Bologna 21 Dicembre 2025

Di lei Napoleone diceva: «È l’unico vero uomo degli Asburgo». Nelle corti d’Europa era soprannominata “la Duchessa ribelle”, dal popolo “la Signora” e anche “la Matta”. Di fatto riuscì a liberare per oltre trent’anni il suo piccolo Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla dall’invadenza dell‘Austria, della Francia e della Spagna. Il marito Ferdinando I di Borbone-Parma, nipote del re di Spagna, riconobbe che lei, a regnare, era la più brava: e fece un passo indietro.

Jean Etienne Liotard, “Ritratto dell’arciduchessa Maria Amalia”, 1762, acquerello su avorio, Ginevra, Museo d’Arte e Storia

Maria Amalia Giuseppa Giovanna Antonia d’Asburgo-Lorena (Vienna, 1746 – Praga, 1804), ottava figlia degli imperatori d’Austria, Maria Teresa d’Asburgo e Francesco I di Lorena, il destino l’aveva scritto fin dalla culla: nozze “politiche” per assicurare alla famiglia imperiale le più importanti alleanze d’Europa e poi, zitta e buona, subito a sfornare principini. Di figli ne ebbe 16, di amanti un numero indefinibile, soprattutto tra le sue guardie, ma non abbassò mai la testa davanti alle aspettative altrui e alle convenzioni. Sprezzante dell’etichetta, appassionata di caccia, generosa con i sudditi. Riuscì a dare una svolta non solo alla sua vita, ma anche a quella dei parmigiani e, forse, al costume dell’epoca.
Con l’autoritaria madre ebbe un rapporto conflittuale: l’imperatrice la considerava una “figlia problematica”, un fallimento diplomatico. Delle parole d’ordine dell’imperatrice, «Non ti dimenticare mai chi sei, e di chi sei figlia», Maria Amalia se ne infischiava.

Pompeio Batoni “Maria Amalia con la famiglia”, 1776, acquerello, Vienna,  Amministrazione Federale del Mobile

L’arciduchessina era bella, elegante, parlava più lingue, aveva una voce seducente e talento per il disegno. Al suo debutto in società, nel 1765, per le nozze del fratello, l’arciduca Giuseppe, si fece subito notare tra gli aristocratici d’Europa. Era ormai in età da marito, ma non accettava le imposizioni materne, volte a siglare alleanze strategiche attraverso i matrimoni. La sorella Maria Carolina era andata in sposa a Ferdinando IV di Napoli, per Maria Antonietta era stato combinato il matrimonio con il delfino di Francia. Ora la pedina diplomatica era lei, Maria Amalia. A vent’anni si innamorò, ricambiata, del principe tedesco Carlo di Sassonia, affascinante rampollo, bello ed elegante, che frequentava la corte di Vienna. Lui, di lignaggio inferiore, osò chiederla in moglie, ma Maria Teresa e il suo ministro von Kaunitz si opposero. Per loro Maria Amalia avrebbe dovuto sposare il duca di Parma, Piacenza e Guastalla, per rafforzare il legame con i Borbone e l’influenza austriaca in Italia. Eppure, alla sorella Maria Cristina, la figlia preferita dell’imperatrice, era stato consentito un matrimonio d’amore con uomo di rango inferiore, Alberto di Sassonia-Teschen. A Maria Amalia, invece, venne detto “no”: e lei non lo perdonò mai alla madre. Così iniziarono la sua resistenza sommersa e il riscatto.

Pietro Melchiorre Ferrari, “Ritratto di Guillaume du Tillot”, seconda metà del Settecento, olio su tela, Parma, Museo Glauco Lombardi

Il 27 giugno 1769, nella chiesa degli Agostiniani di Vienna, venne celebrato il matrimonio per procura con Ferdinando I di Borbone, di cinque anni più giovane di lei, bigotto, disinteressato alla gestione del potere. Le nozze “vere” furono a Parma, nel Teatro Ducale (l’attuale Regio), nell’agosto del 1769, con grandi festeggiamenti. Distante dalla corte di Vienna e dalle interferenze dirette della madre, Maria Amalia si rese conto che aveva nuove possibilità. E cominciò a camminare da sola, senza considerare le continue lettere e gli ambasciatori che l’imperatrice madre le inviava. In due anni la duchessa riuscì ad “eliminare” il simbolo della tutela spagnola e francese, l’uomo di fiducia del re di Spagna: il ministro Guillaime Du Tillot, caduto definitivamente in disgrazia nel 1771, con un golpe orchestrato dalla duchessa in combutta con una fazione di nobili locali. Il gossip di corte diceva che Maria Amalia sospettava che Du Tillot avesse cercato di avvelenarla. E convinse il debole consorte Ferdinando a cacciarlo. Adesso lo scettro del ducato lo stringeva in mano lei.

