Milano 25 Aprile 2021

«L’intento è mostrare la faccia più ruvida, sottovalutata e indigesta della Milano del writing: il bombing, ovvero la pratica dell’aerosol writing in contesti non consentiti, dunque illegali, il cui obiettivo unico è quello di scrivere il proprio nome perché lo legga il maggior numero possibile di persone». Si presenta così, senza sconti e con la crudezza che quella pratica richiedeva, la nuova edizione del libro di Corrado Piazza, che da anni si interessa a questo movimento artistico, Buio dentro. 1987-1998. L’età leggendaria del writing underground a Milano (Shake Edizioni).

La copertina del libro “Buio dentro: 1987-1998. L’età leggendaria del writing underground a Milano”, di Corrado Piazza (Shake edizioni)

Un volume che trasforma la cronaca in storia, racconta aspetti sociali e politici, coglie l’essenza umana e artistica di quegli “eroi per caso”, capaci di rischiare vita e fedina penale purché il pezzo fosse originale. Loro, a distanza di tempo, sembrano sempre più “eroi” e meno “per caso”, testimoni e protagonisti della via italiana ai graffiti, partita dagli esempi americani, ma capace di sviluppare stili e varianti autonome, con un messaggio che è stato una dichiarazione di esistenza in vita, artistica e non solo.
Piazza parte da nomi storici quali Fly Cat, Mad Bob e altri, per poi affidarsi alle voci dei protagonisti, che portarono il lettering (le lettere disegnate) dai treni alle banchine e, poi, alle gallerie. Damage, Napalm, Cyborg, Noce, Furto (e tanti altri): riecheggiano i nomi di battaglia e si snodano avventure incredibili, il racconto degli accessi notturni – con le chiavi (duplicate) o senza – e diurni, gli inseguimenti e gli arresti, le amicizie e le competizioni.

Una creazione di “Furto” in un tunnel della metropolitana milanese (da “Buio dentro”)

«Del tunnel – dice Furto – mi piaceva sapere che il tuo pezzo sarebbe rimasto per una vita, che nessuno lo avrebbe mai cancellato. Avrebbe fatto parte della storia». In realtà le infiltrazioni d’acqua nella linea verde e una ripulitura nella linea rossa hanno lasciato ben poco di visibile, per questo la vasta raccolta di immagini in Buio dentro ha grande valore documentario.
Noi abbiamo sentito Alpha, di cui nel libro è riprodotto un lettering realizzato nel 1995 nel tunnel tra Cadorna e Sant’Ambrogio. Oggi imprenditore creativo nel campo della comunicazione, è stato uno dei protagonisti di allora.
«Quel bombing è uno dei tanti che ho fatto – dice -. La mattina si andava in metro da soli o in due, pronti a rincorrere il treno, si sceglieva il punto in galleria dove il pezzo sarebbe stato visto meglio dai viaggiatori. Dopo le 9 il ritmo dei passaggi era ogni 8 minuti invece di 5 e sapevo che avrei avuto più tempo. Entravo nel tunnel seguendo il treno. Facevo cento metri, duecento o di più, e in 8 minuti realizzavo quelle lettere, ALPHA, ben visibili. Stando più a lungo, arrivava un altro treno: mi infilavo sotto al piccolo marciapiede che c’è nelle gallerie lasciando passare la metro e poi su, a finire il pezzo».

Un coloratissimo bombing di “Alpha”

Che cosa spingeva a questa avventura?

«Per me, e credo per tutti gli altri, era un atto di creazione, un’iniezione di adrenalina e di endorfine nello stesso momento, perché c’erano paura e grande attenzione per il gesto, il cuore batteva forte… poi subentrava una grande calma interiore nonostante il rischio. Il writer vive la dimensione di andare dove non si può per lasciare il proprio segno distintivo. Ecco, il perché principale era lasciare il segno. Di notte facevamo sulle banchine lettering sempre più elaborati, personali, evoluti. Negli orari diurni il tempo era poco e più elementi concorrevano all’illegalità: non solo dipingere un muro, ma anche valicare confini dove era vietato l’accesso. Però io dovevo passare di lì e dire: quel muro lo prendo io, qui tutti dovranno leggere il mio nome. E se un altro writer lo ha fatto lì, io lo faccio più in là; e se ha fatto la firma in alto, io la faccio ancora più in alto. Era una sfida con se stessi e tutti concorrevano ad alzare la posta in gioco».

