Milano 21 dicembre 2021

Secondo le previsioni del tempo, il 25 dicembre in Afghanistan dovrebbe nevicare. Non ci sarà nient’altro a ricordare il Natale. Non ci sarà messa (e va bene, che cosa ci si aspetta dal risorto emirato talebano?), ma non ci sarà neppure un festone rosso, un alberello addobbato, un pasciuto vecchietto rubato dalla pubblicità della Coca Cola in tutto il Paese. Non ci sarà nessuna allegria natalizia perché l’Afghanistan di fine 2021 è tetro, affamato, imbrigliato in una cappa di violenza subdola. I pochi stranieri rimasti se ne stanno chiusi nelle case per paura del terrorismo, gli afghani che avevano collaborato con gli stranieri aspettano ogni notte che qualcuno venga a derubarli o a ucciderli, i negozianti non sfidano la ritorsione dei talebani per qualche simbolo della festa cristiana.

Donne velate in strada a Kabul durante le feste natalizie del 2008. Anche lì si facevano alberi luccicanti e addobbi nelle vetrine (fonte: Sktg24)

Negli anni dell’occupazione internazionale era diverso. Come avviene in tutti i Paesi musulmani, anche a Kabul il periodo di Natale diventava un’occasione, un po’ esotica, per sorridere e, soprattutto, consumare: le vetrine dei negozi più costosi attiravano gli stranieri con luccicanti abeti di plastica, gli hotel e i ristoranti si addobbavano, altri si limitavano a qualche luminaria, ma persino sopra i bracieri che cuociono gli spiedini in strada era facile vedere il costume rosso di Babbo Natale. Ora ogni immagine natalizia è bandita.

Una foto “storica”: i Talebani occupano il palazzo presidenziale di Kabul a metà agosto di quest’anno (fonte: Twitter@pajhwok)

All’interno del giardino dell’ambasciata italiana, c’è l’unica chiesa del Paese. Venne concessa da Amānullāh Khān nel 1921 in cambio del riconoscimento italiano al nuovo Stato. Il permesso era subordinato al fatto che nessuna croce risultasse visibile dall’esterno e che le campane non si facesse udire. Da allora è stata retta da padri barnabiti. L’ultimo è stato don Giovanni Scalese e, prima, per tre decenni il mitico Giuseppe Moretti. Quella chiesetta in incognito, non era mai strapiena la domenica, solo qualche soldato, qualche diplomatico, qualche operatore umanitario. Entrare era ansiogeno per l’idea che qualcuno si facesse esplodere tra gli “adoratori di Cristo” in coda per pregare. A Natale però tutti i banchi erano occupati. Ora quell’unica chiesa dell’Afghanistan è abbandonata, chiusa, come la nostra ambasciata. Non ci sono più religiosi cristiani nell’intero Paese. Persino le suore di madre Teresa che parlavano le lingue e i dialetti del Paese meglio di tanti afghani se ne sono andate. Nessuno, ovviamente, dirà messa. Dal 15 agosto, l’Afghanistan è uscito dal mondo. Non bastano i telefonini e internet che ancora funzionano, per mantenerlo in sincrono con il resto del globo.

La cappella all’interno dell’ambasciata italiana a Kabul, ora chiusa. Era l’unica chiesa cattolica del Paese (foto: ambkabul.esteri.it)

È diventato una voragine fredda e scura abitata da 34 milioni di persone tenute lontane a forza dalla storia e dalla cronaca. I giornalisti che non sono riusciti a scappare sono sotto scacco. Hanno paura. Non raccontano più quello che riescono a scoprire. Tra metà novembre e le prime due settimane di dicembre c’è stato quasi un attentato terroristico al giorno. Lo dicono i pochi informatori dell’intelligence occidentale ancora in servizio. Per essere creduti mandano foto e video che non possono andare sui media locali a causa della censura talebana. Ventisei attentati in un mese significa che i nuovi padroni del Paese non riescono a pacificare la loro conquista.
Sembrava facile ricostruire l’emirato quest’estate quando pochi talebani in motocicletta correvano da una parte all’altra del Paese a raccogliere la resa dei governativi filooccidentali. Invece gli “studenti del Corano” hanno sì occupato i palazzi del potere, ma si sono ritrovati senza gli aiuti internazionali che servivano a farli funzionare, a pagare gli stipendi, a riempire i magazzini di riserve alimentari, a importare carburante ed elettricità. Il 55 per cento degli abitanti, secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati  (Unhcr), a Natale non avrà accesso a sufficienti quantità di cibo. Ci sono circa 700mila sfollati interni che non hanno rifugi o abiti adatti alle temperature invernali. Per i talebani, il bottino di agosto assomiglia ad un’auto rubata con il serbatoio vuoto, incapace di sfuggire da altri banditi.

