Firenze 27 Luglio 2024
Se la scoperta dell’America fu l’opera straordinaria di Cristoforo Colombo, l’impresa decisamente temeraria di invadere il Messico che portò grandi ricchezze al Regno di Spagna e distrusse il popolo Azteco, avvenne grazie ad un condottiero altrettanto audace, a capo dei conquistadores, oggi dimenticato: Hernán Cortés.

Hernán Cortés Monroy Pizarro Altamirano nacque a Medellín, in Estremadura, nel Regno di Castiglia, nel 1485 (ma altre date indicate sono 1483 o 1484); discendeva da famiglie di antica nobiltà: figlio di Martín de Monroy, giurista, e di Catalina Pizarro Altamirano, ma era un hidalgo, apparteneva alla casta più bassa della nobiltà spagnola, con poche risorse economiche.
Nel 1511 gli Spagnoli conquistarono l’isola di Cuba. Cortés prese parte a quella spedizione; aveva poco più di vent’anni e andava in cerca di fortuna. Lì fu nominato segretario del Governatore don Diego Velázquez de Cuéllar, il quale poi, per liberarsi di lui, gli affidò una dura spedizione per esplorare il Messico sapendo che quelle terre custodivano infinite ricchezze (voleva anche rintracciare alcuni spagnoli scomparsi). In Yucatan, infatti, la prima regione del Messico su cui gli spagnoli erano sbarcati nel 1518, erano venuti contatto con i Maya, da cui avevano appreso dell’esistenza dell’Impero Azteco. Così il condottiero il 18 febbraio 1519 partì a capo dei conquistadores con una piccola flotta di 11 caravelle, 100 marinai, 508 soldati spagnoli e 200 indigeni cubani, tutti dotati di cavalli, animali allora sconosciuti in America, cani e armi da fuoco, sbarcando a Veracruz.

Però Cortés si accorse che i suoi uomini avevano posizionato le navi con la prua verso il mare, per poter fuggire in fretta in caso di necessità. Decise, allora, di fare bruciare le caravelle per impedire la loro partenza prima aver concluso la missione. I suoi, spaventati, gli chiesero: «Capitano, ma cosa faremo in caso di sconfitta?» «Resta una sola possibilità – rispose lui – vincere, e tornare a casa con le navi del nemico». E qua Cortés pronunciò una frase che resterà famosa: «Ya no hay vuelta atras» (non ci sarà un’altra volta).
Era un modo drastico per ottenere, con maggiori probabilità, il successo sperato. Con l’incendio delle navi, a Cortés e ai suoi uomini rimanevano solo due scelte: morire lì, in quella terra straniera, o combattere contro gli aztechi per sopravvivere. Hernàn osava perché era un avventuriero in cerca di arricchimento personale. Sta di fatto che fra il 1519 e il 1521, contro ogni previsione, conquistò il Messico in una missione la cui riuscita sembrava impossibile. Ma va anche detto che il condottiero spagnolo aveva la capacità di convincere e suscitare nei suoi uomini grande entusiasmo.
Gli Aztechi avevano una cultura caratterizzata da un lato dall’esaltazione della vita, della bellezza, della natura e avevano creato grandi, stupefacenti architetture ed incredibili opere ingegneristiche (peraltro fatte senza conoscere né il ferro né la ruota) e, dall’altro, praticavano raccapriccianti rituali basati su sacrifici umani.

Certamente anche i conquistadores erano esploratori e avventurieri violenti e spietati in battaglia: uccidevano uomini, donne e bambini per derubare i nativi delle loro ricchezze per poi consegnare le terre al Regno di Spagna, ma, quando seppero dei sacrifici umani compiuti durante i rituali degli aztechi, rimasero inorriditi.
Poi gli indigeni si presentarono con doni e con ostaggi tra i quali c’erano delle fanciulle. Una di queste, l’indiana Melitzin (sempre citata con il nome spagnolo di Marina) era destinata a Cortés. Donna estremamente intelligente, conosceva molti dialetti e qualche parola di spagnolo, imparata da naufraghi arrivati fin là. Cortés volle che lei ricevesse il battesimo, poi fece di lei la sua amante, la consigliera e l’interprete fidata per il resto dell’avanzata.
Comunque il condottiero volle incontrare Montezuma II (1466-1520), il sovrano azteco che dette la massima espansione all’ impero. Il Re lo accolse molto amichevolmente anche perché lo riteneva un Dio; arrivando dal mare, proveniva da quella parte del mondo dove nasce il sole. Cortés gli consegnò molti doni, ma si garantì anche l’amicizia di alcuni capi ostili all’imperatore. Poi, il 15 dicembre del 1519 entrò nella capitale dell’Impero azteco, Tenochtitlan, l’odierna Città del Messico, annettendola all’Impero Spagnolo.

