Firenze 21 Dicembre 2022

È stato un vero e proprio agente segreto dell’arte Rodolfo Siviero: una vita avvincente e avventurosa, dedicata al recupero di centinaia di capolavori depredati dai nazisti in Italia dal 1938 al 1945. Ma gran parte della sua esistenza si è svolta in segretezza per cui non è stato semplice ricostruire ogni passaggio, nemmeno per i suoi biografi. E la sua fama ha stentato a emergere e tuttora è poco noto: forse ha contrastato troppe persone, forse la segretezza del suo lavoro o una maturata insofferenza verso ogni adesione politica gli hanno procurato scarse simpatie. Sta di fatto che non fu amato dagli storici dell’arte del dopoguerra perché lo consideravano esterno al loro ambiente visto che non aveva una formazione culturale accademica.

Il villino di Lungarno Serristori a Firenze che fu la casa di Rodolfo Siviero e che oggi ne ospita il museo

Appassionato di materie artistico-letterarie, il giovane Siviero, nato in provincia di Pisa nel 1911, studiò all’Accademia e all’Università di Firenze. Intanto frequentava gli intellettuali che si riunivano al caffè delle Giubbe Rosse proponendosi come giornalista a diverse testate. Pubblicò anche una raccolta di poesie, Selva Oscura, in realtà poco apprezzata.
Nel 1937 Rodolfo iniziò a lavorare come spia al SIM, il Servizio Informazioni Militare, il primo strumento di intelligence italiano, nato nel 1925 alle dipendenze del regio esercito. Non sappiamo se per mascherare un incarico, nel 1937 ottenne una borsa di studio in Storia dell’Arte e andò in Germania per studiare gli spostamenti delle opere d’arte che venivano portate là visto che Mussolini aveva concesso  ai tedeschi di acquistare a prezzi di favore opere del patrimonio nazionale italiano. Ma l’anno dopo venne espulso come persona non gradita e tornò nell’ambiente colto fiorentino dove frequentò con assiduità il collezionista e mercante d’arte Giorgio Castelfranco, ebreo, che diventerà un suo sincero amico. Nel villino di Lungarno Serristori, edificio che poi Siviero acquisterà negli anni Sessanta e che oggi, come Museo Casa Rodolfo Siviero, racchiude il suo ricchissimo archivio e la sua collezione d’arte personale, incontrò molti artisti stringendo amicizia con Giorgio De Chirico, Ottone Rosai, Giovanni Papini.

Soldati tedeschi di fronte a Palazzo Venezia a Roma con un quadro già imballato per il trasporto in Germania, il 4 gennaio del 1944

L’Italia a quell’epoca era tutta da saccheggiare, ma Firenze era legata alla Germania fin da epoche antiche tramite i matrimoni di famiglie importanti della città; diverse opere d’arte del Nord Europa si trovavano nei musei fiorentini. Tanto che Hitler voleva portare tutto in patria per concretizzare il suo ideale Museo di Storia della Nazione. Da giovane Siviero era fascista e idealista, ma le sue posizioni cambiarono durante gli anni della guerra: nei suoi diari scrive di aver preso fin «dal 1940 contatti con movimenti antifascisti» e di aver organizzato «con altri esponenti della cultura il sabotaggio di acquisti illegali di opere d’arte in atto da parte di Hitler e Göring a Firenze e in altre città». Conduceva una vera e propria attività di spionaggio e raccolta di documentazione grazie alla quale, subito dopo la liberazione, si riuscì a ritrovare e recuperare ciò che ci appartiene.

Le sue strategie di salvaguardia e di recupero furono molteplici, proposte e concordate con i funzionari museali. Alcune opere venero nascoste murandole in luoghi impensabili o mimetizzate in bella vista in ville ed abitazioni di custodi improvvisati. La Primavera del Botticelli, per esempio, fu camuffata in bellavista, esibendola nella sala da pranzo del Castello di Montegufoni, come una bella copia fatta da un artigiano locale.

