Milano 28 Novembre 2022

Divenne Imperatrice dei francesi grazie al matrimonio con Napoleone III, nipote del grande Bonaparte, ebbe una vita lunghissima (1826-1920) ed era spagnola. Maria Eugenia de Montijo, che alla caduta dell’Impero dovette fuggire nascosta dentro una carrozza per evitare il linciaggio, nacque a Granada mentre era in corso un terremoto da Cipriano di Portocarrero, conte di Montijo, un Grande di Spagna, e da Maria Manuela Kirkpatrick. La madre era una donna colta e brillante, e quando si trasferì con il marito a Madrid nel 1834, creò un salotto frequentato da Stendhal e Prosper Mérimée, che in seguito seguì da vicino la figlia quando diventò Regina. Una sorta di consigliere spirituale.

Franz Xaver Winterhalter, “Eugenia de Montijo”, 1857, olio su tela, Washington, Hillwood Museum

Nel 1837 Eugenia, insieme alla sorella Paca, fu mandata in collegio a Parigi. Tornate a Madrid, le due ragazze entrarono in società mietendo successi. Paca, di un anno più grande di Eugenia, sposò il duca d’Alba, il miglior partito d’Europa e la madre e la secondogenita andarono a vivere insieme alla coppia a Madrid nel fastoso palazzo di Liria, ricco di collezioni di quadri (lo è tuttora e appartiene ancora ai duchi d’Alba). Qui la futura Imperatrice studiò con passione Letteratura e Storia e cominciò a seguire l’ascesa del futuro Napoleone III; ne era affascinata. Quando lui diventò Presidente, madre e figlia partirono per Parigi dove furono accolte dal fior fiore della società letteraria: Balzac, Victor Hugo, Lamartine, George Sand. Capelli biondo-rossi, slanciata, con grandi occhi di un azzurro vellutato, decisamente bella, Eugenia colpì Napoleone al loro primo incontro. Da quel momento la senorita fu sempre nella lista degli invitati, anche quando lui diventò Imperatore nel 1852. Diciotto anni di differenza di età e la colpa di essere nobile, ma non di sangue reale: i  collaboratori disapprovano la candidatura della spagnola, ma Napoleone era innamorato. Il 30 gennaio del 1853 in una Notre-Dame illuminata da quindicimila candele, ma senza la consacrazione di Pio IX che non si mosse da Roma, venne celebrato il matrimonio. Per Eugenia fu amore o ambizione?

Una bella immagine di Napoleone III con il figlio Luigi Eugenio nel 1863

Lui non era bello, anche se fascinoso, ma diventare Regina di una Francia che si stava riconquistando in Europa il ruolo di grande potenza, solleticava il suo desiderio di potere. Lo amò forse sinceramente, anche se Napoleone le fu infedele. Entrambi amarono appassionatamente il loro unico figlio, Luigi Eugenio, soprannominato Loulou, nato nel 1856. Fervente cattolica fino al fanatismo, conservatrice, di carattere irruento e collerico, l’Imperatrice, dotata di una forte personalità più che di una vasta cultura, seppe imprimere un suo passo al Secondo Impero, perfino nella moda. Eugenia ammirava infinitamente Maria Antonietta, aveva raccolto gli oggetti che le erano appartenuti (teneva come una reliquia il Livre d’Heures, il libro di preghiere donato alla figlia dall’Imperatrice Maria Teresa) e le piaceva l’idea di imitare le gonne gonfie, i celebri panier, della Regina dall’infelice destino. La crinolina, di crine di cavallo intessuto con lino o seta capace di sostenere numerose sottogonne, era in voga dal 1840, ma l’Imperatrice la volle più grande e il geniale Charles Worth, sarto inglese “lanciato” dalla principessa di Metternich, la trasformò in una vera e propria gabbia composta di cerchi di osso di balena e vimini, capace di sostenere quelle gonne amplissime che fecero per parecchi anni la gioia delle seterie di Lione (si arriverà al punto che per confezionarne una saranno necessari trenta metri di stoffa). Su questi abiti mongolfiera c’era poi una profusione di scialli, fiocchi, drappeggi, volant (l’Imperatrice arrivò ad averne centocinquanta su un vestito solo).

