Firenze 23 Settembre 2020

Seicento anni fa, nell’agosto del 1420, per iniziativa dell’Opera del Duomo, iniziava la costruzione della Cupola di Santa Maria del Fiore di Firenze destinata a cambiare la storia architettonica del mondo intero. Con la costruzione di questo inimitabile capolavoro convenzionalmente si dice che ha inizio la grande stagione del Rinascimento.

Presunto ritratto di Brunelleschi, Masaccio, “San Pietro in cattedra” (1423-1428) Cappella Brancacci, Firenze

Un’impresa considerata “impossibile” alla quale seppe dare una risposta un uomo, Filippo Brunelleschi (Firenze 1377-1436), del quale in città era conosciuta non solo la maestria architettonica, ingegneristica, orafa e scultorea ma anche l’acuta e vivida intelligenza. La Cupola del Duomo di Santa Maria del Fiore, edificio progettato da Arnoldo di Cambio nel Duecento, è ancor oggi la più grande al mondo in muratura. Il suo diametro interno misura 45,5 metri e quello esterno 54,8. Il tamburo ottagonale della base sorge a 55 metri da terra e raggiunge la spettacolare altezza di 91metri alla base della lanterna e di 116 alla sommità della stessa.

La cupola vista dall’interno mostra la sua grandiosità. Gli affreschi, iniziati nel 1572 da Giorgio Vasari furono completati da Federico Zuccari (foto di Elisabetta Dessolini)

È stata il modello per altre cupole nel mondo, prima tra tutte quella di San Pietro in Vaticano, su progetto di Michelangelo Buonarroti, che misura 42 metri di diametro interno, ma ha un’altezza dalla base di 133 metri.
Structura si grande, erta sopra e’ cieli, ampla da coprire chon sua ombra tutti e popoli toscani” – scrive Leon Battista Alberti nel De Pictura – è a sesto acuto e si compone di otto vele scandite da otto costoloni in marmo bianco. La forma deriva dalla risoluzione a problemi tecnici e dall’esigenza di innestarsi sulla struttura sottostante rispettandone i valori spaziali e la stabilità. Brunelleschi non poteva adottare possenti pareti piene, come nel Pantheon a Roma, e doveva superare le modalità empiriche della tradizione gotica e, di conseguenza, rinunciare all’impiego di sostegni esterni. Il 20 agosto del 1418 Brunelleschi si era aggiudicato il concorso bandito dall’Arte della Lana. Partecipò anche Lorenzo Ghiberti, ma Brunelleschi prevalse su quest’ultimo grazie al fatto che, per dimostrare la fattibilità del suo progetto, con l’aiuto di Nanni di Banco e di Donatello, predispose un modello in legno e mattoni che mostrava (soltanto in parte) come sarebbe apparsa la cupola una volta realizzata. La genialità della proposta consisteva nell’idea di superare il limite delle centine fisse e di adottare un procedimento costruttivo del tutto innovativo sul principio della cupola autoportante a doppia calotta. Fondamentale fu l’adozione di un sistema di apparecchiamento dei conci chiamato “a spina di pesce” che Brunelleschi aveva appreso proprio dallo studio dell’architettura antica e che attribuiva alla struttura muraria la capacità di un contenimento interno delle spinte.

Giovanni Battista Nelli (attr.) :Ricostruzione dei ponteggi interni della cupola del Duomo, seconda metà del XVII secolo.

L’impresa senza precedenti oltre alle invenzioni ingegneristiche e architettoniche richiese anche la progettazione di un cantiere di lavoro del quale il Brunelleschi curò ogni dettaglio. Dagli attrezzi, oggi visibili nel Museo dell’Opera del Duomo, ai ponteggi “aerei” con parapetti di protezione dalle cadute, alle macchine per costruire che si rivelarono in anticipo di secoli. Tra le macchine inventate vale la pena di ricordare l’argano a tre velocità per sollevare e abbassare carichi di peso eccezionale grazie alla forza trainante degli animali, e la gru girevole utilizzata per costruire la lanterna di coronamento della Cupola che presentava un albero centrale collegato a un timone capace di ruotare a 360°.

La vista spettacolare di Firenze che si gode dalla lanterna della cupola (foto di Elisabetta Dessolini)

L’invenzione del Brunelleschi di costruire la Cupola senza impalcature da terra, ma con leggeri ponteggi volanti appoggiati a strutture con centine mobili, rappresenta una concezione antesignana delle moderne casseforme rampanti. Per questo egli ricorse a materiali speciali indicando personalmente la modalità della loro posa in opera.
Le tegole delle coperture della Cupola dette terrecotte (poi cotto dell’Impruneta), di forme e dimensioni speciali, provenivano dalle fornaci non distanti da Firenze. Il “Verde di Prato” detto anche “marmo nero” proveniva del vicino Monteferrato e da cave nell’abitato di Figline. I Macigni che Brunelleschi volle “lunghi e ben sprangati di ferro stagnato” servivano a costruire le tre catene che collegano la Cupola interna con quella esterna della cattedrale. I mattoni, come si legge negli Archivi dell’Opera, provenivano dalle fornaci di Badia a Settimo, Campi Bisenzio e Lastra a Signa, mentre la malta fu realizzata utilizzando come pietra da calce l’alberese che la rendeva particolarmente leggera, durevole e resistente all’acqua. Nel cantiere erano impiegati in media 48 maestri muratori, 6 per ogni vela. Ognuno metteva in opera circa 20 mattoni al giorno in modo tale che con questo ritmo la cupola saliva di 2,5 metri l’anno.

La lanterna della Cupola vista dal Campanile di Giotto (foto di Gabriel Lufrano)

Nel 1432 venne indetto il concorso per la lanterna, vinto nuovamente da Brunelleschi che sostituì la guglia gotica con un tempietto circolare scandito da otto paraste (pilastri inglobati nella parete che sporgono leggermente) collegate ai costoloni della cupola tramite archi rampanti. L’inaugurazione avvenne il 25 marzo 1436 (Brunelleschi morirà il 15 aprile dello stesso anno) alla presenza di papa Eugenio IV, ma fu definitivamente completata il 31 agosto quando il vescovo di Fiesole salì sulla cima e benedì l’opera posando l’ultima pietra.

Immagine di apertura: La cupola del Duomo di Firenze (foto di Elisabetta Dessolini)

Veronica Ferretti
Pistoiese, storica dell'arte e docente. Laureata all’Università di Firenze è stata direttrice della Fondazione Pistoiese Jorio Vivarelli e successivamente ha lavorato presso la Fondazione di Casa Buonarroti a Firenze. Attualmente è nel CdA della Fondazione dell’Antico Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena e collabora con ArtinGenio Museum a Pisa. Ha curato numerose mostre tra le quali quelle di Luciano Minguzzi e di Jorio Vivarelli a Palazzo Vecchio, di Renato Guttuso a Pontassieve, di Michelangelo a Forte dei Marmi e Firenze. Per la Regione Toscana, ha realizzato la mostra permanente sul percorso storico-artistico sulla “Identità della Toscana” a Palazzo Pegaso. Tra le sue numerose pubblicazioni il volume “Ugo Giovannozzi” per le Edizioni dell’Assemblea della Regione Toscana e assieme ad Antonio Paolucci, Francesco Gurrieri e Aurelio Amendola, “I crocifissi di Jorio Vivarelli per le chiese di Giovanni Michelucci”.

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