Milano 23 Gennaio 2021
Il 5 gennaio del 1920 nasceva a Brescia Arturo Benedetti Michelangeli, uno dei più grandi pianisti del Novecento. La sua famiglia era di origine umbra e l’artista fu sempre legato alle figure di Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi. Il piccolo Arturo incoraggiato da mamma e papà, entrambi appassionati cultori di musica, si accostò precocemente al violino e al pianoforte che cominciò a suonare a tre anni. Proseguì gli studi presso l’Istituto musicale Antonio Venturi della città natale, sotto la guida di Paolo Chimeri (1852-1934); contemporaneamente intraprese lo studio del violino con Maria Trentini Francesconi, strumento che abbandonò poco tempo dopo. Approdato al Conservatorio di Milano a soli undici anni, allievo di Giovanni Anfossi, si diplomò con lui giovanissimo, a quattordici anni.

Avviato a una brillante carriera, nel 1939 vinse il concorso internazionale di esecuzione musicale di Ginevra, che vedeva in giuria personaggi come Alfred Cortot e di cui era Presidente Onorario Ignacy Jan Paderewski. Cortot affermò che era nato un nuovo “Liszt”, un autorevolissimo viatico che spalancò a Benedetti Michelangeli la carriera internazionale, ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale frenò le sue aspettative di arrivare presto al successo. La vittoria nel concorso gli fruttò comunque la cattedra di pianoforte al liceo musicale di Bologna, e il servizio militare gli fu reso il più blando possibile – si mormorò – per un sotterraneo intervento della Real Casa. Durante la guerra poté suonare in Italia (spesso alla Scala) e all’estero (Berlino, Ginevra, Zurigo, Barcellona). Nel 1943 sposò una coetanea, allieva di suo padre, anche lei pianista, Giuliana Guidetti (da cui si separò nel 1970). Interrotta l’attività concertistica fra il 1944 e il 1945, e scampato ai rastrellamenti tedeschi nascondendosi in casa di amici, riprese a suonare in pubblico il 24 giugno del 1945 a Torino, poi il 26 giugno con l’orchestra della Scala. Nel 1946 esordì a Londra, nel 1947 prese parte a una tournée dell’orchestra della RAI di Torino in Inghilterra, nel 1948 si esibì negli Stati Uniti e in Canada, nel 1949 in Argentina. Nel 1954 Benedetti Michelangeli manifestò i sintomi della tisi: per prevenire lo sviluppo della malattia fu costretto a un periodo di assoluto riposo e, dunque, ad una nuova interruzione dell’attività.

Ristabilitosi, negli anni Sessanta con due amici, Giuseppe Boccanegra e Nicola Filiberto di Matteo, partecipò all’avventura che portò alla nascita della casa discografica BDM, impegnandosi a consegnare dieci nastri da lui registrati. Ne consegnò uno solo e l’azienda entrò in crisi, tanto che nel 1968 fu messa in liquidazione. Il curatore fallimentare, ritenendo che la causa del dissesto fosse stata la mancata consegna dei nastri, ottenne il sequestro cautelativo dei beni del pianista. L’ufficiale giudiziario si presentò il 13 giugno 1968 nel teatro Novelli di Rimini, dove l’artista stava tenendo un concerto, per notificargli il sequestro dell’onorario e delle due baite che possedeva a Rabbi, in provincia di Trento, con i relativi arredi, fra cui due pianoforti a coda. Benedetti Michelangeli si sentì oltraggiato e dichiarò che non avrebbe più suonato in Italia. L’iter giudiziario si trascinò per 12 anni e si concluse con un concordato senza che l’artista dovesse sborsare alcuna somma. Ciononostante lui decise l’esilio, giurando che non si sarebbe mai più esibito nel nostro Paese. Da allora, fece ben poche eccezioni; tra queste un concerto benefico per onorare la memoria del concittadino papa Paolo VI a Brescia e alla Sala Nervi in Vaticano. All’inizio degli anni Settanta Benedetti Michelangeli si rifugiò in Svizzera; scelse Riva San Vitale nel Canton Ticino (neanche l’intervento di Sandro Pertini lo convinse a tornare a vivere in Italia).

Durante i mesi estivi il maestro impartiva lezioni di perfezionamento gratuite a molti giovani di allora, ad esempio, Maurizio Pollini e Martha Argerich. Lui si giustificava affermando che le lezioni di musica devono essere un dono per moltiplicare i talenti. Parlava poco e sembrava avesse un carattere altero, ma era per nascondere la sua timidezza. Scrive il critico musicale Paolo Isotta: «Egli rifuggiva dalle plateali esibizioni emotive, dagli eccessi espressivi; ricercava fra ragione e poesia gli elementi che lo hanno reso diverso da qualunque altro». Probabilmente la sua apparente freddezza era un modo di donare l’arte musicale con un rigore filologico di perfezione. Il suo repertorio prediligeva Beethoven, Mozart, Bach, Chopin, Debussy e Ravel, ma non disdegnava autori raramente eseguiti come Baldassare Galuppi. Non sempre andava d’accordo con i direttori d’orchestra e fra questi le sue predilezioni erano poche: Carlo Maria Giulini e Sergiu Celibidache.

Era il terrore degli accordatori di pianoforte; riusciva a capire piccole imperfezioni e scordature impercettibili. Il suo amico Angelo Fabbrini ne sapeva qualcosa. Quando diceva al maestro dopo ore estenuanti di prove che tutti i suoi tentativi di rendere perfetto lo strumento erano esauriti, lui trovava la soluzione lasciando l’accordatore sbalordito. Nel 1988 a Bordeaux, durante un recital per beneficenza, ebbe un attacco di cuore e subì un complesso intervento all’aorta. Ricominciò a suonare nel 1989 e si esibì in Giappone nel 1992. Ma i suoi concerti erano ormai pochissimi. L’ultimo si tenne ad Amburgo nel 1993, con un programma interamente dedicato a Debussy.
Benedetti Michelangeli è morto a Lugano d’infarto nel 1995, a 75 anni.
Immagine di apertura: Arturo Benedetti Michelangeli a casa sua negli anni Sessanta (Foto Farabola CDABM)