Una guardia talebana nel centro di Kabul (AFP Photo)

I barbuti col turbante arrivati con la ritirata americana hanno scoperto di avere un nemico che ha la loro stessa matrice integralista: l’Isis-K. Lo Stato Islamico sconfitto in Siria è riemerso in Africa e anche qui alla ricerca di un utopico califfato globale. Il gruppo afghano ha aggiunto alla sigla Isis una “K” che sta per Khorasan, la mitica provincia dell’Asia Centrale. Isis-K attacca le milizie talebane, le bolla come infedeli, le discredita davanti ai finanziatori del Jihad e a chiunque pensi ai talebani come agli stabilizzatori dell’Afghanistan. I terroristi dell’Isis-K (più un’altra dozzina di altre sigle insurrezionali meno conosciute) hanno ideologie integraliste uguali a quelle dei nuovi padroni del Paese. A distanziare gli uni dagli altri non è la concezione del ruolo di Dio nelle faccende terrene, ma la corsa al potere. Così la guerra che i civili speravano finita con l’uscita di scena americana, continua.

Un gruppo di bambini davanti a casa. Le loro condizioni di vita oggi sono miserabili (foto Pixabay)

Quando la neve di Natale si sarà sciolta, quando i passi saranno liberi, allora potrà cominciare la stagione dei combattimenti. Sarà tra febbraio e marzo. Allora si vedrà chi è il vero nemico del nuovo emirato. Potrebbe essere l’Isis-K o la resistenza, mai davvero domata, del Panshir oppure ancora alcune fazioni intestine allo stesso movimento talebano. Potrebbero essere anche gli stessi sudditi dell’emirato, quei civili che oggi tentano di emigrare, chiedono ai loro contatti all’estero di aiutarli a scappare, che pagano i trafficanti di uomini per varcare i confini, ma che, pur di non morire di fame, saranno anche disposti a riprendere le armi. Non sarà un buon Natale quello di Kabul. Ma l’anno che seguirà rischia di essere peggio.

Immagine di apertura: il parco storico di Kabul Bāgh-eBābur, creato nel 1528 d.C , sotto la neve (foto di Sven Dirks)

Andrea Nicastro
Giornalista, Inviato del “Corriere della Sera” e scrittore. Milanese, dopo la laurea in Storia Contemporanea alla Statale di Milano, ha compiuto studi in massmediologia e relazioni internazionali negli Stati Uniti. Esperto di Medio Oriente, ex Unione Sovietica e mondo ispanofono, è stato il primo italiano ad entrare nella Kabul liberata dai talebani (2001) e l’unico a documentare la cattura di Saddam Hussein (2003). Fino al 2010 ha viaggiato tra Afghanistan, Iraq, Iran e Libano per raccontarne le guerre e le rivolte. Dal 2011 al 2015 è stato corrispondente da Madrid per il suo giornale. Ha realizzato reportage sul business internazionale dei trapianti di organi e di cellule staminali; raccontato la rotta dei migranti dal Pakistan all’Italia. Autore di “Nassiriya, bugie tra pace e guerra” (Editori Riuniti 2006), ha scritto e interpretato lo spettacolo “Gli Altri, storie di burqa, amore e rabbia nel secolo del Jihad” (Teatro Officina, 2019). Con Rubbettino ha appena pubblicato "Gli altri siamo noi. Perché tradire la democrazia scatena il Jihad" (2021)

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