Il “Discobolo Lancellotti”, comprato da Adolf Hitler nel 1938, recuperato da Siviero, oggi al Museo Nazionale romano di Palazzo Massimo a Roma

Ma Siviero, conscio di non poter nascondere e proteggere tutto ciò che si trovava nei musei fiorentini, creò una sorta di catalogo, accurato e inequivocabile, che nascose tra le pagine dei volumi della biblioteca dell’amico Castelfranco, dove descrisse le opere e annotò dove si prevedeva di conservarle, pe potere un domani riportarle a casa.
Troveranno così nascondiglio in miniere di sale dell’Alto Adige, o in Germania, o nello chalet del bramoso generale Hermann Göring, il più avido dei ricettatori, ormai diventato un collezionista di opere d’arte, dove riuscì ad accumulare più di 30mila opere! L’interminabile elenco delle opere trafugate è stato ricostruito in gran parte grazie ai preziosi diari di Siviero: il suo enorme archivio comprende circa 1.000.000 di carte, in parte ancora secretate. Alcuni recuperi sono eccellenti. Il Discobolo Lancellotti è considerato la copia di età romana più bella di un originale in bronzo di Mirone del V sec. a.C., celebrata sin dall’antichità per l’espressione dell’atleta in movimento. Lo Stato italiano lo aveva già notificato nel 1909, vietandone la libera vendita ed assicurandosi la prelazione, ma venne ugualmente venduto dal proprietario, il Principe Lancellotti (per 5 milioni di lire!) nel 1938 e esportato, nonostante la contrarietà dei dirigenti del Ministero, grazie alle pressioni di Galeazzo Ciano, allora Ministro degli Esteri.
Dall’aprile al giugno 1944 Siviero fu arrestato e torturato nella Villa Triste di via Bolognese. Grazie all’intervento di ufficiali compiacenti, fu rilasciato e poté riprendere la sua attività di agente segreto. Dopo la Liberazione, il recupero delle opere d’arte trafugate durante la guerra era di enorme importanza e lui fu considerato la persona più competente per questo ruolo: grazie ad Alcide De Gasperi fu nominato capo dell’Ufficio Interministeriale per il Recupero delle Opere d’Arte e guidò la missione diplomatica italiana degli Alleati.

Masolino, “La Madonna dell’umiltà”, antecedente il 1423, tempera e oro su tavola, Galleria degli Uffizi, Firenze. Una delle opere che Siviero riuscì a riportare in Italia dalla Germania

Nel 1947 riuscì a recuperare i capolavori dei musei napoletani che erano stati immagazzinati nell’Abbazia di Montecassino durante la guerra ma poi da lì trafugati dai tedeschi e portati in Germania con la scusa di metterli in salvo dai bombardamenti alleati. La documentazione ufficiale di vendita legittimava le transazioni e ciò ha creato gravi difficoltà nel momento in cui, alla fine della guerra, Siviero è andato in Germania per recuperare il nostro patrimonio. Ciononostante ce la fece: nel 1951 riconquistò la Leda ed il Cigno di Tintoretto e la Madonna dell’Umiltà di Masolino che il Generale Hermann Göring aveva acquistato a Firenze nel 1940.
Nel 1969 Siviero creò il primo corpo di polizia specializzato in arte, il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, modello imitato poi in tutto il mondo. Ha poi proseguito la ricerca dei capolavori scomparsi, in vario modo rubati, ricettati o esportati illegalmente dall’Italia, servendosi di un’efficiente rete di informatori. Ha combattuto contro la mafia che gestisce una buona percentuale del mercato clandestino di arte e archeologia come testimoniano molti reperti importanti apparsi sul mercato illegale e, purtroppo, anche in musei più o meno compiacenti, più o meno conosciuti.
Scomparso nel 1983, durante la sua carriera scrisse diverse monografie e cataloghi sui frutti della sua missione ed un libro in cui parla del “Viaggio nella Russia di Krusciov” nel quale cerca di ritrovare opere d’arte di grande interesse, tra cui un mascherone di Michelangelo e l’Educazione di Pan di Luca Signorelli, senza successo.

Immagine di apertura: Rodolfo Siviero mostra soddisfatto nel 1947 Pigmalione e Galatea di Agnolo Bronzino, opera che era stata trafugata a Roma dai nazisti nel 1944 dalla Collezione Barberini

Per saperne di più:

F. Bottari, Rodolfo Siviero, Avventure e recuperi del più grande agente segreto dell’arte, Castelvecchi, Roma, 2013

Frederick Hartt, L’arte fiorentina sotto tiro, Leonardo Edizioni, Firenze, 2014

L. Scarlini, Siviero contro Hitler. La battaglia per l’arte, Skira, 2014

 

Nata a Montecatini Terme (Pistoia), si è laureata in architettura a Firenze dove vive e lavora come progettista e arredatrice. Ha collaborato a lungo con l’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, con vari architetti di fama e studi legali. Ha contribuito in passato a pubblicazioni su riviste specializzate in architettura come “l’Arca” e “Villegiardini”.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui