stesso esito nelle corti reali europee. Ma a partire dagli anni Trenta del Settecento, pur avendo a sua disposizioni librettisti del calibro di Carlo Goldoni e Pietro Metastasio, la sua fama declinò soprattutto in campo operistico a causa delle nuove mode che prediligevano la musica napoletana.
Ma l’anno terribile per il prete rosso fu il 1737. Già in difficoltà economiche, cercava di ripianare i debiti organizzando una rappresentazione teatrale a Ferrara. Si mise di traverso il cardinale Tommaso Ruffo che gli impedì l’ingresso in città come fosse un volgare delinquente (non ammetteva che un prete avesse a che fare con il mondo dello spettacolo). Per Vivaldi fu un disastro economico. Pressato dai creditori, decise di chiedere asilo all’Imperatore d’Austria Carlo VI, sperando di trovare una collocazione come musico di Corte o di far rappresentare le sue opere nei teatri viennesi. Per somma sfortuna l’Imperatore morì prima di riceverlo a Corte. Inoltre, per un anno, le autorità in segno di lutto proibirono le rappresentazioni teatrali in tutto il Paese. Fu la miseria nera e la fame: una vita di stenti che si concluse con la morte per infezione il 28 luglio 1741. Il suo fu un funerale dei poveri, con una semplice “campanella” e la sepoltura in fossa comune. Stesso destino toccò anni dopo ad un altro grande, Wolfgang Amedeus Mozart.

“Le putte musicanti”, opera in bronzo di Gianni Aricò, situata all’ingresso del porto di Venezia. Inaugurata nel 2006, è la copia di quella in marmo realizzata dallo scultore per la Roosenvelt Platz di Vienna

I parenti veneziani di Vivaldi che possedevano i suoi manoscritti si trovarono pressati dalla esecuzione giudiziarie dei creditori. Così il fratello Francesco, fabbricante di parrucche, cedette tutte le composizioni musicali per pochi quattrini al collezionista veneziano Jacopo Soranzo. Stando alle fonti dell’epoca, già nel 1745 tutti e ventisette i codici del compositore facevano parte della sua immensa raccolta libraria. Raccolta che, dopo la morte del collezionista nel 1761, venne ceduta dagli eredi all’abate Matteo Luigi Canonici. Questa storia è raccontata in maniera romanzata da Federico Maria Sardelli nel volume edito da Sellerio nel 2015, L’affare Vivaldi.
Attorno al 1780 la collezione vivaldiana passò nelle mani del conte Giacomo Durazzo, esponente del patriziato genovese, ambasciatore a Vienna. In seguito, rimase celata nella biblioteca dei Durazzo a Genova fino al 1893 quando divenne oggetto di contesa tra i due eredi Marcello e Flavio Ignazio, che pensarono bene di spartirsela salomonicamente in parti uguali. Motivo per cui, da questo momento in poi, i manoscritti seguirono destini nettamente distinti.

Alberto Gentili (1873-1954), musicologo, fu docente di Storia della musica all’università di Torino dal 1925 al 1938, quando su sollevato dall’incarico perché di religione ebraica. A lui si deve la ricomposizione dei manoscritti di Antonio Vivaldi

Marcello, trasferitosi vicino a Casale Monferrato nel 1922, donò la biblioteca al vicino Collegio Salesiano di Borgo San Martino, dove rimase, dimenticata in alcune casse in soffitta, fino al 1926, quando il Rettore, intenzionato a liberare il locale per procedere con i lavori di restauro, decise di farla stimare. Chiamato a valutare i manoscritti, l’allora direttore della Biblioteca Nazionale di Torino Alberto Gentili si rese subito conto del loro valore, e decise di cercare qualcuno che li acquistasse. La soluzione finì per essere trovata: Gentili riuscì a persuadere un ricco agente di cambio, Roberto Foà, ad acquisire la raccolta e farne dono alla biblioteca torinese. Ma, esaminando i manoscritti, Gentili scoprì che questi facevano parte di una raccolta più importante. Grazie all’aiuto di esperti di genealogia, nel 1930 venne identificato il proprietario degli altri volumi della collezione iniziale. Poiché anche in questo caso la Biblioteca di Torino non disponeva dei fondi per l’acquisto, Alberto Gentili trovò un altro mecenate, l’industriale Filippo Giordano, che accettò di comprare la raccolta e di farne dono alla Biblioteca di Torino. I due fondi così riuniti rimasero comunque distinti, sotto il nome rispettivamente di Raccolta Foà e Raccolta Giordano: 27 volumi di manoscritti vivaldiani (quasi tutti autografi) che comprendono 80 cantate, 42 opere sacre, 20 opere, 307 brani strumentali e l’oratorio Juditha Triumphans.

Il manoscritto di Vivaldi della sinfonia “Tempesta di mare”, dal terzo Atto dell’opera La Fida Ninfa (Fonte: archivio Istituto italiano Antonio Vivaldi)

Nel dopoguerra grazie al Direttore del Conservatorio di Venezia Gian Francesco Malipiero e di altri studiosi come Angelo Ephrikian, Antonio Fanna e Alfredo Gallinari, iniziò la catalogazione certosina delle opere vivaldiane a cura della Casa Ricordi. L’autore delle Quattro Stagioni (la sua opera più nota), viene considerato oggi un compositore prolifico e versatile che passava dalla musica sacra all’opera lirica, alla musica strumentale e che trasformò il concerto grosso di impianto barocco in concerto per orchestra. Secondo un’opinione sostenuta da vari musicologi italiani, francesi e tedeschi, va collocato tra i pionieri della sinfonia.

Immagine di apertura: l’opera in marmo di Carrara, omaggio ad Antonio Vivaldi, Le putte musicanti, dell’architetto e scultore veneziano Gianni Aricò, inaugurata a Vienna in Roosenvelt Platz nel 2001

Filippo Senatore
Nato a Cosenza nel 1957, milanese di adozione, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, da diversi anni archivista e bibliotecario al “Corriere della Sera". In precedenza ha lavorato all’ufficio legale delle case editrici Fabbri, Bompiani e Sonzogno. Direttore artistico del caffé Letterario "Portnoy" di Milano dal 1991 al 1995, ha pubblicato le raccolte di poesia "Noi e i ragazzi del Portnoy" (Eliodor 2007) e "Pandosia" (Manni 2009), in prosa "Cantiere Expo"( 2015) e "La leggenda del santo correttore" (2019) entrambi per Bibliotheca Albatros. Melomane e amante della musica classica grazie al nonno materno, pianista dilettante, ama l’arte e viaggiare.

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