Come riuscì un’impresa così difficile? Le popolazioni oppresse dalle tasse e dal tributo di vittime sacrificali che gli Aztechi richiedevano, volevano ribellarsi; vedevano, perciò, nei conquistadores un’opportunità per liberarsi dalla schiavitù. Così, Cortés, alternando guerra e diplomazia, strinse accordi con loro e si trovò a disposizione una coalizione di decine di migliaia di guerrieri. Inoltre, moltissimi aztechi contrassero malattie d’origine europea che non conoscevano come il vaiolo, il morbillo e il tifo, da cui il loro sistema immunitario non era in grado di difendersi. La popolazione venne quasi sterminata.
Poi giocò un ruolo importante l’indecisione di Montezuma nell’affrontare l’imprevisto, anche se disponeva di circa 16.000 guerrieri. Così i cannoni, i cavalli e i cani da combattimento di Cortés decisero le sorti della battaglia, insieme alla meraviglia del fuoco misterioso delle armi. Inoltre, nell’attacco, gli aztechi seguivano rigidamente un rituale tradizionale (gli abiti, il luogo della battaglia e l’urlo prima di muoversi), rendendo prevedibili per gli spagnoli le loro mosse.
Cortés non abusò della vittoria: rilasciò i prigionieri incaricandoli di portare messaggi al loro capo. Il 22 maggio, quando Cortés entrò a Tenochtitlán (odierna Città del Messico), ben accolto da Montezuma, cominciò l’assedio della capitale. Aveva già con sé un esercito di circa 3mila indios e decise di arrestare Montezuma.

Questi, per impedire una sollevazione popolare, disse ai suoi sudditi che si sarebbe recato volontariamente nella casa di suo padre in cui alloggiavano gli spagnoli. L’imperatore strinse un rapporto abbastanza cordiale con Cortés, gli obbedì e accettò di far cessare i sacrifici umani mentre il condottiero lo lasciò libero di governare l’impero cercando di convertirlo al cattolicesimo. Poi però ci fu una dura ribellione popolare e Montezuma fu ucciso dal suo stesso popolo. Nel 2009 il British Museum dopo una attenta revisione ha sostenuto che in realtà fu ucciso dagli spagnoli mediante l’assunzione forzata di oro fuso.
Il Messico divenne la più ricca colonia della Spagna con il nome di Nuova Spagna – Carlo V nominò Cortés Governatore – e contribuì con i suoi metalli preziosi a fare di quel Paese la potenza imperiale del XVI secolo, ma segnò anche l’inizio degli scambi commerciali fra l’Europa e l’America. Perfino gli splendidi gioielli degli Aztechi furono fusi in lingotti d’oro e caricati sulle navi. Cortés iniziò l’opera di colonizzazione ricostruendo Città di Messico, fondando nuove città, tentando di estendere il dominio spagnolo con varie spedizioni e intraprendendo lui stesso una marcia nell’Honduras (1524-25).

Divise inoltre la terra tra i militari dando così l’avvio, tra i coloni spagnoli, allo sfruttamento delle risorse locali e della manodopera indigena. Madrid cercò di limitare il suo potere prima inviando ispettori, poi istituendo nel 1535 il vicereame della Nuova Spagna, con Antonio de Mendoza primo Viceré. Nel 1535 Cortés viaggiò lungo la costa della Bassa California, poi osteggiato, se ne tornò sfiduciato in Spagna. Partecipò nel1541 con valore alla spedizione contro Algeri, ma la sua carriera era finita: non ottenne da Carlo V l’ammissione a Corte. Morì oscuramente nei pressi di Siviglia il 2 dicembre del 1547; è sepolto a Città del Messico, nella chiesa di Gesù Nazareno.
Di lui rimangono le cinque lettere inviate a Carlo V, che compongono la Relazione della conquista del Messico, redatte tra il 1519 ed il 1526. Ora si trovano a Firenze nella Biblioteca Laurenziana, nel Codice Fiorentino che contiene la Historia General de las cosas de Nueva España compilata da frate Bernardino de Sahagún (1499-1590), con molte e belle immagini dipinte a mano.
Immagine di apertura: foto di Alan Frijns