Martin von Meytens, “Ritratto dell’arciduchessa Maria Amalia in abito da corte”, 1760, olio su tela, Vienna, Castello di Schoenbrunn

Du Tillot aveva imposto un’etichetta austera? Maria Amalia trasformò la corte all’insegna dello sfarzo e del divertimento. Il melodramma e il balletto erano la sua passione: il teatro ducale rifiorì con produzioni sontuose. Addio sobrietà anche nell’architettura e negli arredi: ecco un’esplosione di mobili rococò e neoclassici, come a Vienna e Versailles. La Reggia di Colorno divenne il centro della vita di corte: memorabili le feste, con balli e banchetti. Sempre scandalosa, Maria Amalia: per i poveri organizzava tavolate con lo stesso cibo dei ricchi, andava in visita ai sudditi malati di vaiolo, mettendo a rischio la sua incolumità. In città, il palazzo della Pilotta rimase il centro amministrativo, ma anche qui la duchessa lasciò la sua impronta, rivoluzionando stanze e riti. Il Casino dei Boschi, appena fuori Parma, divenne la sua residenza di villeggiatura. Battute di caccia, lunghe cavalcate, passeggiate nei boschi. E poi la moda: Maria Amalia fu un’icona di stile, con i suoi abiti sontuosi, i gioielli, le acconciature elaborate. Lusso e splendore, musica e arte, mecenatismo culturale sulle orme di Vienna e Parigi, erano di fatto i suoi strumenti per far parlare le aristocrazie europee. Inutili i continui rimproveri della madre: ormai Maria Amalia correva da sola.

Il casino dei boschi, residenza di vacanza di Maria Amalia

E correvano anche i pettegolezzi. Era famosa per i suoi amanti e l’amore per le uniformi. La madre la rimproverava per il suo comportamento inadeguato ad una principessa asburgica? Maria Amalia si avventurava in nuove scoperte. Nel 1778 scalò il monte Caio, lasciando di stucco i sudditi, e nel contempo valorizzando una zona che secoli dopo sarebbe diventata il Parco regionale dei Cento Laghi. Nel 1780, negli attuali Boschi di Carrega, in un angolo chiamato Faggeta di Maria Amalia, fece costruire un bagno campestre termale, la Grotta di Maria Amalia, un insieme di vasche e serbatoi alimentati da acque sotterranee, che ha resistito fino ad oggi. Cantava e recitava durante gli spettacoli a corte, partecipava a dibattiti pubblici al Collegio Lalatta (oggi Convitto Maria Luigia), dove arrivava a cavallo scortata dalla sue guardie, scriveva copioni teatrali. Si interessava di persona all’educazione dei figli.

Johannes Zoffany, “Ritratto dei principi di Parma Ludovico, Carolina, Maria Antonia e Maria Carlotta”, 1778, olio su tela, Vienna, Kunsthistorisches Museum

Poi arrivò la bufera rivoluzionaria, con grandi dolori per la duchessa. Lo strazio totale fu la morte sotto la ghigliottina della sorella Maria Antonietta, imperatrice di Francia, nel 1793. Una elle ultime lettere, prima del patibolo, fu proprio per Maria Amalia. Racconta una figlia: “«Alla notizia della morte della sua amata sorella, mia madre rise, poi si mise a piangere e cadde a terra. Fu l’unica volta che la vidi perdere il controllo». Smise di parlare francese e lo vietò nel ducato. Fu l’inizio della sua svolta reazionaria.
Nel 1796 Napoleone invase l’Italia e Ferdinando dichiarò neutrale il Ducato per evitare il rischio di una guerra. Per tutta risposta, il generale entrò a Parma e mise agli arresti Maria Amalia e il marito, confinandoli nella Reggia di Colorno. A Ferdinando, Napoleone propose il Regno d’Etruria, che su richiesta sdegnata di Maria Amalia venne rifiutato, per essere concesso nel 1801 al figlio Ludovico. Il consorte Ferdinando morì nel 1802 e sul letto di morte la nominò capo del consiglio di Reggenza a Parma. Durò tredici giorni: poi i francesi costrinsero Maria Amalia e le figlie ad abbandonare Parma.

Domenico Muzzi, “Ritratto di Maria Amalia d’Asburgo col cane”, 1799, olio su tela, Parma, Galleria Nazionale

Aveva regnato per 34 anni. Lasciò il Ducato con nove carrozze e qualche domestico rimasto fedele. L’imperatore Francesco II, suo nipote, le impedì di insediarsi a Vienna: allora si rifugiò a Praga, dove visse gli ultimi anni nel castello della città.

Morì nel 1804. Nessun membro della sua famiglia d’origine, gli Asburgo Lorena, partecipò al funerale, ma ebbe tante dimostrazioni d’affetto dal popolo. Aveva scelto lei stessa la sua bara e l’abito da indossare nella sepoltura, marrone, con il cappello dello stesso colore. Il suo cuore venne sepolto nella cripta viennese che custodisce le vestigia degli Asburgo.

Immagine di apertura: Carlo Angelo dal Verme, Ritratto di Maria Amalia in veste di Diana cacciatrice, 1772, olio su tela, Parma, Galleria Nazionale
.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.