Bari 27 Luglio 2025

Ha impressionato tutti quanto è avvenuto nel pomeriggio dello scorso 28 maggio: un evento catastrofico di grandi dimensioni ha devastato nelle Alpi Svizzere la valle Lötschental, nel Canton Vallese. Un’enorme valanga di ghiaccio frammisto a roccia si è sviluppata lungo il versante settentrionale del Kleines Nesthorn (3.342 metri), uno sperone roccioso del massiccio del Bietschhorn (3.934 metri), coinvolgendo il sottostante ghiacciaio del Birch, e si è riversata con inusitata velocità e violenza sul fondovalle del torrente Lonza, seppellendo sotto una coltre detritica, spessa anche 100 metri, il piccolo villaggio alpino di Blatten. Fortunatamente il paesino era stato evacuato nei giorni precedenti a seguito di alcuni eventi di instabilità segnalati dal monitoraggio condotto da anni dal Politecnico di Zurigo. Il crollo del ghiacciaio e il conseguente impatto è stato così potente che le registrazioni sismografiche sono risultate simili a quelle di un terremoto di magnitudo 3,1 della scala Richter. Il bilancio è tragico: una vittima, il villaggio di Blatten raso al suolo e svariate centinaia di milioni di franchi svizzeri di danni a persone e cose.

Il paesino di Blatten prima e dopo la valanga di roccia e ghiaccio che l’ha distrutto (fonte: rsi.ch)

L’invasione detritica dell’alveo del Lonza e il conseguente sbarramento ha generato un significativo lago di frana. Attualmente il lago è monitorato costantemente, per prevenire ulteriori rischi generati dal cedimento improvviso della diga o dalla tracimazione dell’acqua, fenomeni che causerebbero onde di piena a valle della diga di frana. D’altro canto i centri abitati di Bondo, Brienz, Lostallo, Cevio condividono con il villaggio di Blatten un destino comune: l’incombente rischio di frana sulle popolazioni residenti a causa di valanghe e colate detritiche. In particolare, il villaggio di Bondo, una frazione del comune di Bregaglia, nei Grigioni svizzeri, il 23 agosto del 2017 è stato travolto da una valanga di roccia e ghiaccio partita dal Piz Cengalo. La valanga di roccia e ghiaccio, con un fronte di 40 metri e un volume mobilitato di 3 milioni di metri/cubi, ha spazzato via case e infrastrutture viarie e ha provocato la morte di 8 escursionisti.

Fenomeni tipo Blatten sono per fortuna rari, anche se negli ultimi anni nelle Alpi stanno aumentando. I dati fin qui disponibili provenienti dal monitoraggio e dalle ricerche, portano a ritenere che una delle principali cause della valanga di Blatten sia riconducibile al riscaldamento globale, che sulle stesse Alpi, come evidenziato da studi recenti, procede ad una velocità doppia rispetto alla media mondiale. In particolare, l’innalzamento delle temperature ha prodotto una degradazione del permafrost, generando una significativa circolazione di acqua di fusione nelle fratture del ghiaccio e della roccia. Il permafrost – contrazione dei termini inglesi perennially frozen ground – è quel volume di terreno o roccia che presenta una temperatura minore o uguale a 0 °C per almeno due anni consecutivi, indipendentemente dalla presenza di ghiaccio.

Una bella immagine del ghiacciaio del Rodano con i teli messi a copertura per preservarlo. La loro utilità è discussa (fonte: gognablog, foto Epa/Urs Flueeler)

L’intero Arco Alpino, per i suoi caratteri geologici, geomorfologici, strutturali, climatici e sismici, è una delle aree europee maggiormente soggette a dissesto geo-idrologico, che si esplica con movimenti di massa di vario tipo e dimensione, e con processi erosionali spesso intensi ed accelerati. Studi recenti, condotti dai ricercatori dell’Università di Ginevra, hanno inequivocabilmente evidenziato che negli ultimi anni, specie dal 1985 in poi, nella parte svizzera delle Alpi i crolli di roccia, anche di dimensioni significative, sono aumentati in ragione dell’aumento, anch’esso rilevante, della temperatura dell’aria e della conseguente degradazione del permafrost.
Nel 2023, l’Istituto di Ricerca per la Protezione Idrogeologica del CNR ha aggiornato il catasto delle frane presenti in alta quota nelle Alpi italiane: dal 2000 al 2022 si sono verificate ben 772 frane; e il 36 per cento di queste è riconducibile a frane da crollo rapide e di dimensioni significative. Non solo: buona parte di questi fenomeni si innescano ed evolvono nei mesi estivi e il loro numero sta crescendo: il record di frane si è registrato nel 2022 (71), di cui l’85 per cento nella calda estate di quell’anno.

L’imponente ghiacciaio della Brevna, nel gruppo del Monte Bianco, in uno scatto dell’agosto 2024

Fra le numerose e frequenti valanghe di roccia e ghiaccio che periodicamente coinvolgono le valli alpine italiane, vale la pena ricordare quella avvenuta tra il 14 e il 19 novembre 1920 nel grande ghiacciaio della Brevna, nel gruppo del Monte Bianco. Il 14 novembre, dal fianco sud-orientale del Grand Pilier d’Angle, a monte del grande ghiacciaio della Brevna, si è staccata una spaventosa (svariati metri cubi di volume) massa di roccia e ghiaccio. Massa che ha raggiunto velocità dell’ordine del centinaio di Km/h, ed è piombata sulla sottostante lingua glaciale, nei pressi del villaggio di Case della Brevna. Arrivata a lambire le case, la valanga non ha causato danni alle persone e alle cose, fortunatamente.
Alla luce di questa situazione, ai fini della protezione delle popolazioni residenti e delle attività economiche, assumono particolare importanza le azioni di previsione e di prevenzione dei rischi, di cui è un esempio quanto fatto con la popolazione di Blatten, avvisata, informata e evacuata a tempo debito. E, ai fini della prevenzione, sarebbe particolarmente importante imparare dagli svizzeri: rendere consapevole la popolazione dei pericoli che si corrono in aree come quelle alpine, particolarmente fragili dal punto di vista geomorfologico, mettendo in atto piani di comunicazione del rischio e programmi di educazione ambientale, fin dalla scuola primaria.

Immagine di apertura: il piccolo paese di Blatten, nel Canton Vallese, sulle Alpi Svizzere, distrutto nel maggio scorso da una frana di roccia e ghiaccio (foto: swissinfo.ch)

Francesco Sdao
Nato a Cosenza, laureato in Scienze Geologiche presso l’Università La Sapienza di Roma è Professore Ordinario di Geologia Applicata nella Scuola di Ingegneria dell'Università degli Studi della Basilicata, dove insegna Geologia Applicata. Autore di circa 190 lavori scientifici sulle tematiche di valutazione e di tutela del rischio idrogeologico e ambientale, è stato Editor di alcuni volumi riguardanti tematiche di rischio geologico.

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