Firenze 23 Gennaio 2021

Ricordare, rievocare eventi del passato è parte integrante della nostra esistenza, ma è più frequente nelle persone anziane. Invecchiando si passa più tempo a pensare e a parlare della vita trascorsa, anche perché è evidentemente più lunga di quella che ci rimane da vivere. Ma l’attenzione verso il passato, non è un mero esercizio narcisistico; ci permette di proseguire più agevolmente nel percorso della vita, è importante come guida per il presente e il futuro. Senza lasciarci soffocare dal “passatismo” quando il guardarsi indietro diventa rimpianto o rifugio nostalgico dei bei tempi che non tornano più. Non a caso per la psicoanalisi le esperienze infantili spesso rimosse dalla nostra consapevolezza, una volta riportate alla coscienza – compito precipuo del trattamento -, favoriscono l’equilibrio e lo sviluppo dell’individuo.

Robert Neil Butler negli anni della maturità. Psichiatra e geriatra importante nel panorama americano, fu lui a coniare l’idea della “reminiscenza” come strumento terapeutico  negli anziani

La tendenza spontanea a passare in rassegna le vicende della vita trascorsa da parte degli anziani, ha portato a riconoscere e a valorizzare questo processo come mezzo per raggiungere una stabilità emotiva in una fase della vita in cui il termine della nostra esperienza umana diventa sempre più prossimo. Robert Neil Butler (1927-2010), medico e psichiatra statunitense, grande studioso dell’invecchiamento, prima Direttore del National Institute on Aging, poi dell’International Longevity Center di New York (nel 1975 pubblicò il libro Why Survive? Being Old In America, con cui vinse il Premio Pulitzer per la saggistica) ha impiegato il termine “reminiscenza”. Con questa parola Butler faceva riferimento a quel processo di richiamo alla memoria di esperienze e di eventi passati che può essere utile a scopo terapeutico, con i soggetti anziani, in un rapporto a due terapista-paziente, o anche di gruppo. Nei paesi anglosassoni, soprattutto negli Stati Uniti, si lavora da tempo in questo senso con le persone anziane che vivono nelle case di riposo e nelle strutture di riabilitazione. Perché se rivivere il passato, come abbiamo visto, è una importante esperienza spontanea degli ultimi anni di vita, la reminiscenza è considerata un intervento curativo strutturato in cui l’anziano ripercorre la propria vita riferendo i ricordi in un dialogo con chi semplicemente abbia la capacità di ascoltare. Non necessariamente uno psicoterapeuta, a meno che il racconto possa dar luogo a sensi di colpa, o di fallimento, rabbia, frustrazione e, talvolta, depressione. In questi casi una figura professionale dedicata è, forse, necessaria. In Italia, purtroppo, tutto questo non esiste: l’unico riferimento è spesso il medico di famiglia (o di medicina generale, se vogliamo essere precisi), ma difficilmente questo signore oggi nei confronti degli anziani va al di là della prescrizione di qualche farmaco, spesso nemmeno appropriato. Le strutture che si occupano di anziani sono concentrate sull’Alzheimer, sulla patologia, quindi, e generalmente non investono risorse nel supporto psicologico dell’anziano sano, anche in situazioni di gruppo.

Una donna anziana guarda una sua foto giovanile. Non è “passatismo”; ricordare l’adolescenza o altre tappe della vita, aiuta a mantenere il senso della propria identità (foto di kieran MacAuliffe)

Eppure la reminiscenza è importante per mantenere l’equilibrio psichico e, quindi, l’autonomia della persona: Il ricordo veicola fantasie e desideri del passato, è un ponte verso il presente, favorisce l’autostima in un periodo dell’esistenza segnato da molte perdite. Per un anziano non più al lavoro, con opportunità sociali ridotte, è frequente il vuoto emotivo e il rischio della depressione, visti gli stereotipi negativi che pesano sulla vecchiaia. Ricostruire il passato con i successi, le difficoltà e le sconfitte che l’hanno segnato, è un aiuto a recuperare e, a mantenere, il senso di identità e di scopo del nostro essere al mondo. Non dimentichiamo che in età avanzata siamo chiamati a convivere giorno per giorno con la consapevolezza della nostra finitudine. La reminiscenza può diventare esercizio interiore e valido aiuto.

Immagine di apertura: foto di Anrita 1

Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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