Milano 25 Maggio 2021
Marija Jiudina è fuori da ogni regola, un genio del pianoforte capace con il suo tocco di irrompere nell’anima di chi l’ascolta, aprirla a mondi inattesi, stupori vertiginosi. Stalin non l’ha mai incrociata di persona, ma quando l’ascolta gli pare di conoscerla, di averla già incontrata.

Come se tra lui e quella pianista in nero esistesse un legame segreto. Siamo nel 1944, a Mosca, in piena guerra mondiale: il dittatore sta ascoltando Radio Mosca che di notte trasmette musica classica, questa sera il Concerto n° 23 K 488 di Mozart. In un momento drammatico per la Russia – le truppe tedesche sono alle porte della Capitale e Leningrado vive da molti mesi un assedio durissimo – Mozart lenisce le sofferenze di tutti, anche di Stalin che resta talmente impressionato dall’abilità della pianista da costringere nel cuore della notte l’orchestra e la stessa Judina a tornare all’auditorium per registrare l’esecuzione e fargli arrivare il nastro la mattina dopo. Strano legame quello del padrone del Cremlino con la signora sempre vestita in nero di cui amava le straordinarie capacità senza poterle valorizzare perché lei era una strenua oppositrice del regime.

Nata nel 1899 a Nevel’, una cittadina al confine con la Bielorussia e scomparsa a Mosca nel 1970, Marija Veniaminovna Judina, “Regina” del pianoforte nel suo Paese, artista ribelle amica di tutti i ribelli al regime sovietico, da Pasternak a Bachtin, da Mandel’štam a Anna Achmatova, è stata una protagonista del pianismo del Novecento. Finora pressoché sconosciuta da noi, la sua figura esce ora dall’ombra grazie a Complice la notte (Guanda), appena pubblicato da Giuseppina Manin, giornalista di cinema, musica e teatro con una lunga militanza al Corriere della Sera. Cresciuta in una famiglia ebrea agiata e colta – il padre era un medico – , ma non osservante, Marija cominciò a studiare pianoforte da piccola e nel 1912 approdò all’Accademia di Belle Arti di Pietrogrado (l’attuale San Pietroburgo), allieva del Conservatorio dove si diplomò sotto la guida del compositore Leonid Nikolaev. Nel 1923 fece il suo debutto come pianista. Pur abbracciando fino dai primi anni della Rivoluzione gli ideali socialisti, Marija era profondamente religiosa (nel 1919 si era convertita alla religione ortodossa) e si privava quasi di tutto per donarlo ai poveri. Erano famose le scarpe da tennis consunte che portava in ogni occasione, anche ai concerti. Divenuta insegnante al conservatorio con grande successo, la sua fede esibita in un Paese per definizione agnostico – portava sempre una croce al collo -, le critiche al regime e il suo interesse per le avanguardie musicali trasgressive (Bartók, Stravinskij) le “regalarono” una bella lettera di licenziamento il 6 maggio del 1930. Unico a difenderla il suo maestro, Leonid Nikolaev, che commentò: «Il conservatorio con Jiudina è una cosa, senza Judina è tutt’altra».

Trasferitasi a Mosca a casa del fratello, nel 1933 venne assunta alla Radio di Stato e, due anni dopo, al Conservatorio dove nel 1938 conobbe un giovane ingegnere di origini aristocratiche, Kirill Georgevič Saltykov, quindici anni meno di lei, probabilmente il suo unico amore che, purtroppo, perse la vita durante una scalata in montagna alle soglie del matrimonio.
Ma torniamo a quella mattina del 1944 quando Stalin riascolta più volte il nastro con il concerto di Mozart. Ne rimane estasiato, si sente bene come da tanto non gli capitava: «Una monaca spiritata, un’invasata, una mistica di pessime frequentazioni. Eppure, nessun altro suona come lei, nessuno sa trasmettere altrettante emozioni e inquietudini». Decide di ringraziarla e le scrive: «Marija Veniaminovna, voglio esprimerle la mia ammirazione per la sua magnifica esecuzione del concerto di Mozart alla radio. Conserverò con cura la registrazione discografica che mi è stata recapitata. Voglia gradire un piccolo segno di gratitudine per la sua arte. Iosif Stalin». Lui sa che la pianista non se la passa tanto bene economicamente, tira fuori da un cassetto della scrivania un rotolo di banconote, ventimila rubli, e le mette in una busta insieme alla lettera.
Marija potrebbe comprare una dacia fuori Mosca e diversi ettari di terreno, ma per lei quei soldi sono avvelenati, vengono dritti dall’Inferno. Decide di portarli alla chiesa di San Nicola dei Fabbri (la stessa di Tolstoj) e consegna tutto al Pope. Ma non si ferma qui: prende carta e penna e scrive a Stalin: «Iosif Vissarionovič, vi ringrazio per il vostro aiuto. Pregherò per voi giorno e notte, chiedendo al Signore di perdonare i grandi peccati che avete commesso nei confronti del popolo e del Paese. Il Signore è misericordioso e vi perdonerà. Quanto al denaro, l’ho dato alla chiesa che frequento. Marija Judina».
La lettera di Marija, così insolente – le accuse erano pesanti e la Chiesa era un’istituzione fuorilegge in Russia a quell’epoca – non ebbe stranamente conseguenze immediate. Pare che alla morte di Stalin, nel 1953, quel disco fosse ancora sulla scrivania del dittatore.

La pianista fu tollerata ancora per qualche anno fino a quando nel 1951 venne licenziata dal Conservatorio di Mosca per aver eseguito Šostakovič, autore non gradito al realismo socialista. Poi, nel 1960 perse anche l’insegnamento di musica vocale all’Istituto Gnessin, rea di fomentare negli allievi la religiosità e l’insana passione per le nuove frontiere di sonorità decadenti, incomprensibili ai principi dell’ideologia sovietica. Ritiratasi in una casetta fuori Mosca, Marija sopravvisse con qualche lezione privata e tenendo pochi, e mal pagati, concerti. Malata di diabete, con il corpo segnato dalle lesioni provocate da un incidente, morì nell’indigenza nel 1970 a poco più di settant’anni.
Complice la notte ha il fascino della riscoperta di una artista originale e straordinaria, ma ci restituisce anche un quadro ben documentato, intrigante e vivace, della dissidenza nei confronti del regime staliniano, con le sue figure carismatiche, come Pasternak e la Achmatova, raccontate nella vita di ogni giorno.
Immagine di apertura: un intenso scatto di Marija Judina




