Milano 21 Dicembre 2024
«Furtiva e selvatica come una cerva»: è una delle espressioni con cui Jean Dubuffet declinava la sua Art Brut mettendola a confronto con l’accademia del tempo “addomesticata”. Un’arte istintiva, incontaminata ma anche fragile e speciale che finalmente entra, senza filtri, in un museo a Milano. La mostra Dubuffet e l’Art Brut. L’arte degli Outsider, appositamente concepita per il Mudec – Museo delle Culture (fino al 16 febbraio 2025), racconta la straordinaria potenza espressiva dell’arte Outsider grazie a una selezione di opere provenienti dalla Collection de l’Art Brut di Losanna.

A metà degli anni Quaranta, Dubuffet (Le Havre 1901-Parigi 1985), in modo provocatorio, si rifiuta di accettare le regole e i valori condivisi dell’arte accademica, puntando su una creazione libera dai precetti della cultura artistica da lui ritenuta asfissiante. Per decostruire questo sistema l’artista francese comincia a collezionare le opere di autori non professionisti e autodidatti, di malati di mente, di persone spesso ai margini della società che creavano solo per se stessi. Nel 1948 Dubuffet fonda a Parigi la Compagnie de l’Art Brut con André Breton, Jean Paulhan e altri. Nel 1971 dona la sua collezione di 5mila opere alla città di Losanna che si impegna ad aprire un museo dedicato. Queste opere andranno a costituire il primo nucleo della Collection de l’Art Brut – inaugurata nel 1976 e che conta oggi 70mila opere – da cui provengono le oltre 70 creazioni in mostra, come le magnifiche composizioni delle maggiori figure svizzere dell’Art Brut, quali Aloïse Corbaz e Adolf Wöfli, insieme con le sculture di Émile Ratier e ai dipinti di Carlo Zinelli, il più celebre autore italiano di Art Brut.
Non sono molte le opere di Jean Dubuffet esposte nelle sale del Mudec, ma emblematiche per mettere a fuoco la carriera di un pittore, scultore, musicista, scrittore, che per tutta la vita ha coltivato l’idea di una creazione libera dalle tradizioni e dalle mode, dai dogmi della cultura accademica. Segue poi l’incredibile sezione di artisti Outsider che svelano nelle opere un profondo richiamo al loro vissuto personale.

A partire dal 2013, nell’edizione a cura di Massimiliano Gioni, tra le opere mainstream della Biennale di Venezia fa capolino l’Outsider Art. A New York da oltre 30 anni c’è una fiera dedicata. Sebbene sia oggi riconosciuta dall’ambiente artistico e dal suo mercato, in Italia il concetto di Art Brut rimane relativamente estraneo al grande pubblico. E nonostante siano numerosi e di valore gli autori Outsider made in Italy, non ci sono oggi in Italia istituzioni pubbliche dedicate all’Art Brut.
Per creare un ponte con l’attività artistica del territorio e per dare maggior visibilità agli autori nostrani (poco rappresentati nella collezione di Losanna), Maroncelli 12 si è lasciata ispirare dal percorso della mostra curata al Mudec da Sarah Lombardi (direttrice Collection de l’Art Brut) e Anic Zanzi (conservatrice a Losanna), con Baptiste Brun per la sezione dedicata a Jean Dubuffet. La galleria milanese che da un decennio esplora e valorizza l’arte irregolare, propone un approfondimento con la mostra Dubuffet e l’Art Brut. Gli Outsider italiani (fino al 28 febbraio 2025). Un percorso che parte da Sols, Terres, un portfolio di 18 litografie della serie Phénomènes, realizzata da Dubuffet nel 1959 per proseguire con le visioni degli autori Brut presenti in rassegna.

