Milano 23 Ottobre 2020

Il finanziere americano Warren Buffet lo ha decisamente stroncato, definendolo “veleno per topi”. Ma sono in molti a ritenere il Bitcoin, la prima moneta virtuale, un possibile investimento anche per i risparmiatori, nell’ambito di una corretta diversificazione del rischio. Tanto che alcune istituzioni finanziarie hanno già cominciato a usarla, sia pure con molta cautela, creando strumenti ad esso legati che sono regolarmente scambiati su particolari mercati. Poi c’è chi ne è addirittura entusiasta. Lo stilista Giorgio Armani, per esempio, ne è da tempo convinto sostenitore. Per non parlare di Fulvio Briatore, già team manager di Formula Uno, oggi assiduo frequentatore di salotti televisivi, che ha dichiarato a più riprese di avere guadagnato somme importanti investendo in Bitcoin.
Chi ha ragione? Il dibattito è aperto. Intanto, bisogna prendere atto che si tratta della più nota moneta virtuale, che si sta diffondendo nel mondo ad una velocità impressionante. Nata ufficialmente nel gennaio 2009, ha rapidamente surclassato i numerosissimi tentativi di emulazione. Anche perché tutti gli altri esperimenti sulle cripto-valute hanno incontrato ostacoli di ogni tipo, dai blocchi da parte di governi e autorità monetarie fino all’utilizzo di software con limiti strutturali che non sono stati in grado di garantire il servizio promesso. Ma il progresso non si può fermare. Gli scambi commerciali in una economia globalizzata hanno sempre più bisogno di strumenti nuovi, veloci e affidabili.

Il sogno di una moneta mondiale e virtuale affascina. Esaltare o demonizzare questa, come qualunque altra innovazione finanziaria, non è sicuramente l’approccio migliore. Una cosa però è certa: il piccolo-medio risparmiatore che si avvicina al Bitcoin deve essere consapevole che sta operando in modo speculativo. E che in prospettiva non potrà ragionevolmente aspettarsi una crescita di valore ininterrotta.
Economisti ed esperti che si sono finora occupati del fenomeno hanno posto l’accento sul fatto che il Bitcoin non rispetta contemporaneamente tutte e tre le funzioni tipiche delle monete tradizionali. Che, come si legge in qualunque manuale di economia, sono: 1) riserva di valore; 2) unità di conto e 3) strumento di pagamento. Senza entrare nel tecnicismo della terminologia per addetti ai lavori, basterà ricordare che le monete virtuali sono costituite da codici alfanumerici che non transitano sui normali circuiti bancari. Si scambiano sui cosiddetti wallet (portafogli virtuali) o su piattaforme informatiche scaricabili sul proprio computer. L’assenza delle banche nel ruolo di mediatori può rappresentare una novità positiva, ma c’è il rischio che le transazioni avvengano senza le consuete garanzie di sicurezza e trasparenza. Insomma, il privato dovrebbe avvicinarsi a questo strumento con la massima circospezione. Non a caso alcune associazioni di consumatori lo sconsigliano. Va detto inoltre, così come avviene per le monete “reali” (dollari, euro, yen), che anche comprare o vendere Bitcoin non può essere considerata una forma duratura di impiego del risparmio, ma piuttosto un modo per garantirsi dal rischio di cambio nel caso si voglia investire in strumenti (azioni, obbligazioni e altro) espressi nelle diverse valute (per il momento quelli legati al Bitcoin sono pochi e talmente sofisticati da essere per definizione poco adatti a una diffusione di massa).

Le performance della valuta virtuale dal 2017 ad oggi non sono state eccelse: sono passate da una quotazione massima di 20mila dollari ad un minimo di 3mila, per stabilizzarsi sui 10mila (foto di Gerd Altmann)

Fatte queste premesse, proviamo ad analizzare l’andamento del Bitcoin negli ultimi due anni e confrontiamolo con quello delle azioni. Scopriremo così che queste ultime si sono comportate nel complesso molto meglio. Secondo una ricerca pubblicata di recente, dai massimi raggiunti nel dicembre 2017 a oggi, le quotazioni della principale valuta virtuale sono state molto volatili. Fra il 2018 e il 2019 sono passate infatti da una quotazione massima di 20mila a un minimo di 3mila dollari, per poi stabilizzarsi intorno a quota 10 mila. Nello stesso periodo di tempo le performance degli indici azionari dei principali Paesi sono state mediamente superiori.
In conclusione, vale comunque sempre la regola che prima di abbracciare una nuova teoria o entusiasmarsi per un nuovo prodotto occorre prima conoscerli a fondo. Nel caso del Bitcoin non se ne sa ancora abbastanza. Per questo è il caso di muoversi con la massima prudenza.

Immagine di apertura: foto di Gerd Altmann

Nato a Rivanazzano Terme (Pavia) è giornalista professionista dal 1977. Per quasi trent'anni alla redazione Economia del "Corriere della Sera", è tuttora titolare della rubrica quotidiana sulla Borsa Valori. Prima di approdare nel 1986 a via Solferino, è stato Caporedattore a "Il Mondo" e in precedenza ha lavorato al "Sole24ore" e alla "Gazzetta del Popolo" di Torino. Tra i suoi libri, "Guida facile alla Borsa", Sperling & Kupfer (tre edizioni, l'ultima nel 2000) e "Meno Agnelli, più Fiat, cronaca di un cambiamento", Daniela Piazza Editore, 2010.Nel 2019 per Mind Edizioni è uscito il suo ultimo libro, "Difendi i tuoi soldi. Capire prima di investire".

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