E ora, come non fosse bastata una pandemia lunga due anni, siamo alle prese con il vaiolo delle scimmie che ci auguriamo non ci dia le beghe del (quasi) defunto coronavirus. Ma ancora di virus si tratta, ahimè, di un Poxvirus, la stessa famiglia della “storico” virus del vaiolo. Malattia che flagellò il mondo per tredici secoli uccidendo più di un miliardo di persone. Un’assonanza “familiare” di per sé inquietante anche se il 40 per cento della popolazione italiana (le persone anziane, l’immunizzazione nel nostro Paese fu abrogata nel 1981) è vaccinata contro il vaiolo, quindi protetta anche nei confronti del vaiolo delle scimmie, malattia facilmente controllabile peraltro, a quanto sembra. Senza tenere conto che abbiamo 5 milioni di scorte di vaccino. Però una riflessione si impone: quella contro il vaiolo parve all’epoca una grande vittoria, paragonabile alla sconfitta della poliomielite: grazie al vaccino il vaiolo era scomparso, tanto che gli ultimi campioni dell’agente infettivo restarono confinati in due laboratori, il CDC di Atlanta in Usa e il Centro Nazionale di ricerca virologica di Kol’covo, in Siberia (in due riprese, nel 1993 e nel 1999, si pensò di distruggerli, poi si decise di tenerli, con la motivazione che potevano servire per la ricerca). Chi ha vissuto la Medicina della fine degli anni Settanta, si ricorda come le malattie infettive apparissero allora qualcosa di “archeologico” per il mondo Occidentale, alle prese con ben altre minacce con cui si doveva fare i conti e in fretta: le malattie metaboliche, il diabete e il cancro. Lo stesso Aids che pure è di origine virale – comparve nel 1981 – non fu vissuto come una classica malattia infettiva, ma come una flagello “sociale” visto che colpì all’inizio esclusivamente gli omosessuali. Chi, a quei tempi, sceglieva di specializzarsi in Malattie Infettive pareva destinato a restare disoccupato o a finire in qualche sperduto ospedale africano. In questi ultimi anni la situazione si è ribaltata: i virus sono in agguato, ci colpiscono e noi siamo impreparati. L’ennesima prova che la Medicina in quanto scienza “pratica” per definizione, ha scarse capacità di previsione della realtà e, soprattutto, continua ad essere terribilmente antropocentrica; vede l’uomo da curare e non il contesto in cui vive. Un contesto, quello attuale, attraversato da un cambiamento climatico senza precedenti, al quale virus e batteri sono capaci di far fronte molto bene. Assai meglio di noi umani.

Toscana, milanese di adozione, laureata in Medicina e specializzata in Geriatria e Gerontologia all'Università di Firenze, città dove ha vissuto a lungo, nel 1985 si è trasferita a Milano dove ha lavorato per oltre vent'anni al "Corriere della Sera" (giornalista professionista dal 1987) occupandosi di argomenti medico-scientifici ma anche di sanità, cultura e costume. Segue da tempo la problematica del traffico d'organi cui ha dedicato due libri, "Traffico d'organi, nuovi cannibali, vecchie miserie" (2012) e "Vite a Perdere" (2018) con Patrizia Borsellino, editi entrambi da FrancoAngeli. Appassionata di Storia dell'Ottocento, ha scritto per Rubbettino "Costantino Nigra, l'agente segreto del Risorgimento" (2017, finalista al Premio Fiuggi Storia). Insieme ad Elio Musco ha pubblicato con Giunti "Restare giovani si può" (2016), tradotto in francese da Marie Claire Editions, "Restez Jeune" (2017). Nel gennaio del 2022, ancora con Rubbettino, ha pubblicato "Cavour prima di Cavour. La giovinezza fra studi, amori e agricoltura".

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