Genova 27 Aprile 2025
Un principe cosmopolita con un jet privato e un’isola nei Caraibi, che parlava francese perfetto, sciò per l’Iran alle Olimpiadi del 1964, allevava cavalli da corsa e si circondava di architetti e scienziati, ma al tempo stesso finanziava ospedali nei deserti afghani e università nei villaggi del Pakistan. Karim Aga Khan IV sembra uscito da un film di 007 o da una tavola illustrata di Corto Maltese. Eppure si tratta di un uomo più che reale, che il 4 febbraio 2025, nella sua residenza a Lisbona, è giunto all’ ultimo capitolo di una delle biografie più incredibili del nostro tempo. L’Imam degli ismailiti sciiti — guida spirituale di circa 15 milioni di fedeli nel mondo — aveva 88 anni.

Nato a Ginevra nel 1936, figlio di madre inglese e padre musulmano (pakistano di origine, nato a Torino), Karim Aga Khan crebbe tra Nairobi, la Francia e la Svizzera. Studiava ad Harvard quando, nel 1957, il nonno, Sha Aga Khan III — il 48° Imam della comunità ismailita— lo nominò suo successore, saltando il figlio Aly Khan, giudicato troppo mondano per ricoprire questo ruolo. Aveva appena vent’anni e si ritrovò all’improvviso a guidare un’ immensa comunità di fedeli. Ma nulla di questo ne offuscò la coerenza: «Se sei privilegiato — diceva — il privilegio è un dovere».
Fu un passaggio di consegne che aveva il sapore di una profezia. «Serviva una guida cresciuta nel cuore della nuova era», spiegò il nonno nel suo testamento. E così fu. Karim Aga Khan incarnò per i decenni a seguire una leadership che univa modernità e tradizione, Oriente e Occidente, silenzio interiore e azione concreta.
Per gli ismailiti – una delle correnti principali dell’Islam Sciita – che vivono in Siria, Arabia Saudita, Yemen, India, Tagikistan e Afghanistan, l’Imam non è solo un simbolo spirituale, ma anche e, soprattutto, un amministratore etico della comunità. I fedeli gli devolvono fino al 12,5 per cento del reddito, con l’aspettativa che venga utilizzato per il bene collettivo.

Nel 1967 Karim fondò l’Aga Khan Development Network (AKDN), un complesso di nove agenzie impegnate in sanità, educazione, sviluppo rurale, microfinanza e patrimonio culturale. Oggi l’AKDN opera in oltre 30 paesi, impiega 80.000 persone e gestisce un budget annuo di circa un miliardo di dollari. Ha costruito ospedali in Afghanistan, Bangladesh e Africa orientale, scuole e cliniche nei contesti più remoti, sistemi idrici per comunità isolate. E ha trasformato la formazione infermieristica in Pakistan, restituendo prestigio e opportunità a centinaia di professioniste. «Mai compromessi sulla qualità — racconta Gijs Walraven, direttore della salute AKDN — anche se significava accettare perdite per anni».
La sua azione peró non si è limitata alla beneficenza. Aga Khan fu anche un fine architetto di sistemi economici etici. Attraverso l’Aga Khan Fund for Economic Development (AKFED) controllava banche come la Habib Bank Limited in Pakistan e diverse istituzioni africane, sostenendo piccole imprese e circuiti locali di credito. Le holding svizzere che ne gestivano le finanze non rendevano pubblici i bilanci, ma secondo alcune stime, il suo patrimonio personale ammontava a diversi miliardi.

Negli anni Sessanta, Aga Khan realizzò anche un progetto turistico a dir poco visionario: la Costa Smeralda, in Sardegna. Dove prima non c’erano che pascoli e rocce, sorse un modello di turismo sostenibile e architettura integrata nel paesaggio. Fondato nel 1962, il Consorzio Costa Smeralda acquistò oltre 1.800 ettari e coinvolse architetti del calibro di Luigi Vietti e Jacques Couëlle. Questo Progetto diede vita a località turistiche del calibro di Porto Cervo, Hotel Cala di Volpe, Hotel Romazzino così come alla compagnia aerea Alisarda. Un Progetto, è vero, ambizioso e audace, forse anche smodatamente capitalista ma sempre nel più assoluto rispetto della natura e dell’identità mediterranea. La Costa Smeralda divenne ben presto meta dell’élite internazionale, rimanendo tuttavia sempre fedele alla visione originaria dell’Imam: eleganza, autenticità e sostenibilità. La cultura fu per lui un’altra forma di servizio. Nel 1977 organizzò il Premio Aga Khan per l’Architettura, oggi considerato tra i più importanti al mondo nei paesi islamici. Si occupò del restauro di moschee storiche, palazzi, giardini, promuovendo anche corsi al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e ad Harvard.

Come ricorda la BBC, l’Aga Khan Trust for Culture è stato fondamentale per il restauro del sito della Tomba di Humayun a Delhi. La bellezza è un diritto, ogni pietra restaurata, un atto di pace. In un tempo in cui molte fazioni religiose sono sfociate in pericolose derive estremiste, Aga Khan ha preferito l’arte della diplomazia silenziosa. Rifiutava ogni ruolo politico diretto, ma parlava con leader mondiali, rappresentava una fede che metteva il benessere umano al centro. Il Canada lo considerava “un amico straordinario”, il mondo lo rispettava come un esempio di Islam moderno, etico, operoso. Non a caso, alla sua scomparsa, una rivista scientifica prestigiosa come l’inglese Lancet gli ha reso omaggio con un lungo articolo.

A succedergli è già il figlio, Rahim Aga Khan V, 50° Imam della dinastia. Ma l’eredità del padre è più che un titolo. È un’idea. Che la fede possa costruire invece di dividere. Che la ricchezza possa essere redistribuita senza retorica. Che si può vivere nel mondo — anche nel lusso — senza smettere di pensare agli altri.
Karim Aga Khan IV non è stato solo un leader religioso. È stato un visionario, un “Imam imprenditore” che ha saputo reinventare la guida spirituale in chiave moderna, con un impatto tangibile nella vita di milioni di persone. Un uomo del nostro tempo, che ha scelto di lasciare una rete globale, ma soprattutto una narrazione diversa dell’Islam: silenziosa, concreta, profondamente umana.
Un personaggio da romanzo, forse, ma, per fortuna assolutamente reale che ora riposa nel Mausoleo costruito alla fine degli anni Cinquanta per il nonno ad Assuan, in Egitto, sulle rive del Nilo.
Immagine di apertura: una immagine recente di Karim Aga Khan IV, scomparso a Lisbona lo scorso 4 febbraio (fonte: Il Fatto Quotidiano)




