Bari 27 Settembre 2026

Dieci anni fa il terremoto dell’Appennino centrale seminò morte e distruzione in un vasto territorio. Amatrice e molti altri centri colpiti sono ancora alle prese con la ricostruzione. Numerosi interventi sono stati completati, ma una parte rilevante delle opere pubbliche non ha ancora raggiunto il cantiere. Nel ricordo delle vittime, l’anniversario impone un doppio bilancio: quello della ricostruzione e quello della prevenzione.
L’Italia è un Paese a elevata pericolosità sismica. I terremoti di magnitudo pari o superiore a 7 sono rari, ma non sconosciuti: quello di Messina e Reggio Calabria del 1908 è stimato in 7,1 magnitudo del momento sismico (Mw). Anche eventi meno forti possono provocare danni catastrofici quando colpiscono edifici vulnerabili e territori nei quali la prevenzione è stata insufficiente.

Allestimento delle tendopoli a Amatrice il 27 agosto del 2016 dopo il terremoto che lasciò 2500 abitanti senza casa (Esercito USA, foto di Staff Sgt. Joshua Tverberg)

È quanto accadde alle 3.36 del 24 agosto 2016, quando un terremoto di magnitudo 6,0 devastò Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e numerose frazioni. Le vittime furono 299 e i feriti oltre 400. Le scosse successive portarono gli sfollati a quasi 41 mila. Il danno economico dell’intera sequenza fu stimato in circa 28 miliardi di euro.
Il cratere comprende 138 comuni del Lazio, delle Marche, dell’Umbria e dell’Abruzzo, distribuiti su oltre 8.000 chilometri quadrati. È un’area montana, tra i parchi nazionali dei Monti Sibillini e del Gran Sasso e i Monti della Laga, caratterizzata da piccoli centri, numerose frazioni e collegamenti difficili.
L’epicentro fu localizzato circa un chilometro a ovest di Accumoli. L’ipocentro si trovava a otto chilometri di profondità: la vicinanza alla superficie contribuì alla violenza dello scuotimento. La rottura interessò un sistema di faglie lungo 25-30 chilometri, tra Amatrice e Norcia, con spostamenti prossimi ad un metro. L’Appennino centrale è una catena ancora in evoluzione, che si deforma di pochi millimetri l’anno.

Terremoto di Amatrice del 24 agosto 2016: mappa dell’intensità secondo la scala Mercalli-Cancani-Sieberg. Le vittime furono 299 (fonte: Istituto Italiano di Geofisica e Vulcanologia)

Quando le tensioni accumulate nelle rocce provocano il cedimento di una faglia, l’energia si libera sotto forma di terremoto. Anche le caratteristiche geologiche e geomorfologiche del territorio influirono sugli effetti locali: i sedimenti sciolti dei fondovalle alluvionali, così come creste e pendii ripidi, possono aver amplificato lo scuotimento. Ma a rendere tanto gravi i danni contribuì soprattutto la vulnerabilità degli edifici, spesso già in condizioni precarie.
Quella del 24 agosto fu soltanto la prima scossa di una lunga sequenza. Il 26 ottobre un terremoto di Magnitudo 5,9 colpì l’area di Visso; il 30 ottobre, vicino a Norcia, si verificò un evento di Magnitudo 6,5, il più forte registrato in Italia dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980. Il 18 gennaio 2017 seguirono quattro scosse di magnitudo superiore a 5. Tra il 2016 e il 2017 l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia registrò oltre 118 mila eventi; nell’arco del decennio quelli localizzati nell’area hanno superato i 150 mila.


30 ottobre 2016, Norcia: le macerie della cattedrale (Fonte: Internazionale)

La scossa del 24 agosto, forte ma non eccezionale, produsse effetti distruttivi. Nelle località più colpite l’intensità raggiunse il grado X della scala EMS-98, con valutazioni fino al X-XI della scala Mercalli-Cancani-Sieberg. In molti borghi più di tre edifici su quattro erano in muratura non armata, spesso con malte deboli, pareti mal collegate ai solai, coperture pesanti e modifiche incompatibili con le strutture originarie. Norcia resistette meglio grazie alle norme antisismiche e agli interventi precedenti: la distruzione non era inevitabile.
La ricostruzione ha dovuto fare i conti con la vastità del cratere, i vincoli dei centri storici e la debolezza delle strutture tecniche dei piccoli comuni. Nei primi quattro anni si sono alternati quattro governi e quattro commissari, mentre le procedure sono cambiate più volte. Queste difficoltà hanno contribuito ad allungare i tempi, ma non spiegano da sole tutti i ritardi.

