Milano 27 Gennaio 2025
«Alla mia morte non fate troppo rumore, perché in fondo non sono che una donna che ha vissuto un’epoca più grande di lei». Così parlava di sé Marie Luise – anzi, Maria Luigia, poiché italianizzò il suo nome, nel 1816, con un decreto -, indimenticabile duchessa di Parma, Piacenza e Guastalla, la nobildonna che convinse i suoi sudditi paesani di vivere nell’ombelico di un impero.

Forse non ci credeva neppure lei, Maria Luigia, che la sua epoca l’ha cavalcata da amazzone provetta qual era, messa in sella da Napoleone Bonaparte, primo marito nonché maestro personale di equitazione. Ego smisurato, assoluta consapevolezza di quello che voleva, aria docile ma resistente a tutto, sensualità spinta oltre le convenzioni, sorriso e volontà di ferro. Anche se i suoi modelli erano gli imperi asburgico e francese e si è ritrovata nella piccola provincia, anche se aveva vissuto nel lusso totale di Versailles e la sua reggia era diventata un palazzotto di Parma. Alla fine, con la dolcezza, seppur nata femmina nell’Ottocento, è riuscita a fare quello che le pareva.

A Parma è rimasta un mito, un punto di riferimento nei secoli successivi, talvolta perfino soffocante per il continuo richiamo al passato. Ma tutto, ancora oggi, parla di lei. Parma città del bel vivere, tra buon cibo e ottima musica. A partire dalla vita quotidiana, senza scomodare le grandi opere, che pur fece realizzare, dando alla città quel volto neoclassico che la rende così elegante: il colore delle case, giallo Maria Luigia, la sua tinta favorita; la Violetta di Parma, profumo estratto dal fiore più amato; la torta Duchessa, creata da uno chef di corte in suo onore, dolce ancora oggi in tutte le pasticcerie; gli anolini, tortellini ripieni in brodo, tanto che s’usa citare ironicamente il motto “solo al re anolino la duchessa fece l’inchino”; il tortel dols, che la Duchessa offriva ai barcaioli sul Po, la cui ricetta è tutelata da una Confraternita; il liquore Maria Luigia, a base di erba cedrina, detta anche erba Luigia.

E, soprattutto, la passione per la musica, lei che ne era innamorata e aveva intuito la natura dei parmigiani, sempre pronti a suonare e cantare, tanto che fece realizzare il Teatro Ducale, diventato poi il Regio, edificio costato una follia, modello per tutti i teatri italiani successivi, e s’inventò una politica di biglietti a prezzi bassi perché gli spettacoli non fossero riservati ai ricchi. E poi, ancora, l’orchestra ducale, la biblioteca, il Museo di antichità, l’Accademia di belle arti, la Pinacoteca, l’università con i gabinetti di lettura, i fogli periodici, il restauro della Reggia di Colorno con un giardino alla francese, i ponti sul Taro e sul Trebbia, l’attenzione alla salute, in particolare a quella delle donne, con l’Istituto di maternità e la Clinica ostetrica.
Rombo di cannoni e rintocchi di campane, così si svegliarono i viennesi lunedì 12 dicembre 1791: era l’annuncio della nascita di Maria Ludovica, Leopoldina, Francesca, Giuseppa, Teresa, Lucia d’Asburgo, primogenita dell’arciduca Francesco d’Asburgo-Lorena e della principessa Maria Teresa di Borbone-Napoli. Una primogenita femmina. Ma non si fasciavano la testa, gli Asburgo, anzi: il ricordo di Maria Teresa, pugno di ferro, aveva cancellato il pregiudizio che le donne non potessero reggere uno stato. Sul motto “Tu, felix Austria, nube” – “Tu, Austria felice, ti espandi grazie agli sposalizi”-, la dinastia ci marciò, tanto che all’inizio del XVIII secolo si parlava di “gineceo viennese”, per alludere alla prolificità delle principesse. Sarà il primo di 13 parti che stremeranno la giovane Maria Teresa, seconda moglie di Francesco, rimasto vedovo pochi mesi prima della principessa ventenne Elisabetta del Wurttemberg.