Un altro lettering: l’autore è “Noce” (da “Buio dentro”)

Con la “fissazione” delle lettere…

«Sì, a differenza degli street artist di oggi che cercano la comunicazione e la notizia lavorando sulle iconografie e sull’intervento urbano con razionalità e progettualità, noi eravamo più istintivi e patiti per il lettering. Era il nostro tarlo. Come è strutturata la A? Per noi era tutto, il gesto, il collegamento era costruire un nome che avesse equilibri per noi perfetti, che alcuni sono riusciti a far percepire a tutta la community. L’identità non è soltanto mettere il nome sul muro ma avere un segno unico: potresti essere a 200 metri, non leggere, e capire che quella roba è mia. Ognuno di noi aveva riferimenti e creava mondi: come una sua capacità di portare avanti un’idea di stile».

Che cosa  è rimasto di quel tempo?

«Una formazione culturale indelebile. Nella strada trovavi tutto: i problemi, ma anche tutte le risposte. La maggior parte di noi erano bravissimi ragazzi, di famiglie con valori solidi, benestanti e non, anche popolari, perbene nell’anima. Ma c’era anche gente un po’ complessa con storie difficili. Il bombing era un livellatore; quando eri davanti ad un muro contava solo ciò che sapevi esprimere, essere audace e presente. E questo resta nel sangue. Nella mente di uno che è stato writer c’è un grande senso estetico: delle misure, degli equilibri, dei collegamenti. Noi vedevamo il gesto dell’autore nelle opere».

Ancora un bel graffito di “Alpha

Adesso la vostra è considerata arte……

«Oggi i giovani sono meno disposti ad accettare una disciplina in modo così “religioso”, una sola via. Noi religiosi lo eravamo davvero. Per fare un muro c’era un rituale: stavi davanti, lo guardavi, immaginavi, poi iniziavi a dipingere, si cominciava a tracciare, poi tutte le fasi. Noi eravamo contro quelli che scrivevano sui monumenti o sui palazzi storici, poveri imbecilli! Amavamo ornare banchine e treni, perché erano grigi e con pannelli irresistibili per chi ama lo spray. Per noi portare il colore era dare un contributo. All’epoca non mi accorgevo che stavo partecipando a un pezzo di storia e di una forma d’arte così importante di Milano, l’ho scoperto in questi ultimi anni, perché sono state fatte mostre, una in particolare in Triennale, sono usciti libri e continuano a parlare di me e dei miei amici».

Immagine di apertura: foto di StockSnap

 

Messinese, laureato in Giurisprudenza, è giornalista professionista dal 1973. La sua carriera si è svolta tra Milano e Messina: ha lavorato per il quotidiano “Gazzetta del Sud” (Responsabile del settore Cultura e Spettacoli), poi per il settimanale “OndaTivù” (Caporedattore), del gruppo Giorno-Nazione-Carlino. Ha collaborato a lungo con diverse testate nazionali, fra cui le riviste Rizzoli “Anna”, “Novella 2000” e “Salve”. Dal 1978 si occupa di critica teatrale e dal 2004 di critica d’arte. Dal 2004 al 2008 è stato docente a contratto di Storia della Televisione all’Università di Messina, Facoltà di Lettere e Filosofia, corso di laurea specialistica in Scienze dell’Informazione giornalistica. Tra i suoi libri, “Giovanni Paolo II. 1978-2003”, Camuzzi Editoriale (2003), “La Sicilia al tempo del Grand Tour”, GBM Edizioni (2009), “Teatranti” (2013) e “Scrissi d’Arte” (2018), entrambi con Pungitopo. Per i ragazzi ha scritto "Annibale" (1996), la riduzione di "Nostromo" di Conrad (1998) e "Hercules” (2000), pubblicati da La Spiga.

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