Milano 27 Gennaio 2024
Quali e quante armi furono usate in via Fani, il 16 marzo 1978? A quanto ammontò il totale dei proiettili sparati? Chi erano davvero i brigatisti presenti sulla scena del sequestro? Quale fu la rete di intelligence che agevolò la filiera terroristica culminante nel delitto Moro? Perché Moro non fu liberato? E che fine fece il suo memoriale, steso durante la prigionia? Non a tutte queste domande è stata data risposta.

C’è ancora una parte buia della storia, dicono le sentenze. Ma c’è chi, in queste tenebre, continua a cercare.
The Masquerade è il libro che si avventura in quelle e altre domande, in una visuale inedita del sanguinoso decennio 1970/80. Uscito da pochi mesi ed edito da Frascati & Serradifalco, l’inchiesta pone sotto la lente d’ingrandimento l’arco temporale che dall’incubazione del terrorismo rosso sfocia nel delitto Moro, i cui strascichi costituiscono l’incipit di una trama che si srotola temporalmente a ritroso. Il libro è stato scritto a quattro mani da Maurizio Fiorentini e Roberto Valtolina. Fiorentini, classe ’58, è stato responsabile del Collettivo Volsci di Autonomia Operaia romana. Ha vissuto in trincea quegli anni, a stretto contatto con terroristi rossi e neri; Valtolina, classe ‘87, è un giornalista di inchiesta e specialista di archivi, che ha contribuito con un accurato lavoro di scavo e di scrittura.
Gli autori calano il significato politico del delitto Moro nella cornice internazionale di Yalta. Gli equilibri sanciti nel 1945 costituiscono la stella polare del libro e si intrecciano con le vicende del terrorismo italiano di estrema sinistra. Il delitto Moro è frutto di quegli accordi, ergo fu innanzitutto una vicenda internazionale.

E il “partito della fermezza” che nacque durante i 55 giorni – un unicum senza precedenti né continuatori – aveva un obiettivo ben preciso: preservare il bipolarismo di Yalta, come scrisse nel 2018 il socialista Rino Formica in una lettera inviata a Gero Grassi – membro della Commissione d’inchiesta sul rapimento di via Fani -, che gli autori pubblicano a chiusura del libro. Il prologo del quale si apre con il principe dei socialisti italiani: Bettino Craxi. Il leader Psi avrebbe avuto molto da dire sul caso Moro alla Commissione stragi che voleva interrogarlo pochi anni prima che morisse; ma la visita venne bloccata ben due volte da strani intoppi procedurali.

Il leader del Psi spedì due lettere – nell’autunno del 1993, poco prima di fuggire per sempre ad Hammamet – ai vertici dello Stato italiano: a Giovanni Spadolini e a Giorgio Napolitano, rispettivamente presidente della Camera e del Senato. In quelle missive Craxi denunciò, inascoltato, il filo rosso che legò gli apparati dell’Est, una corrente del Pci e i terroristi rossi.
Eppure, le date, le circostanze e i nomi che Craxi indicò con precisione rievocavano l’incubatore del terrorismo di estrema sinistra: Giangiacomo Feltrinelli, l’editore miliardario morto a Segrate, il 14 marzo 1972. Gli autori illustrano come l’editore fosse acerrimo nemico dell’embrionale compromesso storico che Aldo Moro ed Enrico Berlinguer cominciarono a tessere a cavallo fra il decennio ‘60 e ‘70. Da Osvaldo – così si faceva chiamare – trassero la linfa vitale Potere Operaio, il nucleo brigatista confluito in Hyperion, e il Soccorso Rosso internazionale. Fu proprio a un segmento di questa struttura che fecero ricorso tre brigatisti genovesi, dileguatisi nel nulla in modo solo apparentemente inspiegabile due anni dopo l’epilogo del rapimento Moro: Livio Baistrocchi, Lorenzo Carpi e Gaetano Scarfò. In via Fani furono probabilmente coinvolti Baistrocchi e Carpi. Il primo era un killer efferato e implacabile, il secondo un bravissimo autista: i più adatti per operare in via Fani. La colonna genovese era la più apprezzata da Moretti proprio per le sue capacità operative.

Il libro prova inconfutabilmente la presenza, a Roma, di esponenti di questa colonna durante i cinquantacinque giorni, tra cui Fulvia Miglietta. La brigatista genovese riferì al pubblico ministero Luigi Carli di aver saputo, in una riunione romana del sodalizio, che Moro era stato tenuto prigioniero vicino a via Caetani, il luogo dove fu abbandonato il suo cadavere. A Genova si nascondeva una parte del memoriale Moro, trovata dai carabinieri che irruppero nel covo Br di via Fracchia, il 28 marzo 1980. Il Procuratore genovese Antonio Squadrito ammise che decine di cartelle morotee furono rinvenute lì. Dunque, l’ostaggio del rapimento era doppio: oltre allo statista democristiano, anche la documentazione “sensibile” – il memoriale completo – in mano alle Br.
Il clamoroso inedito svelato dal libro si trova in un verbale della Questura di Roma redatto dopo la perquisizione del covo Br di via Gradoli, attuata il 18 aprile 1978. In pieno sequestro Moro e il giorno prima del rientro di Napolitano dal misterioso viaggio negli Usa, gli agenti romani trovano un distintivo militare della Nato, incredibilmente ignorato da cinque processi Moro, da due commissioni parlamentari, dai vertici dei Servizi segreti dell’epoca, dall’Interpol, dalla Questura di Roma, dalle Commissioni parlamentari Pellegrino, P2 e Mitrokhin.

Con cautela, gli autori non sposano una tesi assertiva sul motivo per cui i brigatisti conservassero tale reperto; ma colgono l’occasione per porre sotto i riflettori due statunitensi che la morologia ha tenuto, finora, in ombra: Alexander Haig, Supreme Allied Commander Europe tra il 1974 e il 1979, e Michael Ledeen, intellettuale in contatto con Haig che – per conto della Nato – piantò le tende al Ministero degli Interni retto da Francesco Cossiga durante i 55 giorni. Pieczenik e Ledeen: due facce della stessa medaglia: il primo doveva disinformare e depistare il versante italiano, Ledeen quello estero. The Masquerade sostanzia le parole del sostituto procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma Otello Lupacchini: «Nei fatti è dimostrata la presenza di altre persone durante il rapimento di Moro».
Indagare nel delitto Moro e nelle trame, cercare la verità oltre le risultanze processuali significa dar conto di cosa sia davvero avvenuto in Italia in quei decenni cruciali, la cui ombra si allunga fino a oggi.
Immagine di apertura: Enrico Berlinguer e Aldo Moro a Roma nel 1977