25 agosto 2016: una donna viene estratta viva a Rio, una frazione di Amatrice (tremocentritalia)

Il nodo cruciale è un sistema ancora più orientato a intervenire dopo i terremoti che a prevenirne i danni. Secondo il Centro Studi del Consiglio nazionale degli ingegneri, dal 1968 lo Stato ha stanziato 135,2 miliardi di euro per l’emergenza e le ricostruzioni post-sisma, una media di oltre due miliardi l’anno. Una stima di massima dello stesso Centro indica che un piano esteso di messa in sicurezza richiederebbe circa 219 miliardi di risorse pubbliche: sette miliardi l’anno per trent’anni, oltre alla quota dei privati. A mancare non sono le conoscenze tecniche e le norme, ma una programmazione stabile, sostenuta da dati puntuali sul patrimonio edilizio, che individui le priorità e renda ordinaria la prevenzione.
Anche il bilancio della ricostruzione cambia a seconda del criterio adottato. La Struttura commissariale considera avviati anche gli interventi entrati nelle fasi amministrative o progettuali: secondo questa classificazione, soltanto il 2,5 per cento delle 3.667 opere pubbliche risulta non avviato. Cantieri aperti e opere concluse rappresentano però circa il 40 per cento del totale. La nomina del responsabile unico del progetto (RUP) o l’affidamento della progettazione sono passaggi necessari, ma non equivalgono all’apertura di un cantiere.

La copertina del libro “Salvare vite” del portavoce del Corpo Nazionale dei vigli del fuoco Luca Cari, uscito da poco per Mondadori

ActionAid, organizzazione non governativa internazionale attiva da dieci anni nei territori colpiti dal sisma, ha invece riclassificato i dati in base all’avanzamento materiale. Al 30 aprile 2026, su 3.667 interventi programmati, 2.432, pari al 66,3 per cento, non avevano ancora raggiunto il cantiere; 548 erano in corso, 684 conclusi o al collaudo e tre oggetto di rinuncia o revoca. Ad Amatrice erano senza cantiere 136 dei 172 interventi programmati, quasi l’80 per cento. La ricostruzione privata è più avanzata. Al 31 maggio 2026 risultavano presentate 36.149 richieste di contributo e autorizzati 23.361 cantieri. Di questi, 14.968 erano conclusi e 8.393 non ancora ultimati. Restavano inoltre assistiti 8.759 nuclei familiari.
La prevenzione dipende anche dalla percezione del rischio. Dopo un terremoto l’attenzione è alta, ma con gli anni si affievolisce, mentre la pericolosità rimane. La memoria deve diventare educazione al territorio e ai suoi rischi, a partire dalle scuole. In Giappone questa cultura passa attraverso esercitazioni periodiche, percorsi di evacuazione conosciuti e coinvolgimento delle comunità. Anche in Italia queste pratiche dovrebbero affiancare piani di emergenza aggiornati, manutenzione degli edifici, scelte urbanistiche e investimenti pubblici.
Dieci anni dopo, onorare le 299 vittime significa anche chiamare le cose con il loro nome. Un finanziamento non è un progetto, un progetto non è un cantiere e un cantiere non è ancora un’opera restituita alla comunità. La scienza non può prevedere il prossimo forte terremoto, ma indica come ridurne gli effetti. Nell’Appennino, come in ogni territorio sismico, prevenire e ricostruire sono responsabilità pubbliche che non possono riemergere soltanto negli anniversari.

Immagine di apertura: il terremoto di Amatrice (foto Ansa)

Francesco Sdao
Nato a Cosenza, laureato in Scienze Geologiche presso l’Università La Sapienza di Roma è Professore Ordinario di Geologia Applicata nella Scuola di Ingegneria dell'Università degli Studi della Basilicata, dove insegna Geologia Applicata. Autore di circa 190 lavori scientifici sulle tematiche di valutazione e di tutela del rischio idrogeologico e ambientale, è stato Editor di alcuni volumi riguardanti tematiche di rischio geologico.

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