Firenze 23 Febbraio 2021
E così Amadeus non ce l’ha fatta. Dopo una lunga polemica, la 71° edizione del Festival di Sanremo sarà all’Ariston dal 2 al 6 marzo, ma senza pubblico, senza nemmeno gli show esterni collegati all’evento e usando tutte le precauzioni di rito. La RAI ha preferito la sicurezza e l’osservanza delle regole anti Covid al calore che avrebbe portato un pubblico presente (e pagante). Come darle torto? In sostituzione dovevano esserci dei figuranti, ma neppure questo è stato ammesso, come ha comunicato il Ministro dei Beni culturali e del Turismo Dario Franceschini. Di applausi si è parlato in questi giorni anche in occasione dell’uscita da Palazzo Chigi di Giuseppe Conte, un tributo, a quanto sembra, più lungo di quanto sia accaduto con i precedenti Presidenti del Consiglio.

L’applauso è indiscutibilmente un atto sociale, una forma immediata di consenso e il modo più semplice di esprimere apprezzamento e adesione ad un evento, ma anche uno dei nostri gesti più inconsci e incontrollabili. Se, ad esempio, chi ci sta accanto a teatro inizia ad applaudire con forza e a lungo, è possibile che anche noi facciamo lo stesso. È l’opinione del matematico dell’università di Leeds Richard P Mann, che in uno studio pubblicato sul Journal of the Royal Society Interface, spiega che quando si applaude agiamo d’impulso sulla base di quello che fanno gli altri. Gesto inconscio quanto antichissimo, peraltro: ce ne sono già testimonianze nell’antica Mesopotamia dove un applauso fragoroso, magari battendo anche i piedi per terra, era utilizzato durante i riti religiosi per coprire gli strazianti lamenti delle vittime che i sacerdoti immolavano alle divinità. Nel libro dei Salmi (XI secolo a.C.) gli Ebrei venivano spronati così: «Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia».
Come forma di apprezzamento artistico l’applauso nasce con il teatro classico della antica Grecia, dove gli spettatori esprimevano emozioni e partecipazione battendo le mani e i piedi, a volte piangendo o gridando quando gli attori erano particolarmente bravi. In epoca romana, venivano applauditi gli attori a teatro, ma anche i gladiatori nelle arene e, in politica, i senatori. Spesso però questi applausi producevano troppo fervore, al punto da incitare il pubblico alla violenza.

Così Augusto decise di disciplinare gli applausi assumendo persone che regolassero l’eccitazione eccessiva. E che dire dell’applauso a pagamento? Già Plutarco (120 d.C.) pagava persone perché applaudissero, dette Laudiceni, tradizione ripresa dai romani: alcune compagnie teatrali ne assumevano decine; lo stesso facevano gli imperatori per essere omaggiati al loro passaggio. Da allora in poi l’applauso a pagamento è stato per centinaia di anni una normale pratica. Era nata la claque (dal francese claquer, “battere le mani’), così chiamata dal poeta francese Jean Dorat (1508-1588), che per la rappresentazione dei suoi drammi regalava biglietti a chi prometteva di applaudire l’esibizione. Nel 1800 a Parigi aprirono speciali agenzie di claqueurs che procuravano professionisti con un vero e proprio listino prezzi.
Gli attori, da parte loro, per ottenere gli applausi hanno escogitato nel tempo molti espedienti; un vero e proprio linguaggio e ruoli speciali per spingere il pubblico ad applaudire (pause ad hoc, gag ripetute). Ad esempio, “andare alla ribalta”, ovvero ottenere gli applausi andando nella parte del palcoscenico più prossima agli spettatori. O la “carrettella”, la battuta, o il movimento, fatti da un attore per dare inizio ad un applauso in sala.

