Al pianterreno del mastodontico Istituto Curie, nel cuore di Parigi, c’è il museo dedicato alla grande scienziata polacca dove sono conservati la scrivania, il laboratorio, le strumentazioni originali. E se ci si affaccia sul giardino, si vedono affiancate le statue di Madame Curie e di suo marito Pierre. Un’unione di sentimenti e di lavoro, che durò fino alla prematura scomparsa di lui nel 1906.

La copertina del libro di Rosa Montero “La ridicola idea di non vederti più” edito da Ponte Alle Grazie

Ripercorre ora la loro storia d’amore la giornalista spagnola Rosa Montero, in La ridicola idea di non vederti più, pubblicato di recente da Ponte Alle Grazie (nella rubrica Cinestar Giuseppina Manin ci racconta due film su di lei che vedremo nella sale quando sarà finita l’emergenza coronavirus). Marie (1867-1934) incontrò per la prima volta Pierre a Parigi nella primavera del 1894 dopo essersi laureata in Fisica alla Sorbona; aveva 27 anni, viveva nella capitale francese dal 1891, ed era magrissima: mangiava quasi esclusivamente rafani e ciliegie. Un amico comune, un fisico polacco, li invitò entrambi a cena. Molti anni dopo, Marie descrisse così il loro primo incontro: «Mi sembrò giovanissimo sebbene avesse trentacinque anni. Mi colpirono l’espressione del suo sguardo chiaro e la leggera aria di abbandono della sua figura slanciata. Intavolammo una conversazione su questioni scientifiche…. Malgrado le differenze fra i nostri Paesi di origine (lui era francese, n.d.r), esisteva un’affinità stupefacente nella nostra concezione della vita…». Pierre, fisico e matematico, era bello, più bello di lei, ma un po’strano: nonostante l’età non più giovanissima, viveva con i genitori, non aveva ancora ottenuto il dottorato e lavorava alla Scuola Municipale di Fisica e Matematica industriale, un’istituzione modesta all’epoca. Fu un colpo di fulmine? Pare di sì, almeno per lui che soltanto due mesi dopo le scriveva: «Sarebbe stupendo, anche se non mi azzardo a crederci, passare la vita l’uno accanto all’altra…». Ma Marie resisteva, combattuta fra il desiderio di sposare Pierre e il senso del dovere che le imponeva di tornare in Polonia ad occuparsi del padre. Ma alla fine (passò un anno) vinse l’amore; nel 1895 i due si sposarono con rito civile a Parigi. Ebbero in regalo due biciclette e trascorsero il loro viaggio di nozze pedalando in giro per la Francia.

Una passione che condivideranno sempre, come quella per la scienza. «La nostra convivenza era molto stretta – scriveva ancora Marie – ; avevamo gli stessi interessi: lo studio teorico, gli esperimenti in laboratorio, la preparazione delle lezioni e degli esami». Non condividevano, invece, i lavori domestici e la cucina, ma siamo nell’Ottocento. Nel 1897 nacque la loro prima figlia, Irene. Marie nel giro di pochi mesi rimase senza latte e dovette assumere una balia, cosa che le creò uno stato d’ansia continuo: scappava dal laboratorio per controllare che la piccola stesse bene e poi tornava al lavoro. Il suocero rimase vedovo e, fortunatamente, si trasferì da loro occupandosi della bambina. Così Marie riuscì a continuare le sue ricerche, ma pagò, comunque, la maternità e il ruolo di moglie; si ritrovò a fare marmellate mentre il marito pubblicava lavori scientifici. In mezzo a mille difficoltà, non ultima la miserabile tettoia che fungeva da laboratorio con i vetri incrinati e una piccola stufa di ferro per scaldarsi, Marie cominciò a lavorare con la pechblenda, un minerale che contiene uranio, scoprendo grazie all’elettrometro piezoelettrico inventato da suo marito, che il minerale aumentava la conduttività dell’aria più dell’uranio. Evidentemente conteneva qualche elemento più radioattivo di quest’ultimo. Pierre lavorò con lei (si trattava di processare grandi quantità del minerale, tonnellate) e alla fine i due riuscirono ad estrarre il polonio (chiamato così in onore del Paese di origine della scienziata) e il radio nel 1898 e ad isolare poi quest’ultimo nel 1902. I Curie divennero subito famosi, e nel 1903 vinsero il Nobel.

Un’immagine che rende l’idea di quanto Maria fosse identificata con la scoperta del radio (immagine di OpenClipart-Vectors)

La radioattività divenne il nuovo mito; curava tutto, dal cancro all’impotenza, dalle nevralgie all’invecchiamento della pelle. Fiorirono cosmetici – rossetti, creme, cipria – al radio, unguenti miracolosi (interessante l’esposizione di questi portenti al museo Curie) e dentifrici che fulminavano la carie. Loïe Fuller, la ballerina che rivoluzionò la danza della Belle Époque, morì a Parigi nel 1928 per un tumore provocato dalle ali di farfalla che utilizzava nei suoi spettacoli, rese fluorescenti dal radio. A Pierre venne offerta la cattedra di Fisica alla Sorbona, mentre a Marie fu riservata la più modesta carica di direttrice di laboratorio. Ma l’amore fra i due non fu incrinato da gelosie: nel 1905 misero al mondo una seconda figlia, Eva-Denise. Il matrimonio durava da undici anni quando il 19 aprile del 1906 Pierre scivolò sotto una pioggia torrenziale e fu investito dai cavalli e dalle ruote di un carro. Marie era andata a fare una gita in campagna con le figlie. Scrisse nel suo diario: «Uscivi, avevi fretta, io mi stavo occupando delle bambine e te ne andavi, chiedendomi a bassa voce se sarei venuta in laboratorio. Ti ho risposto che non lo sapevo e ti ho chiesto di non farmi pressioni. L’ultima frase che ti ho rivolto non è stata una frase di amore e di tenerezza. Poi ti ho visto soltanto ormai morto». E ancora: «Volevo concedere alle bambine un altro giorno in campagna. Perché ho sbagliato in quel modo? È stato un giorno in meno che ho vissuto con te». E un mese dopo scriveva nel suo diario: «Mio piccolo Pierre, voglio dirti che mi hanno nominato al tuo posto (ebbe la cattedra di Fisica alla Sorbona appartenuta al marito, n.d.r). e ci sono stati degli imbecilli che mi hanno fatto le congratulazioni…».
Dopo, la vita andò avanti: Marie fondò l’Istituto Curie, ebbe un nuovo amore, un altro Nobel, vide crescere le figlie.

Immagine di apertura: Pierre e Marie Curie in laboratorio a Parigi pochi mesi dopo il loro matrimonio (fonte: New York Public Library)

Franca Porciani
Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017).

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