Pavia, 27 Febbraio 2026
La Banca d’Inghilterra ha sede nella City di Londra dal lontano 1734. Probabilmente, il suo edificio più famoso è quello progettato dall’architetto Sir John Soane (1753-1837) tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Rimase operativo fino agli anni ’20 del Novecento, quando fu in gran parte demolito per una successiva ristrutturazione. Il lavoro di Soane alla Bank of England, iniziato nel 1788 e protratto per quasi cinquant’anni, rappresenta la maturazione di una visione progettuale nata durante il suo Grand Tour alimentata per tutta la carriera.

In particolare, l’esperienza italiana — con lo studio di Tivoli e soprattutto di Villa Adriana — diventa un riferimento costante sia nella pratica professionale sia nel suo insegnamento alla Royal Academy. L’architettura antica non è per Soane un modello da imitare, ma una fonte di principi compositivi e spaziali da reinterpretare. Il lungo intervento su quel progetto diventa così la materializzazione di una visione maturata nel tempo. Soane si trova a operare su un edificio con importanti esigenze funzionali e di rappresentanza, ma privo di una tipologia consolidata e proprio questa condizione gli offre una libertà straordinaria. Il complesso cresce per aggiunte successive, trasformandosi progressivamente in un organismo articolato, composto da spazi diversi che dialogano tra loro attraverso assi, corti, percorsi e variazioni di luce. Non esiste una composizione unica e chiusa: l’edificio appare piuttosto come una costellazione di ambienti concatenati secondo equilibri dinamici.

In questa logica si riconosce la forte influenza delle architetture studiate a Villa Adriana, dove la relazione tra forma e funzione nasce da accostamenti liberi, quasi sperimentali, più che da schemi rigidi. Un ruolo fondamentale nell’edificio è svolto dai recinti murari, intesi non come semplici elementi di chiusura ma strumenti compositivi capaci di definire gerarchie, orientamenti e sequenze spaziali. Attraverso compressioni e dilatazioni, Soane costruisce un’esperienza architettonica fatta di sorprese e variazion. È un’architettura che si scopre poco alla volta, proprio come accade nelle rovine antiche, dove ogni passaggio rivela una prospettiva inattesa.

L’influenza dell’antico emerge con particolare intensità nella progettazione delle coperture. Affascinato dalla grandiosità delle volte romane osservate durante il soggiorno italiano, Soane affronta la sfida tecnica delle grandi sale della Banca con spirito innovativo: intervenendo sulle grandi sale della parte sud-orientale del complesso, già definite da Robert Taylor nell’ampliamento dell’ala est del 1764-74, introduce nuove soluzioni a cupola e sistemi costruttivi in muratura, (anche in risposta alle normative antincendio che vietavano le strutture lignee negli edifici pubblici). Nascono così spazi di grande forza espressiva, in cui la solidità delle masse murarie si combina con effetti di luce sorprendentemente leggeri. Le cupole, i lucernari e le volte diventano elementi distintivi del suo linguaggio, capaci di unire monumentalità e sperimentazione tecnica – l’uso di materiali innovativi, come laterizi speciali prodotti direttamente in cantiere, dimostra come l’ispirazione all’antico possa convivere con lo spirito della modernità industriale.

Accanto alla dimensione costruttiva, Soane coltiva anche una visione più poetica della propria architettura, infatti, grazie alla collaborazione con l’illustratore Joseph Gandy, le sue opere vengono rappresentate in immagini suggestive e cariche di drammaticità, dove la Banca appare come un monumento destinato a diventare rovina – chiari esempi sono la “Veduta aerea della Banca d’Inghilterra da sud-est” del 1830 e, ancor di più, la ”Veduta immaginaria della Rotunda in rovina” del 1798. Queste vedute non sono semplici esercizi artistici, ma vere dichiarazioni di intenti: Soane immagina il proprio edificio proiettato nel futuro, osservato con lo stesso sguardo con cui lui aveva contemplato le vestigia del passato, collocando la propria architettura in una dimensione temporale più ampia, oltre la vita dell’autore e oltre le trasformazioni della città.

L’estetica della rovina diventa quindi una chiave interpretativa della Bank of England stessa. Le trasformazioni e i rimodellamenti successivi, che hanno progressivamente modificato l’aspetto originario degli interni fino alla configurazione odierna, non cancellano però la visione di Soane, ma ne confermano la natura più profonda: quella di un’architettura pensata fin dall’inizio come organismo in continuo mutamento, sempre aperto a nuove aggiunte e trasformazioni, un organismo vivo destinato a evolversi nel tempo senza perdere la memoria della propria origine.
La Bank of England è il laboratorio in cui Soane rielabora le emozioni e le scoperte del Grand Tour. Ne nasce un’architettura sperimentale e profondamente personale, capace di trasmettere ancora oggi quella stessa meraviglia che Soane aveva provato davanti alle rovine di Tivoli: la sensazione che lo spazio costruito possa superare il tempo, diventando esperienza e memoria.
Immagine di apertura: il vestibolo dorico progettato da Soane in stile neoclassico (fonte: Bank of England)