Sergio Tofano (1886-1973) famoso attore di teatro e televisione e vignettista per il Corrierino dei Piccoli (il signor Bonaventura!), purtroppo oggi dimenticato, nel 1939 scrisse per La Lettura, il mensile del Corriere della Sera, un testo, La meccanica dell’applauso, dedicato proprio a questi trucchi e espedienti, recentemente riedito dalla casa editrice milanese Henry Beyle, con una nota di Tony Servillo. E negli anni Cinquanta l’ingegnere americano di origine messicana Charles Douglass, quando lavorava per spettacoli televisivi dal vivo, ebbe l’idea di costruire la laff box, la “scatola della risata” (laff è la pronuncia del verbo to laugh, ridere), ovvero la risata registrata che imita le reazioni di ilarità del pubblico. Così, le trasmissioni televisive più popolari americane cominciarono ad essere invase da applausi e risate registrati. In Italia il sistema venne introdotto dagli anni Ottanta con la trasmissione televisiva Drive In. Non solo, per determinare la vittoria di un concorrente in alcuni giochi a premi televisivi fu creato uno strumento elettrico in grado di misurare l’intensità e la durata degli applausi degli spettatori presenti. Gli fu dato il nome di applausometro, termine coniato da Enzo Tortora nel 1956 durante la trasmissione Primo applauso.

Durante le rappresentazioni di musica classica applaudire è, invece, una questione delicata: alla fine va bene, ma durante l’esibizione qual è il momento giusto per farlo? Secondo il famoso pianista americano Emanuel Ax ,il pubblico può applaudire ogni volta che lo desidera. Della stessa opinione il violinista Salvatore Accardo secondo il quale si può applaudire alla fine di un movimento, dato che succedeva anche nell’Ottocento. Ennio Morricone poi pensava che l’applauso durante l’ascolto della musica classica dovesse essere libero, come avviene nel jazz o all’opera. Invece, Riccardo Muti a Salisburgo il 27 aprile 2019 chiese al pubblico di fare silenzio e niente applausi quando eseguì il Requiem per celebrare la memoria di Herbert von Karajan. Chi ha avuto l’applauso più lungo? Se l’è guadagnato nel 1991 Placido Domingo: un ora e venti minuti minuti alla Staatsoper di Vienna. Il tenore soffiò il record a Luciano Pavarotti che il 24 Febbraio 1988 alla Deutsche Oper di Berlino era stato applaudito per un’ora e sette minuti.
Poi c’è l’uso che dell’applauso ha fatto la politica. Il 16 maggio 1984 su La Stampa Norberto Bobbio scrisse un articolo in cui criticava l’elezione per acclamazione in genere e, in particolare, quella di Bettino Craxi a segretario del Psi, perché con l’applauso e la standing ovation, ci si allontana sempre più da un’elezione democratica. Ma qui le cose si fanno difficili…….
Immagine di apertura: foto Freepik





Confesso di non averci mai pensato.
E’ sempre stato così istintivo e non “meritevole” di riflessione.
La contagiosità dell’applauso, come della risata, è uno dei pochi effetti piacevoli della comunicazione umana.
Chissà se negli altri animali, molto più intelligenti di noi, avviene lo stesso.
Sei stata brava.
Pregevole ricostruzione storica e artistica del valore significativo dell’applauso, che esprime la felicità di tutti quanti hanno visto e sentito nel corso dei secoli di storia, guerre, arte, musica e spettacolo nel mondo e nel tempo.
Interessante ed inusuale. Argomento sviluppato con competenza e dovizia di particolari rimanendo sempre in tema.
Merita un applauso.
Beh! Quasi un “trattato”! Se fosse un esame all’Università sarebbe da 30 e lode. Leggendolo mi si è aperto un cassettino nella memoria e tornata a mente una citazione di Charlie Chaplin: “..quindi vivi, fai quello che ti dice il cuore, la vita è come un’opera di teatro, ma non ha prove iniziali: canta, balla, ridi e vivi intensamente ogni giorno della tua vita prima che l’opera finisca priva di applausi”. Altro che Sanremo, no?