Firenze 27 Marzo 2027

È una notizia importante quella pubblicata di recente dalla prestigiosa rivista medica inglese Lancet sulla durata della protesi d’anca. Lo studio che ha esaminato la sopravvivenza di quasi 2mila protesi d’anca ha rivelato ottimi risultati anche a trent’anni dall’inserimento. La sostituzione totale dell’anca, che comprende la parte superiore del femore (collo e testa) e si articola col bacino, si è rivelata la soluzione ideale quando l’articolazione è compromessa da una frattura o da altre patologie, come le forme gravi di artrosi.

I componenti della protesi d’anca e dove vengono inseriti (fonte: marcospoliti.it)

La parte più alta del femore, la testa o il suo alloggiamento nel bacino e soprattutto il collo, sono le sedi più frequenti di lesioni traumatiche. Gli interventi chirurgici praticati nell’epoca pre-impianto non davano risultati soddisfacenti per il recupero della funzione: spesso sfociavano in un blocco articolare e talvolta, evento più grave, nella necrosi (morte) della testa del femore. Oggi l’impiego delle protesi d’anca – circa 100mila interventi all’anno in Italia – riguarda tutte le fasce d’età comprendendo anche le patologie congenite gravi che compromettono un normale allineamento e sviluppo scheletrico. La durata, registrata fino ad oggi, delle strutture protesiche, come quelle dell’anca, è già un risultato sorprendente tenendo conto della loro funzione di sostegno del peso corporeo e dei fenomeni di attrito durante il movimento. Fattori importanti, che contribuiscono alla durata, sono gli elementi impiegati nella costruzione della protesi che devono possedere requisiti di resistenza, leggerezza e compatibilità con i tessuti circostanti. Ad oggi le protesi costituite da titanio per lo stelo e porcellana per la testa rispondono alle proprietà richieste perché sono molto resistenti e con una produzione di detriti minima o assente.

Un disegno che mostra come si articola la protesi con le ossa del bacino (fonte: Sandro Rossetti)

Ad ogni età possono verificarsi eventi traumatici o infezioni croniche che hanno quale esito il blocco dell’articolazione. Tuttavia è nell’età avanzata che sono di gran lunga più frequenti gli eventi che rendono necessario il ricorso alla protesi. Nell’epoca che potremmo definire “pre-impianto” le cadute dell’anziano, con frequente frattura del femore, potevano innescare una catena di complicazioni tale da portare alla morte. Era necessaria l’immobilizzazione, unico mezzo per favorire la saldatura dei due monconi ossei, spesso con effetti catastrofici. In breve, succedeva, per dirlo brutalmente in poche parole, che “si morisse di frattura”. Questa consapevolezza era diffusa anche in chi era digiuno di medicina ma al corrente di una quantità di casi nei quali alla frattura era seguito l’allettamento e, dopo un breve periodo, la morte dell’anziano. La frattura del femore era dunque un evento temutissimo. La protesi dell’anca ha aperto una nuova era in cui la frattura del femore non ha più rappresentato un vero e proprio rischio di permanente disabilità e sovente di morte. Un tempo, la lunga degenza a letto, con l’obbligo di rimanere il più possibile immobili, dava luogo alle cosiddette patologie da immobilizzazione. Qui di seguito le più gravi. Le temibili piaghe da decubito con frequente impianto di germi e rischio di infezione generalizzata: le sepsi diffuse spesso costituivano l’evento terminale. Le polmoniti, favorite dal ristagno di sangue alle basi dei polmoni, conseguenza di ridotti movimenti della gabbia toracica durante la respirazione.

Una bella immagine di Sir John Charnley, il chirurgo britannico che negli anni Sessanta mise a punto la protesi d’anca (fonte: Thackray Fellowship)

La perdita di massa muscolare, a causa di un movimento ridotto al minimo nella posizione orizzontale del corpo. Disappetenza e stipsi, talvolta fino al blocco intestinale. Inoltre, a questi eventi potenzialmente letali si associava molto spesso la difficoltà a riconoscere l’ambiente e la perdita della consapevolezza dello scorrere del tempo. Così, il senso di insicurezza diventava agitazione, irrequietezza fino a imporre l’impiego di sedativi, più utili all’ambiente che al paziente, il quale, da quel momento, era esposto al rischio di essere considerato inesorabilmente avviato alla demenza.
Oggi, nei soggetti più giovani con frattura del femore, l’impiego della protesi d’anca permette una più breve degenza ospedaliera, quindi un più veloce ritorno alle proprie attività, mentre nell’anziano può essere soltanto un incidente di percorso lungo la via della longevità in assenza di importanti patologie. Tuttavia, ancora oggi, occuparsi di un paziente anziano con frattura dell’anca costituisce per il medico o il geriatra una delle sfide più impegnative.

La fisioterapia è indispensabile per un buon recupero funzionale dopo l’inserimento della protesi d’anca

Ciò a causa della molteplicità dei fattori medici e psicosociali presenti nella fase di recupero della autonomia mediante un trattamento che, dopo la dimissione dall’ospedale, dovrebbe continuare per un certo periodo (variabile da caso a caso) anche a domicilio. La durata, l’intensità e la frequenza della fisioterapia dipendono dalle condizioni del paziente precedenti l’evento traumatico, soprattutto dalla presenza di eventuali patologie che hanno reso il paziente più fragile e bisognoso di cure.
Pochi i suggerimenti, ma importanti, al rientro a casa dopo un trattamento fisioterapico che ha avuto lo scopo di farci riprendere confidenza con la posizione eretta già in seconda giornata dopo l’intervento. La presenza di una minima instabilità posturale in fase iniziale è del tutto fisiologica. Non potendosi escludere che l’intervento chirurgico abbia potuto tagliare alcune fibre che veicolano la sensibilità, una frequente ridotta sensibilità al movimento, all’inizio della deambulazione, viene gradualmente superata, soprattutto se, quando si riprende a camminare, si cerca di concentrarsi sul movimento, guadagnando, così, sensibilità, stabilità e la piacevole sensazione di un maggiore controllo del corpo nei nostri spostamenti.
Che cosa non dobbiamo fare dopo aver avuto la protesi? Incrociare le gambe come nella posizione del loto nello yoga! Rischio di lussazione dell’anca! Ma, di sicuro, al momento della dimissione dall’ospedale, il medico avrà avvertito il paziente, operato da poco, sui movimenti consentiti e su quelli che devono essere assolutamente evitati.

Immagine di apertura: negli anziani le cadute sono ancora la causa più frequente di fratture all’anca che possono portare alla protesi (fonte: agingproject.uniupo.it)

Elio Musco
Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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