Milano 27 Febbraio 2024

Due giovani poco più che trentenni, Emilia e Bruno, si incontrano a Sassaia, borgo montano in provincia di Biella. Sono anime fragili, accomunate dal senso di colpa e dal peso di ferite inferte e ricevute. Entrambi usano il piccolo centro, ridotto a quattro case e due abitanti, come fuga da un passato devastante, come nascondiglio dalla realtà e ritorno ad un’infanzia innocente.

La copertina di “Cuore nero” di Silvia Avallone, pubblicato da Rizzoli

Anche il loro aspetto esteriore tradisce sofferenza e disagio. Emilia: capelli rossi arruffati, jeans stracciati, anfibi viola e giaccone verde. Bruno: barba lunga e ispida, vestiti macchiati, sguardo schivo e diffidente. Si riconoscono nella loro solitudine e, quasi inevitabilmente, si congiungono e si innamorano, ma non rivelano l’un l’altro i loro trascorsi. Sono i protagonisti di Cuore Nero (Rizzoli), di Silvia Avallone, scrittrice nata a Biella, ma bolognese di adozione, già premio Campiello nel 2010 con la sua opera prima, Acciaio. Il libro affronta, attraverso una storia d’amore, il tema del male e delle sue conseguenze a livello individuale e sociale.
Emilia ha alle spalle quasi 15 anni di carcere minorile che ha “negato” la sua adolescenza e l’ha inchiodata nel ruolo di ragazzina aggressiva e ribelle. Il suo animo tormentato, ma sensibile è ben rappresentato in un disegno da lei prodotto durante una seduta psichiatrica carceraria: un cuore anatomicamente perfetto con ventricoli e arterie, ma con al centro un buco nero. Anche a Bruno è stata cancellata l’adolescenza da una tragedia familiare che l’ha reso orfano e vecchio in un attimo e che l’ha condannato a sentire il peso e l’ingiustizia di essere un sopravvissuto. Dopo aver abbandonato l’università, vive a Sassaia, protetto da una lunga barba e dall’assenza di relazioni. Entrambi, come dice la scrittrice «sono rimasti congelati dentro un dolore che ha tolto loro tutte le energie, quando sarebbero dovute esplodere».
I due giovani trascorrono settimane insieme in una apparente normalità. Emilia conosce Basilio, il terzo anziano abitante di Sassaia, che sa tutto di lei e che le affida un lavoro nell’intento di aiutarla.

Il piccolo borgo di Sassaia, nel biellese, dove è ambientata la vicenda di Emilia e Bruno (foto di Danilo Craveia)

Bruno cede anche alla richiesta della sua compagna di andare in discoteca, dove lei può lasciarsi prendere dalla musica del suo tempo giovanile e vivere un’occasione di vita uguale a quella degli altri. Ma, proprio dopo una scenata da “bulla trentenne” in quella discoteca, si fa più impellente in Bruno il bisogno di sapere di lei. Emilia però tace. Purtroppo, l’era di Internet facilita la ricerca sulle persone e porta a galla l’orrore. E allora, siccome “nessuno vuole il male vicino perché ha paura di contaminarsi”, c’è fra i due la rottura e l’ulteriore fuga di Emilia; questa volta a Milano presso Marta, l’unica fidata amica, ex compagna di cella. Marta ed Emilia, supportate da insegnanti tenaci, sono state le uniche ad aver raggiunto il traguardo della laurea durante la detenzione.
Pian piano, attraverso flash di ricordi emerge l’intera storia di Bruno e di Emilia. La scrittrice, analizzando a fondo i loro sentimenti, ci presenta tante situazioni da cui può scaturire il demone della malvagità. Alla base c’è un vissuto di dolore per lo strappo familiare; quindi, l’immensa solitudine che non vede mani tese all’aiuto e poi il bullismo, l’emarginazione, il sentimento di diversità, la grande rabbia, situazioni comuni nella nostra società.

Bruno e Emilia nel piccolo borgo si incontrano e si innamorano (foto di chermiti mohamed)

Purtroppo, il senso di colpa per il male commesso, o ricevuto, rimane incistato nel proprio intimo e condanna a non dimenticare, anche quando i conti sono stati pagati. Ma la vita va avanti, «si muore dentro ma si continua a vivere», afferma Emilia. E allora lei decide, con l’appoggio paterno e di Bruno, che dopo lungo tempo si è rifatto vivo con un messaggio d’amore, di ripercorrere l’impervio sentiero per Sassaia, l’unico luogo dove è stata felice prima della morte di sua madre e prima del suo fallimento. Lì potrà avere il suo posto e il suo lavoro e camminare a testa alta senza più nascondersi. Sfida così la disapprovazione di Marta, che ritiene impossibile l’acquisizione di una normalità per ex -carcerate come loro. Silvia Avallone con una scrittura intensa e molto acuta, ci aiuta a comprendere il male scandagliando l’animo di due adulti interrotti in quella fase delicata della vita che “decide chi sei”. L’adolescenza è un’età cara alla scrittrice, che anche nei precedenti libri (AcciaioUn’amicizia) ha dato voce a personaggi simili. Tutte le figure maschili della storia sono buone e umane. Bruno, grazie all’amore, supera il confine della colpa e decide di vivere con Emilia, perché «se ami una persona non puoi prescindere da quello che è, ed è stata. Non puoi suddividerla in parti, scegliere quelle che ti fanno comodo. Devi accettarla intera». Riccardo Innocenti, il padre della ragazza, noto architetto, pur nella difficile realtà, ha continuato ad amare sua figlia e ad occuparsi di lei, arginando le sue cadute. Basilio, l’altra anima solitaria di Sassaia, prega Bruno di non condannarla una seconda volta e di accettarla nella sua molteplicità.

Nel libro c’è una analisi approfondita dei vissuti e della disperazione della vita in carcere (foto di Kerberstone)

È un libro che spinge ad interrogarsi sulla propria reazione di fronte a situazioni simili, spesso molto realistiche e ingigantite dal clamore mediatico. La scrittrice, però, afferma di non essersi ispirata a fatti di cronaca ben noti (mamma di Cogne- delitto di Novi Ligure…) ma ai grandi personaggi della letteratura come Raskolnikov di Delitto e Castigo e Fra’ Cristoforo de I promessi Sposi, perché la Letteratura insegna che “il male si affronta con il bene”.
Per questo il romanzo comunica speranza nelle possibilità di recupero del colpevole e sottolinea l’importanza della cultura e dello studio nel processo di rieducazione che ha bisogno di insegnanti motivati e preparati. «Sei stata uno dei progetti più belli di recupero», dice Rita, l’assistente sociale a cui Emilia telefona dopo aver acquisito un po’ di tranquillità. Ed Emilia la ringrazia per averle ricordato che anche in lei c’era del buono. Illuminante è la descrizione della vita all’interno del carcere minorile, frutto anche di esperienza vissuta da parte dell’autrice. È un luogo dove «il cuore viene scavato in profondità», dove «cala la depressione quando vedi i famigliari andare in pezzi e sai che la responsabilità è tua». E allora ci si impasticca, ci si taglia e si impara a identificarsi solo come detenute.

Immagine di apertura: foto di Nicola Giordano

Nata a Noci (Bari) sull’altopiano delle Murge, è laureata in Lettere Classiche all’università Cattolica di Milano, città dove ha poi sempre vissuto e insegnato nelle scuole medie e in quelle superiori. Ama viaggiare, cucinare, frequentare i concerti, ma soprattutto leggere. E’ "un'appassionata" di parole scritte, soprattutto sulla carta e non su kindle.

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