La neonata era bionda, carina, paffutella, fin da subito una bimba adorabile: del resto i capricci, alla corte asburgica, venivano risolti senza troppe incertezze pedagogiche. Come venne educata? Maluccio, genitori assenti, affidata a stuolo di dame e cortigiane. Un’educazione all’insegna della censura: libri scelti dai precettori, pagine di Orazio e Virgilio strappate e bruciate, solo libri a carattere religioso. Sesso questo sconosciuto, perfino gli adorati cagnolini potevano essere solo femmine. Alla soglia delle nozze, era convinta che per rimanere incinta bastasse scambiarsi un bacio. Tanto disegno e cucito, un’infarinatura di storia e geografia, lezioni di musica e studio delle lingue, per cui era portata, tanto che lei, austriaca, parlava meglio il francese e l’italiano della lingua madre. Di certo, però, non brillava negli studi. Fil rouge dell’infanzia e dell’adolescenza, l’attaccamento alla famiglia e l’odio verso Napoleone, il parvenue corso che tanta paura incuteva agli Asburgo. A riattizzare l’odio per Napoleone, ci si mise anche la terza moglie dell’imperatore: il 13 aprile 1807, a 16 anni, Maria Luisa perse la madre e il padre sposò Maria Ludovica Beatrice d’Este, ventenne stupenda, figlia di quel Ferdinando duca di Modena che i francesi avevano scacciato dai suoi territori. Una matrigna che aveva solo quattro anni più della figliastra, tanto che le due diventarono ben presto amiche, unite dall’odio verso il caporale di Ajaccio che ormai stava alle calcagna dell’imperatore d’Austria.

Intanto il “corso” maledetto, come lo chiamava Maria Luigia, aveva attraversato le Alpi e sbaragliato gli austriaci in Italia. Ma la storia scompiglia le carte. Lui era più narcisista di lei, uno che voleva vincere a tutti i costi: intelligente, instancabile, dormiva pochissimo e cavalcava per intere giornate, aggredendo i nemici con battaglie lampo e portando a casa regni su regni. Dopo due anni, il 18 maggio 1804, si sarebbe messo la corona da imperatore. Ma nelle sue mire c’era l’Austria: nel 1805, ad Austerlitz, stracciò i russi e gli austriaci, tanto che Francesco II mollò la corona del Sacro Romano Impero per accontentarsi di un più modesto titolo da imperatore d’Austria, retrocedendosi da solo di un grado, cioè a Francesco I. Nel 1805 Napoleone entrò a Vienna, scorrazzando con i suoi ufficiali nei palazzi imperiali di Schoenbrunn, mentre la famiglia asburgica se la dava a gambe verso la Polonia, con codazzo di carrozze e cortigiani.

Finalmente si annunciò la pace, ma per poco: nel 1809 Napoleone tornò di nuovo a Vienna, mentre Maria Luisa e la neo moglie del padre scappavano a Budapest, in attesa di trattative che le riconducessero a casa. Dietro le quinte, il regista Metternich studiava come piazzarla nel letto del nemico dell’Austria. E saranno le nozze del secolo, quelle tra la principessina e il tenebroso tenente di Ajaccio che aveva strappato le corone ai re di Spagna, Napoli, Portogallo, Olanda e Vestfalia per regalarle a sorelle, fratelli e cugini vari. Nozze combinate, ma alla fine, in un qualche strampalato modo, felici. A Napoleone mancava un erede con il timbro della nobiltà; gli Asburgo, stremati dalle batoste, per non farsi scappare l’impero, giocavano l’asso della bella e ingenua diciottenne. Ecco allora il padre sconfitto che estrae la carta della figlia dal sangue blu con la fama di prolificità degli Asburgo. Lui però era già sposato (e innamorato) di Giuseppina Beauharnais, la creola spendacciona che lo cornificava, inoltre senza dargli eredi. Il divorzio arrivò in un baleno e, intanto, era partito l’ineluttabile treno delle nozze imperiali. Dapprima Maria Luisa sperò che il padre la salvasse, poi bussò da Metternich: «È la volontà di mio padre? Se questa alleanza gli fa piacere, avrò la consolazione di essermi assoggettata ai suoi voti».

