Milano 21 Dicembre 2021

L’allarme bombardieri su Pavia scattò alle 11 del mattino del 4 settembre 1944. Obiettivo erano i ponti sul Ticino. Cinquantadue B25 Mitchell del 321° Bomber group americano sganciarono 200 bombe da 400 kg. Saltò il ponte della ferrovia. Martedì 5, nuovo attacco. Preso di mira il ponte della Becca. Poi i B25 investirono il Ponte Vecchio, distruggendo la cappella di San Giovanni Nepomuceno, collocata al centro. Il 12, il 23 e il 26 settembre ancora pesantissime incursioni. Morte e distruzione, ma il Ponte Coperto resistette.

Il Ponte Coperto gravemente lesionato dai bombardamenti fotografato prima del suo abbattimento nel 1948: una passerella permetteva di percorrere la campata crollata nel 1947 (foto: gentile concessione di Univers Edizioni)

Quattro anni dopo, nella primavera 1948, quello che non poterono i 5 bombardamenti del settembre 1944, lo fecero pochi chili di esplosivo voluto dal Ministero dei Lavori Pubblici: il Ponte Coperto sul Ticino, detto anche Ponte Vecchio, che collega il centro storico di Pavia con il pittoresco quartiere, posto sulla sponda destra del fiume, di Borgo Ticino, fu demolito. E in tre anni venne costruita l’attuale copia, a parziale imitazione delle fattezze medievali del monumento distrutto. Ne passa di storia sopra i ponti. Quella conclusiva sul secolare Ponte Coperto non è proprio onorevole. Quanto diversa quella del Ponte di Bassano del Grappa, il Ponte degli Alpini. Raso al suolo Il 17 febbraio 1945, fu ricostruito secondo l’originale disegno di Palladio. «Com’era, dov’era». E quella del Ponte Santa Trinita di Firenze, voluto da Cosimo dei Medici e disegnato da Michelangelo. E sul Ponte Vecchio, l’unico sfuggito alla furia nazista: entrambi riedificati «com’erano, dov’erano». E che dire dello Scaligero di Verona, o di Castelvecchio, costruito da Cangrande II? Pesantemente danneggiato, ben più di quello di Pavia, è stato ripristinato «com’era, dov’era».

Ponti di storia. Ponti di storie. Storie di ponti. Tutti edificati secoli fa, ma non tutti con storie edificanti. Si pensi a Pontesisto, sinonimo di bordello, ordinato da Sisto IV nel borgo Arenula di Roma, divenuto celebre perché nelle vicinanze si davano convegno le cortigiane. Oppure al Ponte sul fiume Kwai, carico di vicende eroiche e tragiche.
Il Ponte Coperto di Pavia ha avuto un’altra sorte. Nonostante potesse esibire onorevoli quarti di nobile lignaggio, la sua fine è stata immeritatamente poco gloriosa.

Il ponte coperto di Pavia come appare nell’affresco attribuito a Bernardino Lanzani “Sant’Antonio Abate protegge Pavia durante l’assedio del 1522”, conservato nella Chiesa di San Teodoro a Pavia (1522-24)

Era stato innalzato nel 1351 da Giovanni da Ferrara e da Jacopo da Gozzo, sui ruderi di un ponte romano. Un ardito manufatto, «irregolare, tipicamente medievale, semplice e modesto per materiali, ma vivo e funzionale», lo ha definito uno studioso. Dopo 600 anni, nel 1951, subì l’ignominia di essere sostituito da uno nuovo, simile ma non uguale. Spostato più a valle del vecchio, più corto e più alto, con arcate in cemento armato ricoperte in pietra, portali rifatti e via enumerando… Il 16 settembre 1951 fu inaugurato alla presenza del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi. Dai bombardamenti del settembre 1944 alla distruzione definitiva del vecchio Ponte Coperto nel 1948 la città di Pavia fu scossa da altre esplosioni. I sostenitori del vecchio Ponte dettero, infatti, battaglia a coloro che propugnavano una nuova struttura per ragioni viabilistiche e idrauliche. Una petizione «Ponte Vecchio com’era dov’era» fu firmata anche dal vescovo Carlo Allorio. Si sviluppò un impegno appassionato e civile per far rivivere il Ponte Vecchio morente, ma non morto.

Il nuovo Ponte Coperto in una fase avanzata della sua costruzione. Completato in tre anni, fu inaugurato nel 1951 alla presenza del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi (foto: gentile concessione di Univers Edizioni)

Tutto inutile. Settanta anni dopo c’è stato chi ha pensato a non far cadere nell’oblio i 600 anni di vita del Ponte Coperto e gli accadimenti che hanno portato al discusso rifacimento. Un editore pavese, Roberto Ballabene, ha ripescato decine di bellissime foto dell’opera medioevale, compresa la prima immagine risalente al 1524, del suo abbattimento, della contestata ricostruzione. E ha proposto ad un altro pavese purosangue, Carlo Ercole Gariboldi, preparato, appassionato, giornalista de La Provincia Pavese, di ricavarne un foto-book. Il collega Gariboldi si è trasformato in topo di archivio e, a sua volta, ha recuperato testimonianze e documenti, vicini e lontani. E in occasione del 70° anniversario del “ripristino” ha pubblicato un elegante volume dal titolo inequivocabile: 1351-1951 SEICENTO – Storia del ponte medievale che Pavia voleva salvare.

Mario Acerbi (1887-1982), “Il ponte vecchio con le lavandaie”, 1925, olio su tela, Collezione Fondazione Cariplo, Milano

Un viaggio lungo sei secoli, un grido d’amore per Pavia, come quello di monsignor Cesare Angelini, poeta, letterato, Rettore del collegio Borromeo. Il 30 agosto 1946 il prelato scrisse su Resta, sospeso sul Ponte, l’interrogativo principale: perché non si è riusciti a dare una lunga vita a questo patrimonio culturale di Pavia e della Lombardia? Perché ciò che era stato danneggiato dalla guerra, fu distrutto dai tecnici? Perché il Ponte di Castelvecchio di Verona, coevo, irregolare, in pietra e mattoni, più rovinato di quello sul Ticino, venne ricostruito «com’era, dov’era»?
Come in tutti i thriller, la risposta, e quindi la soluzione, si trova in coda, nelle ultime righe del libro di Gariboldi. E come in tutti i gialli, il nome del “colpevole” non si rivela.

 

Immagine di apertura: uno scatto notturno del Ponte Coperto di  Pavia costruito ex novo alla fine degli anni Quaranta a pochi metri dall’originale (foto di Gianmaria Visconti)

Nato e cresciuto in Sardegna, milanese di adozione, giornalista professionista dal 1973, alla sua carriera manca solo l’esperienza televisiva. Per il resto non si è risparmiato nulla: giornale del pomeriggio (La Notte), quotidiano popolare (l’Occhio), mensile di salute (Salve), settimanale familiare (Oggi), una radio privata per divertimento (Ambrosiana) e quindi 20 anni di “Corriere della Sera”, dove si è occupato di attualità nazionale e internazionale. Ha avuto anche un’esperienza di (mini) direttore per quasi due anni al Corriere, quando gli è stata affidata la responsabilità di “Corriere anteprima”, freepress pomeridiana. Laureato all’università Cattolica a Milano in Lettere Classiche, ma con una tesi sul cinema, ha provato a scrivere un libro (guida turistica) e non c’è riuscito.

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