Nello scenario di un Dopoguerra dominato dal ricordo della violenza e delle bestialità compiute dall’uomo, Dubuffet punta sull’autenticità della materia. Quando comincia l’avventura dei Phénomènes, il padre dell’Art Brut ha già alle spalle un consistente lavoro sulla materia. La sua ricerca si impegna in un’analisi attenta – artistica, filosofica, estetica e simbolica – sul tema della natura, partendo da una celebrazione del suolo e della terra. Difficile parlare di proporzione e simmetria quando si assembla del fango o un pezzo di muro sbrecciato; il carbone, la ghiaia, i muschi e i licheni, per citare solo alcuni tra i tanti materiali utilizzati, diventano il soggetto di un’esplorazione incessante dove la sorpresa è continua e l’investigazione quasi scientifica. Si tratta di impronte prese da materiali diversi su carta da riporto inchiostrata.
Sono dei primi anni Sessanta le opere in mostra di Pietro Ghizzardi e di Carlo Zinelli, unico degli Outsider italiani già presente nella collezione di Dubuffet. A seguire, di epoche successive, i lavori di Egidio Cuniberti, Martino Fiorattini, Franca Settembrini, Raffaele Capuana, Annamaria Tosini, Tarcisio Merati, Antonio Dalla Valle. Non solo autori storicizzati ma anche artisti Outsider contemporanei come Davide Cicolani, Umberto Bergamaschi, Paolo Baroggi. Arrivano da La Tinaia, uno dei più prestigiosi atelier italiani, Angela Fidilio, Giovanni Galli, Marco Raugei.

Egidio Cuniberti (1928-2006) gira per il Paese, di notte, per raccogliere materiale di scarto, cassette della frutta e i suoi legnetti preferiti, i bastoncini del gelato. Li assembla, di taglio, ossessivamente, fino a creare mobili irregolari, piccoli bauli ma anche dipinti bassorilievi, paesaggi come memorie sognate della sua città di origine. Anche Antonio Dalla Valle (1939-2020), personaggio sconcertante, quasi una figura sciamanica, navigava nel suo mondo portando con sé una borsa che riempiva ogni giorno con oggetti di scarto per lui preziosi, accendini, pezzi di plastica, nastro adesivo, penne e quaderni. Servono tutti come materiale e ispirazione per le sue opere “concettuali”.

Il contadino Pietro Ghizzardi (1906-1986), attratto dall’universo femminile, dipinge la sua “dolce vita”, Tarcisio Merati (1934-1995) un suo personale e liberissimo alfabeto fatto di meraviglia e colori brillanti. Franca Settembrini (1947-2003), l’eterna bambina (ricoverata in manicomio a 11 anni), dipinge ragazzine forti, contro il vento della storia. I pretini, gli animali, le glossolalie di Carlo Zinelli (1916-1974), come note su uno spartito, creano un tutt’uno armonico sui fogli dipinti fronte-retro. La pittura di Raffaele Capuana (1947-2019) esprime una profonda visionarietà. L’artista si serve di una libertà di espressione eccezionale per tracciare coordinate emotive (lische di pesce, maschere, blister) simboli di un quotidiano non sempre facile e felice.
Martino Fiorattini (1928-1997), coltiva meloni fino a cinquant’anni quando scopre la sua passione per la pittura. E inizia a dipingere con pennellate dense, dai colori smaglianti, il suo ambiente: campi coltivati, animali selvatici, cascine e ritratti.

Da protagonista del jet-set palermitano ad anziana in una casa di riposo: Annamaria Tosini (1930-2013) invece di lasciarsi andare alla disperazione, negli ultimi quindici anni della sua vita, inventa mondi fatti di fragili sculture di carta riciclata, nastri e piume. Tracciati, intrecci, ritratti, i lavori di Davide Cicolani (1978) sono di grande potenza grafica. La sua vita da nomade gli ha imposto come “necessario” il solo utilizzo della carta. L’importante è che i fogli possano essere piegati in modo da non occupare troppo spazio ed essere facilmente trasportabili.

Umberto Bergamaschi (1954) cerca rifugio in un mondo silenzioso e protetto: disegna i suoi soggetti all’interno di un cerchio, figure stilizzate in un universo fetale dove spazio e tempo non esistono.
Hanno frequentato per anni l’Atelier La Tinaia di Firenze: Marco Raugei (1958-2006) disegna la ripetizione di oggetti. Dal pacchetto di sigarette, al pianoforte, all’orologio, le sue “cose” riempiono, quasi a scandire un ritmo, lo spazio del foglio; Angela Fidilio (1947-2018) racconta un mondo fiabesco, in cui cieli stellati, animali, esseri umani reali o immaginari, hanno la forza dell’incanto. Aerei, carri armati, navi, figure femminili, divinità, Giovanni Galli (1955) accompagna i suoi disegni con scritte e frasi che sgorgano dalla sua personale e colta filosofia.
Immagine di apertura: Angela Fidilio, Senza titolo, 35×50 cm, acrilico su carta