Costantino Nigra (1828-1907), in tenuta di gala, quando era Ambasciatore a San Pietroburgo, 1880 ca. Ci furono molti pettegolezzi su una presunta relazione con Eugenia

Donna frivola, dedita al lusso e alle feste (ma da bigotta non dimenticava le opere di carità e le funzioni religiose), soprattutto nei primi anni, ma poi sempre più interessata alla politica: appoggiava l’assolutismo di Napoleone (anzi, lo voleva ancora più ferreo), temeva il risorgere del parlamentarismo e era contraria alla guerra in Italia, strenua paladina del potere temporale del papa. Per lei Cavour e tutti i suoi “uomini” erano dei pericolosi anticlericali. Compreso il bellissimo Costantino Nigra, segretario del Conte e suo emissario segreto alla Corte di Francia. Ma ad Unità d’Italia dichiarata, l’atteggiamento di Eugenia nei confronti del diplomatico tornato a Parigi in veste di Ambasciatore, cambiò; nel giro di pochi mesi nella capitale non si parlava d’altro che della presunta liason fra i due. Indubbiamente Costantino nutriva per Eugenia una grande ammirazione/attrazione e c’era da parte di lei l’intenzione di ammorbidire l’ostilità del bel diplomatico italiano nei confronti del Papa.

Franz Xaver Winterhalter, “L’Imperatrice Eugenia con il Principe Luigi Eugenio”, 1857

Indubbiamente si frequentarono e si piacquero, come dimostrano i regali che l’Imperatrice fece all’Ambasciatore: uno scrittoio appartenuto a Napoleone I, andato perduto, un suo ritratto a olio, stranamente “privato” in cui appare con i capelli sciolti e una semplice blusa bianca, e un modello in marmo della sua mano sinistra con al polso un bracciale con incisa la scritta fides, oggi al Museo del Risorgimento di Torino. Lui la contraccambiò con un prezioso monile. Che cosa provano questi cimeli? Niente, ma, pur nella loro convenzionalità, rivelano un rapporto che andò un po’ al di là della diplomazia di Corte. Quanto? Chissà, non ci sono prove. Se ci fu, si trattò di una relazione gestita con abilità, visto che fra Nigra e l’Imperatore non ci furono mai ombre o screzi. Napoleone III disponeva di una polizia segreta così efficiente da rendere (quasi) impossibile una tresca segreta. A favore della storia di amore c’è, però, una testimonianza di molti anni dopo: nel 1906 Costantino e Eugenia, ormai anziani, si ritrovarono a Venezia a casa della Contessa Morosini e l’incontro finì in un litigio in cui sfuggirono di bocca a entrambi frasi compromettenti (l’episodio è riferito da Salvator Gotta, autore di Ottocento, al quale sarebbe stato raccontato da persone presenti). Se non fu amore, fu senz’altro un legame che lasciò una traccia. E, poi, fu Costantino ad aiutare Eugenia a fuggire da Parigi nella giornata incandescente della sconfitta di Napoleone III a Sedàn, quando crollò il Secondo Impero e a Parigi la folla gridava: «Abbasso la spagnola». Nascosta in una carrozza riuscì a rifugiarsi a casa del suo dentista americano e da lì ad imbarcarsi per l’Inghilterra dove si stabilì a Camden Place, a Chislehurst, pochi chilometri da Londra. L’esilio non fu felice per l’ex Imperatrice, costellato di lutti: il marito morì nel 1873 in seguito ad un intervento alla vescica non più rimandabile perché un grosso calcolo rendeva a Napoleone la vita impossibile, tra atroci dolori che ormai solo il laudano riusciva ad attutire.

Franz Xaver Winterhalter,”Eugenia de Montijo con le dame di corte”, 1855, olio su tela, Compiegne, Museo del Secondo Impero

All’epoca un’operazione del genere aveva una mortalità alta (non esisteva disinfezione degli strumenti, né tanto meno c’erano gli antibiotici per contenere un’eventuale infezione). Ma pochi anni dopo, un’altra perdita: il figlio andato in guerra in Africa contro gli Zulù al seguito degli inglesi, venne ucciso barbaramente nel 1879. Negli ultimi anni della sua vita, Eugenia che ancora manteneva rapporti con molte teste coronate d’Europa e dimostrava una infaticabile vitalità, si traferì a Cap Martin e acquistò uno yacht con cui fece molti viaggi fino in Norvegia e in India. Si spense a Madrid nel 1920 dove era voluta tornare per sottoporsi ad un’operazione di cataratta. È sepolta nell’Abbazia di San Michele, fondata da lei stessa, a Farnborough nello Hampshire, accanto al figlio e al marito.

Immagine di apertura: Franz Xaver Winterhalter, Eugenia in abiti di corte, 1853, olio su tela, Castello di Compiegne, Francia

Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura".

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