Milano 27 Maggio 2025
Un’odissea di oltre 11 anni. Per riposare, nel cimitero di Predappio, sua Itaca, ha dovuto superare non gli avversi numi di Ulisse ma ben più terreni scogli ideologici e di piazza in un Paese ancora ferito dalla tragedia bellica. Con Il corpo di Mussolini – “Odissea di un cadavere” (Neri Pozza) – altro tassello nella straripante editoria su Fascismo e dintorni – Ugo Savoia racconta la rocambolesca vicenda delle spoglie errabonde del Duce.

Un macabro gioco a nascondino tra il Governo che aveva tumulato la salma in gran segreto e gli irriducibili della Repubblica Sociale Italiana decisi ad impossessarsene e farne la bandiera della riscossa: una girandola di sepolture occulte, trafugamenti, trattative sotterranee. Tutti gli ingredienti di un giallo. Perfino rifugi in convento sotto l’altare dell’Angelicum dei cappuccini di Milano.
Il viaggio della bara senza nome inizia la notte 22-23 aprile 1946 da una fossa del campo 16 del cimitero milanese di Musocco dove, per ordine del Prefetto, il corpo giace in incognito da un anno, dopo l’esposizione a testa in giù in piazzale Loreto. L’ epilogo al cimitero di Predappio, Betlemme del regime, il 30 agosto 1957: il Presidente del Consiglio, Adone Zoli, conterraneo del duce, restituisce i resti alla famiglia. Il cadavere scottava. Una tomba alla luce del sole era benzina per il culto del Duce di gruppi clandestini smaniosi di rivincita. Sul fronte opposto le Volanti Rosse si sarebbero lasciate sfuggire la ghiotta occasione per vilipendi e profanazioni? I dubbi salgono fino ai vertici della Chiesa: lecito favorire la cristiana sepoltura ad un pubblico peccatore morto fucilato insieme all’amante? Cronista di lungo corso del Corriere della Sera, Savoia si addentra in una selva di testimonianze, memoriali, fantasiosi scoop giornalistici (il corpo è sepolto al Verano di Roma; no, in Spagna; lo nasconde Churchill; un veggente dava il duce per risorto). Ne esce complesso puzzle, un capitolo interessante da rileggere della nostra storia.

Atto primo, mattina del 23 aprile 1946: il becchino di Musocco (questo il nome che i milanesi danno al Cimitero Monumentale) scopre il furto della salma anonima. Nella fossa il volantino di rivendicazione del cosiddetto Partito Fascista Democratico che contro «le mistificazioni degli antifascisti» aveva fatto falò dei manifesti del film Roma città aperta di Roberto Rossellini. Ad agire era stato un terzetto guidato da Domenico Leccisi (lo aspettava il carcere e poi il Parlamento, estrema destra) con Mauro Rana e Antonio Perozzi. Quella notte una Aprilia nera, in fuga con una targa falsa aveva depositato il “pacco” nella villetta di un camerata a Madesimo, Alta Valle Spluga. Con un comunicato a France Soir – i giornali italiani non sono attendibili – i trafugatori pongono le condizioni per restituire il corpo del “beneamato Duce”: un trattamento con onore per il cadavere e a loro poter far politica fuori dalla clandestinità.

Ma la villetta è poco sicura, con la polizia del questore Vincenzo Agnesina sguinzagliata dappertutto. Dove riparare? Leccesi ha un colpo di genio: in un convento. Si punta sul priore dell’Angelicum di Milano, padre Enrico Zucca, figura controversa, al centro dei misteri dell’oro di Dongo per non parlare, nel 1952, di un’altra fuga eccellente di un vivo, Eugen Dollmann, ex colonnello delle SS. I frati tergiversano, però l’anima conta più del corpo del defunto; occorre la sepoltura religiosa, e padre Zucca, con il confratello padre Alberto Parini, si offre da mediatore per chiudere con le autorità la partita garantendo il segreto sacerdotale ai trafugatori. Leccisi e i suoi rifiutano: nessuna trattativa con gli “usurpatori” al potere. La notte del 7 maggio, superato con un’astuzia degna di Ulisse un posto di blocco a Lecco, le spoglie tornano a valle sull’Aprilia che parcheggia davanti al convento. Per i frati è giocoforza accettare la consegna.
Tempi convulsi: i Nembi clandestini dei fascisti inneggiano al “grande morto” proclamando la riscossa, poi il Referendum e Umberto II che se ne va. In luglio il cerchio si stringe intorno ai sequestratori pedinati dal questore Vincenzo Agnesina.

E il pentito ante litteram Giorgio Muggiani dà la dritta finale per catturare Leccisi e altri camerati fuori da un bar. Ma la salma? Leccisi tace, e allora Muggiani fa i nomi dei due frati che alle strette, accettano di riconsegnare al governo il cadavere in cambio dell’impegno di una sepoltura “cristiana e occulta”. Strada in discesa? Non proprio. La cassa era già stata passata ai cappuccini della Certosa di Pavia.

Ottenuto l’ok da Roma e sciolti dal segreto sacerdotale padre Zucca e padre Parini, con l’onnipresente Agnesina non resta che recuperare le spoglie alla Certosa e portarle in questura. Ma quando i religiosi, a missione compiuta, fanno per tornare all’Angelicum vengono bloccati: sono complici con i trafugatori, passano 42 giorni a San Vittore, poi anche per loro, come per altri 10mila italiani, verrà l’amnistia Togliatti.
Intense trattative segrete sull’asse Milano-Roma: cosa fare del cadavere? Provvidenziale di nuovo un saio. Il provinciale dei cappuccini padre Carlo: ha studiato a Cerro Maggiore, tranquillo paesotto tra Milano e Legnano e là c’è un altro convento idoneo alla bisogna. De Gasperi e Pio XII benedicono la scelta e il 30 agosto la cassa arriva alla nuova destinazione. È la tappa più lunga.

Intanto l’Italia cambia pelle, è la vigilia di miracolo economico. Una certa destra accetta la Costituzione e sotto le insegne del Movimento Sociale Italiano entra in Parlamento. Ma i vari Leccisi, Romualdi, Michelini, Almirante non mollano la battaglia per la salma del duce da onorare. Arriva il 1957, Il governo monocolore Dc di Zoli – i genitori di Mussolini avevano servito la sua famiglia – dà il via libera al Duce per Predappio ma i suoi resti potranno uscire dalla clandestinità solo a tumulazione fatta: Il solito Angelina provvede all’ultimo, riservatissimo trasferimento. Ad accogliere la bara, la vedova Rachele e pochi altri. Rachele è indignata per la miserevole cassa, reduce da tante peripezie. Scrive su un foglio: «Il popolo di Predappio saluta il suo cittadino emerito» e lo getta nella tomba.
La storia ha tante code, la tomba è più viva che mai a tenere accesi gli animi. Giunte di Predappio che rinnegano le iniziative di quelle di colore opposto su un museo del fascismo, marce, polemiche politiche. Ma oggi il vero padrone della salma, vegliata dalla “Guardia d’onore”, è il marketing della nostalgia, i souvenir, i pellegrinaggi organizzati da Tripadvisor. Che ne direbbe Lui?
Immagine di apertura: La tomba di Benito Mussolini a Predappio, suo luogo natale (foto di Lovio)