L’11 marzo 1810 nell’Hofburg, si celebrarono le nozze per procura. Al posto del marito c’era Carlo d’Asburgo, fratello di Francesco, l’uomo che aveva sconfitto Napoleone a Aspen e Essen. Lei aveva addosso uno dei doni dello sposo: una spilla con il ritratto di Napoleone, ornata di enormi brillanti. L’aveva coperta di regali, Napoleone: ecco allora una cesta zeppa di gioielli, abiti per tutte le occasioni, dozzine di guanti e ventagli, e per l’igiene quotidiana, dal lavandino al bidet, tutto in oro massiccio e argento. Due giorni dopo iniziò il viaggio dell’imperiale sposina verso la Francia. Il corteo nuziale era formato da 400 cavalli da carrozza ed era diretto a Compiègne, dove l’attendeva lo sposo. Ma Napoleone, ufficiale e gentiluomo (altro che Richard Gere), sbaragliò l’etichetta: prima di arrivare a Compiègne, fece fermare la carrozza con le insegne imperiali: «Non volevo che lei si accorgesse che ero io», ricorderà in seguito, raggiungendo a cavallo a sorpresa, quella sposina che non aveva mai incontrato di persona. Aprì lo sportello della carrozza e balzò dentro, la baciò: «I ritratti, Maestà, non le rendono giustizia», commentò lei. Nella camera nuziale, Napoleone fece di tutto per piacere. E si direbbe che ci riuscì. Anche lei, però, non scherzava, se è vero, come riportano le storie, che, dopo la prima notte, Napoleone si sarebbe abbandonato a un commento con un suo cameriere: «Sposati una tedesca. Sono le migliori donne del mondo, dolci, buone, fresche e ingenue come le rose».

E lei al padre scriverà: «La sua profezia, caro papà, si è avverata: sono felice. Egli mi ama e io lo contraccambio». Ventidue anni più anziano di lei, Napoleone risvegliò la fortissima sensualità di Maria Luisa, un tratto che non l’abbandonerà più, neppure in vecchiaia. Il matrimonio civile fu celebrato a Parigi: Napoleone in un manto rosso fiammante, Maria Luisa in un abito neoclassico con scollatura vertiginosa sormontata da una collana di smeraldi, alla moda francese, e il manto imperiale in ermellino e seta ricamata d’oro. Il corteo attraversò tutta Parigi fino alle Tuileries. Due mesi dopo, Maria Luisa annunciò al padre di essere incinta: «L’imperatore ne è immensamente felice». Il parto sarà doloroso, il neonato si presentava in posizione podalica e i medici avvertirono il futuro padre: «O la mamma o il bambino». E Napoleone, in tempi i cui le partorienti venivano sacrificate senza batter ciglio, decise fulmineamente:«Salvate la madre». Non ce ne fu bisogno: il bebè, nato alle nove del 20 marzo, era un maschio, 9 libbre di peso e alto ben 20 pollici per la felicità del padre, la cui altezza lasciava a desiderare. Festa grande in tutta la Francia. Per l’Aiglon, la piccola aquila, battezzato Napoleone come il padre, Francesco come il nonno materno e Giuseppe come il fratello maggiore dei Bonaparte, Napoleone perse la testa: gli mise a disposizione un corteo con due medici, un vaccinatore, 18 balie, un corredino costato 120mila franchi, tre culle preziose. Ma soprattutto era pronto a mollare gli affari di stato per giocare con il figlio così amato, tanto da far ingelosire Maria Luisa, che nei panni di madre stava ancora un po’ stretta. Si era invece ben abituata ai lussi della corte francese, ad essere coccolata, portata in palmo di mano come imperatrice di Francia. Saranno due anni tutto sommato sereni, con l’imperatore ancora lontano dalle guerre, addirittura ossessivo con lei nel seguirla passo dopo passo, vestiti, lunghe cavalcate, musica e balli. Dimostrando la sua grande capacità di adeguarsi alle situazioni, Maria Luisa era perfettamente entrata nel ruolo di imperatrice.

Ma durerà poco: perché la sirena della guerra seduceva sempre Napoleone. Arriviamo alla campagna di Russia, che gli costerà cara. Anzi: gli costerà tutto. Prima di partire, affidò alla moglie la reggenza dell’Impero per facilitare il futuro dell’erede. Il 24 gennaio 1814 salutò Maria Luisa, baciò l’Aiglon e partì. Non li rivedrà mai più. Il 28 marzo i cosacchi nemici invasero la capitale, all’alba del 29, mentre l’impero andava in pezzi, Maria Luisa provò a fare un atto di coraggio autentico, cioè comunicò al consiglio di reggenza di voler aspettare gli invasori a testa alta, con il piccolo in braccio. Ma andò all’opposto. Scene da caduta dell’impero: la fuga precipitosa, con l’Aiglon attaccato alla balaustra che non voleva lasciare il palazzo. Maria Luisa tornò a Vienna. Crollato nella polvere, Napoleone si ritrovò solo: firmò il trattato di Fontainebleau, chiedendo alla moglie di raggiungerlo all’Elba. Ma lei aveva fatto la sua scelta, anche se lo illudeva, gli scriveva che non l’avrebbe mai lasciato. Napoleone, invece, ormai era scomparso dal suo orizzonte. Era determinata a tornare a Vienna con il bambino, che però si disperava per il padre. Iniziò allora per il piccolo un’opera di rieducazione per fargli dimenticare il passato, la Francia, il fatto di essere il re di Roma: gli Asburgo arrivarono anche a cambiargli nome, non era più l’Aiglon, Napoleone II, re di Roma, ma Franz. Napoleone protestava: «Mia moglie non mi scrive più, mio figlio mi è stato tolto. Non esiste un esempio di tanta barbarie».

