Milano 23 Ottobre 2020

Le finanze vaticane nel corso dell’Ottocento andarono incontro ad un progressivo dissesto per l’incapacità dello Stato Pontificio di partecipare al processo di modernizzazione che investì la società e l’economia italiana dopo il 1848. I violenti traumi subiti nel 1831 (la rivolta di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna) e nel 1848 (i moti che portarono alla nascita della Repubblica Romana) furono occasioni mancate per una riflessione sui mali economici che stavano conducendo il potere temporale dei Papi verso l’inevitabile declino.

Guardie svizzere all’ingresso della città del Vaticano; dal 1506 proteggono il Pontefice e la sua residenza. Devono essere uomini, cattolici e cittadini svizzeri (foto di Waldo Miguez)

Il governo pontificio rimase agganciato a un modello amministrativo inadeguato, respingendo le istanze delle classi medie, insoddisfatte per l’opprimente regime fiscale e doganale. Così le erogazioni necessarie al mantenimento di un apparato di controllo politico e di consenso sociale e gli oneri finanziari del debito pubblico, sopravanzarono le spese per le infrastrutture e gli incentivi necessari a dare impulso all’economia. Lo squilibrio dei conti pubblici divenne sempre più profondo, con un crescente indebitamento verso l’interno e successivamente il ricorso a finanziamenti internazionali. Lo Stato Pontificio non giunse all’insolvenza perché i bersaglieri a Porta Pia nel 1870 posero fine al potere temporale del Papa.

La copertina della “Domenica del Corriere” che evocava la firma dei Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929. A destra Benito Mussolini, a sinistra il cardinale Gasparri

Ma l’aria cambiò molto quando, l’11 febbraio 1929, Benito Mussolini, capo del governo di Vittorio Emanuele III, firmò i Patti Lateranensi, che presero il nome dal palazzo di San Giovanni in Laterano in cui avvenne la firma. Indipendenza, sovranità e soldi, molti soldi. Settecentocinquanta milioni di lire in contanti e un miliardo in titoli di stato al 5 per cento, al portatore. Tanto per dare un’idea, 2.356 miliardi di lire del 2001, un miliardo e duecentoventi milioni di euro di oggi. Venuto in possesso di una tale quantità di liquidi, si presentò per il Vaticano il problema di investirli proficuamente. A tale scopo il 7 giugno 1929, Papa Pio XI costituì l’Amministrazione Speciale della Santa Sede. A dirigerla venne chiamato l’ingegnere Bernardino Nogara, nipote dell’arcivescovo di Udine. Nogara investì un terzo del denaro elargito dal governo italiano in lingotti d’oro, depositati presso i Bullion Depositories di Zurigo e di Londra.

L’ingegnere Bernardino Nogara, il grande manovratore degli investimenti del Vaticano negli anni fra i due conflitti mondiali ed oltre

Le iniziative dell’ingegnere, che mantenne la sua carica per venticinque anni, condussero l’Amministrazione della Santa Sede nei consigli di amministrazione di imprese importanti: l’Italgas in cui entrò l’avvocato Francesco Pacelli (fratello del futuro Pio XII), il Banco di Roma, il Banco di Santo Spirito, la Cassa di risparmio di Roma, la Società Generale Immobiliare (costruttrice del Watergate Complex di Washington, famoso per lo scandalo che nel 1972 costrinse alle dimissioni il Presidente Nixon). Il 27 giugno 1942 Pio XII mutava il nome, ampliandone la ragione sociale, dell’amministrazione speciale per le opere di religione che diventava l’Istituto per le Opere di Religione, lo Ior. Il nuovo ente si venne a configurare come una vera banca dotata di un’autonoma personalità giuridica che oltre alla gestione dei beni della Santa Sede, si occuperà di amministrare il denaro e le proprietà affidati o ceduti all’Istituto da persone fisiche o giuridiche per opere religiose o di carità cristiana. In questo compito Nogara venne affiancato da un esponente della nobiltà “nera”, il principe Massimo Spada, noto ai più per le collaborazioni nelle imprese finanziarie di Michele Sindona.

La copertina del libro “Vaticano Massone” di Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti, pubblicato da Piemme nel 2013

A migliorare ulteriormente la situazione patrimoniale della Santa Sede pensò il Ministro della Finanze italiano, Paolo Thaon di Revel, che il 31 dicembre del 1942 emise una circolare per esentare la Chiesa dal pagamento delle imposte sui dividendi azionari. Fra il 1929 e l’inizio del Secondo conflitto mondiale, Nogara piazzò i capitali vaticani con i suoi relativi “agenti” nei più vari settori dell’economia italiana, particolarmente in quelli dell’energia elettrica, delle comunicazioni telefoniche, del credito bancario, delle ferrovie locali, della produzione di macchine agricole, del cemento, delle fibre tessili sintetiche, persino negli armamenti e negli esplosivi bellici. Furono anche rafforzati i legami con diverse banche. I Rothschild di Londra e di Parigi trattavano con il Vaticano da molto tempo, ma con la gestione Nogara gli affari e i partner bancari aumentarono vertiginosamente: Credit Suisse, Hambros Bank, Morgan Guarantee Trust, The Banker Trust di New York, Chase Manhattan, Continental Illinois National Bank. Un susseguirsi di successi finanziari senza precedenti per la Chiesa cattolica.
Quando all’età di ottantotto anni, Nogara morì a Milano nel 1958, il cardinale Francis Spellmann, arcivescovo di New York e potentissimo membro dei Cavalieri di Malta dichiarò alla stampa: «Dopo Gesù Cristo, la cosa più grande che è capitata alla Chiesa Cattolica è Bernardino Nogara».

Il brano è tratto dal libro Vaticano Massone (Piemme 2013) di Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti

Immagine di apertura: Uno scorcio notturno del colonnato di San Pietro, Città del Vaticano, Roma (foto di Volker Glatsch)

Nato a Padova, laureato in Scienze Politiche, dopo una borsa di studio all’Università di Berkeley, California, (1986/87) e il Dottorato di ricerca in Relazioni Internazionali nel 1989, è stato Assistente universitario di Relazioni Internazioni alle università di Padova, Milano e Bologna, dal 1984 al 1991. Giornalista professionista dal 1994, ha lavorato a "L’Arena di Verona", "Bresciaoggi", "Corriere di Brescia", e nel 1998 a CNN Financial News, New York. Attualmente è caposervizio Interni/Grandi Cronache al "Corriere della Sera". Giornalista di inchiesta, ha scritto "Poteri forti" (Rizzoli 2005), "Opus Dei segreta" (Rizzoli, 2006), "Fratelli d'Italia "(Rizzoli, 2007), "Olocausto bianco", (Rizzoli, 2008), "La società del sapere" (Rizzoli, 2008)," Colletti Sporchi" (con il magistrato Luca Tescaroli, Rizzoli 2008), "L'unto del signore" (con Udo Gümpel, Rizzoli, 2009), "La lobby di Dio. Fede, affari e politica. La prima inchiesta su Comunione e liberazione e la Compagnia delle opere" (Chiarelettere, 2010), "Non voglio il silenzio - Il romanzo delle stragi" (con Patrick Fogli, Piemme, 2011), "Wojtyla Segreto" (con Giacomo Galeazzi, Chiarelettere, 2011), "Vaticano massone" (con Giacomo Galeazzi, Piemme, 2013), "I panni sporchi della sinistra" (con Stefano Santachiara, Chiarelettere, 2013). Nel 2021 ha pubblicato "Potere massonico" (Chiarelettere) e "La Setta Divina" (Piemme). Molti dei suoi libri sono tradotti all’estero.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui