Firenze 23 Maggio 2020

Il 6 aprile 1520 scompare a soli trentasette anni il divino Raffaello nel giorno di Venerdì Santo dopo una febbre “continua e acuta”, scrive il Vasari, causata dai suoi “eccessi amorosi”. Cinque giorni dopo, esattamente l’11 aprile, Agostino Chigi, detto il Magnifico, il più grande banchiere europeo, si spegneva nella sua Villa, che tutti chiamiamo Farnesina, perché verrà acquistata da Alessandro Farnese, oggi appartenente all’Accademia dei Lincei. Il mondo di allora salutava così i due uomini più affascinanti di Roma, amati dalle donne e invidiati dagli uomini. Il più grande pittore e architetto di tutti i tempi veniva sepolto nel Pantheon. Sulla sua lapide, l’epitaffio composto da Pietro Bembo, esprime al meglio quanto si poteva dire di lui: «Qui sta quel Raffaello, mentre era vivo il quale, la gran madre delle cose temette d’esser vinta e, mentre moriva, di morire.».
Le spoglie di Agostino, invece, venivano riposte nella cappella di famiglia progettata da Raffaello presso Santa Maria del Popolo. Così il “grande mercante della cristianità”, come lo chiamava il Sultano ottomano, riposa sotto una cupola a mosaico, disegnata da Raffaello e realizzata da Luigi de Pace da Venezia, che presenta una commistione tra simboli pagani e cristiani. Lo schema della cupola ritmata da lacunari che ricordano l’adrianeo Pantheon, trasformano un motivo plastico in un motivo trascendentale con immagini preziosamente incastonate entro una geometria di cornici a stucco dorato.
Ma in che modo Raffaello e Agostino furono legati? Agostino Chigi gestiva le finanze pontificie e sosteneva le imprese belliche di Giulio II, basta ricordare quelle del 1506 mosse dal pontefice contro Perugia e Bologna e seguiva il mecenatismo del pontefice che aveva chiamato a sé i più grandi artisti del suo tempi: Bramante, Michelangelo e Raffaello.

Baldassarre Peruzzi, Villa Chigi (La Farnesina) 1505-1511. Facciata verso il giardino (foto di Veronica Ferretti)

Negli stessi anni in cui il Papa affidava a Raffaello le Stanze Vaticane, Agostino volle far edificare una villa nobiliare suburbana in prossimità del Tevere, dal lato del Vaticano e non troppo lontana dalla Porta Settimiana del quartiere di Trastevere. Affidò l’incarico al concittadino senese Baldassarre Peruzzi che aveva realizzato per il fratello Sigismondo la Villa delle Volte Alte presso Siena. Peruzzi mise al servizio del committente tutte le sue competenze architettoniche, scenografiche, ingegneristiche e di decoratore tra il 1509 e il 1510 realizzò la “villa delle delizie”. Qui Agostino nel 1519 – a distanza da alcuni mesi dalla morte della prima moglie Francesca, dalla quale non aveva avuto figli – decise di sposare in seconde nozze Francesca Ordeaschi, una cortigiana conosciuta a Venezia. Francesca era, per tutta Roma, la premìere dame, oltremodo invidiata per non esser di sangue blu.

Raffaello, La fornarina, (1518-1519) Palazzo Barberini, Galleria Nazionale d’Arte Antica, Roma

Fu allora che Agostino chiamò Raffaello alla Villa e con lui anche la sua amata Margherita Luti, detta  La Fornarina per esser la figlia del fornaio di Trastevere. Il celebre pittore, infatti, viveva al contempo un simile e appassionato amore con la protagonista della sua pittura e pare che la sposasse in segreto perché dopo la morte di Raffaello lei si ritirerà in convento dove in un registro appare «al dì 18 agosto 1520, oggi è stata ricevuta nel nostro conservatorio Madama Margherita vedoa figliuola del quodam Francesco Luti di Siena».

Il programma iconografico di celebrazione delle nozze prevede l’affresco della loggia che al tempo di Agostino si affacciava davanti all’immenso giardino che degradava verso il Tevere.

Raffaello, trionfo di Galatea, 1512 c.a., affresco, Roma, villa di Agostino Chigi, Sala di Galatea (foto di Gianni Crestani)

Il tema era tratto dall’Asino d’oro di Lucio Apuleio, l’amore che cerca l’anima. Nella raffigurazione si rappresenta il compimento del miracolo d’amore che avviene quando s’incontra l’anima gemella, e solo a quel punto, si va in paradiso, si viene portati nell’Olimpo. Una metafora che si presta bene a celebrare le nozze. Nel banchetto degli dei Psiche assurge alle divinità. Nella Loggia di Galatea, invece, Raffaello presenta il trionfo di Galatea e di Aci tratto dalle Metamorfosi di Ovidio e ripreso nelle Stanze di Poliziano. La nereide Galatea, divinità del mare, viene portata su una carrozza-conchiglia da una coppia di delfini assieme ai tritoni, agli amorini e ninfe, mentre volge lo sguardo all’amorino, a simboleggiar l’amore platonico. Raffaello fa esaltare il bel corpo di lei con un mantello, di color rosso pompeiano, che controvento la scopre. Il sublime pittore riunisce riferimenti alla statuaria antica con motivi della pittura parietale romana dando particolare risalto ai rossi e gli azzurri, ai verdi e ai turchesi.
In cosa consiste la bellezza si saranno chiesti Agostino e Raffaello? Nel vento marino che spazza via le nubi del cielo, nei corpi femminili, nella gioia della vita di chi ha occhi per guardare e un cuore per emozionarsi.

Immagine di apertura: Raffaello, particolare dell’affresco della loggia di Psiche della Farnesina (foto di Djedj)

Veronica Ferretti
Pistoiese, storica dell'arte e docente. Laureata all’Università di Firenze è stata direttrice della Fondazione Pistoiese Jorio Vivarelli e successivamente ha lavorato presso la Fondazione di Casa Buonarroti a Firenze. Attualmente è nel CdA della Fondazione dell’Antico Ospedale di Santa Maria della Scala di Siena e collabora con ArtinGenio Museum a Pisa. Ha curato numerose mostre tra le quali quelle di Luciano Minguzzi e di Jorio Vivarelli a Palazzo Vecchio, di Renato Guttuso a Pontassieve, di Michelangelo a Forte dei Marmi e Firenze. Per la Regione Toscana, ha realizzato la mostra permanente sul percorso storico-artistico sulla “Identità della Toscana” a Palazzo Pegaso. Tra le sue numerose pubblicazioni il volume “Ugo Giovannozzi” per le Edizioni dell’Assemblea della Regione Toscana e assieme ad Antonio Paolucci, Francesco Gurrieri e Aurelio Amendola, “I crocifissi di Jorio Vivarelli per le chiese di Giovanni Michelucci”.

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