Lei l’8 aprile scriveva al marito che l’avrebbe raggiunto, il 20 tirava il freno a mano: «Verrò per dovere», pur sapendo che mai l’avrebbe fatto. Il trattato di Fontainebleau, firmato a Parigi l’11 aprile 1814, assegnò all’imperatrice il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla, stabilendone la trasmissibilità al figlio (ma poi gli verrà tolta e affibbiato solo l’inutile titolo di duca di Reichstadt). E Metternich tesseva le fila: lei, da Vienna, si era messa in testa di andare in vacanza in Savoia, a Aix-les-Bains, per riprendersi dagli choc. Tutti in famiglia si opponevano, ma l’astuto Metternich le diede il via libera, mettendole al fianco il fidato Adamo Adalberto conte di Neipperg, generale di divisione. Gran bell’uomo con la fama di libertino, sposato, cinque figli, aveva un carattere completamente diverso da Napoleone: quanto l’uno era decisionista, tanto l’altro la lasciava fare, circondandola di premure e cortesie. Neipperg doveva essere uno spione per Metternich, controllare che l’imperatrice non si sentisse via lettera con il marito. Ma tra i due scattò una scintilla, a luglio 1814, nel clima rilassato della vacanza. Lei s’innamorò sul serio e lo rimarrà fino alla morte dell’amante, lui sembrò subito perdere il lato avventuriero, trasformandosi in un gentiluomo solido e pacato. La storia d’amore era ormai consolidata. Ma il 7 marzo 1815 si diffuse tra i partecipanti al congresso di Vienna una notizia agghiacciante: Napoleone era fuggito dall’Elba e stava marciando su Parigi. Maria Luigia venne informata da Neipperg. Giorni convulsi: il 18 giugno 1815 Napoleone venne definitivamente sconfitto nella battaglia di Waterloo e sbattuto a Sant’Elena, dove morirà nel 1821. A Maria Luigia si spalancarono le porte del desiderato Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla.

Aveva scelto la sua nuova vita. Abbandonò il piccolo Franz a Vienna, lo vedrà sempre pochissimo e il suo rapporto con lui è raggelante: gli terrà nascosta la sua nuova vita familiare a Parma e di fatto il bambino, “il bellissimo prigioniero”, resterà recluso nella corte dorata di Vienna e morirà di tisi a 21 anni, con la madre accorsa al suo ultimo respiro. Il 20 aprile 1816 alle tre del pomeriggio Maria Luisa fa il suo ingresso trionfale a Parma affiancata dal cavaliere Neipperg, che sposerà alla morte di Napoleone. Inizia la sua nuova vita e saranno trent’anni felici. Fu un’ottima amministratrice del regno che “ha le dimensioni dei miei desideri” e una donna realizzata negli affetti e nella famiglia. Da Neipperg ebbe altri figli, Albertina e Guglielmo, e creò una dimensione intima ben diversa da quella delle grandi corti in cui aveva vissuto. Rimasta vedova di Neipperg, morto nel 1829, si risposerà una terza volta, il 17 febbraio 1834, con il gentiluomo di corte Charles-René de Bombelles ma, secondo le cronache, non si tirava indietro, ultracinquantenne, davanti a tresche con avvenenti e giovani cortigiani.

Morirà il 17 dicembre 1847, dopo una breve agonia e lasciando un testamento dettagliato al millesimo, persino nella distribuzione dei suoi lavori di cucito (oggi custoditi al Museo Glauco Lombardi). Da imperatrice adulata dal mondo, ma con le mani legate, a granduchessa di una piccola terra, di cui ha potuto fare il bene nei secoli, Maria Luigia ci sorride con la sua bocca asburgica per ricordarci che nella vita si deve scegliere quello che ci aggrada. Ma senza esagerare. Lei l’ha fatto, infischiandosene del rango e delle convenzioni sociali.
Immagine di apertura: Francois Gérard, Ritratto dell’Imperatrice Maria Luisa, 1810, olio su tela, Parigi, Museo del Louvre




