Milano 26 Marzo 2025

Rischiamo ancora di meritarci la solita cattiva nomea? Siamo sempre fermi al “Paese senza” come Alberto Arbasino era uso definire, nella sua scrittura implacabile, il mood tipicamente italiano di soprassedere nell’affrontare le vicende, le problematiche civili e sociali nostrane?
Ci troviamo alle prese con l’avanzamento del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (per brevità, PNRR) che, dopo gli apprezzamenti e gli ottimismi con cui venne accolto nelle fasi di una prevedibilmente laboriosa attuazione, pare ora afflitto da criticità e ritardi. Ricordiamo che il Piano è stato messo a punto per rilanciare le strutture economiche e sociali dopo la pandemia di Covid-19, con assi strategici (condivisi dagli altri paesi europei) precisi: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica e inclusione sociale.

Fonte: Sole24ore; 2 marzo 2025

Nell’estate 2021 la Commissione Europea ha assegnato al PNRR italiano un totale di 194,5 miliardi di euro come “aiuti” agli investimenti necessari per farci riemergere dalla difficoltà del dopo pandemia. Una nuvola di denaro tra sovvenzioni a fondo perduto (71,8 miliardi) e prestiti (122 miliardi, questi ovviamente da restituire), da utilizzare seguendo i dettati dei bandi presentati dalle Pubbliche Amministrazioni, dalle imprese e dai cittadini. Entro il 2026. Va aggiunto che l’Italia è il Paese che ha chiesto e ricevuto dal Fondo Europeo per la Ripresa la quota di finanziamenti più elevata, precedendo la Grecia. Finanziamenti che sono stati erogati in sei rate, l’ultima pervenuta a fine 2024.

Alla rilevazione del dicembre scorso, dei fondi stanziati risultavano spesi solo 58 miliardi, un modesto 30 per cento (foto di Gerd Altmann)

Naturale che il Piano tanto ben finanziato stia procedendo. Tuttavia le rilevazioni al 13 dicembre 2024 di Openpolis (la piattaforma online che monitora, in piena autonomia, gli aspetti chiave del PNRR) ci dicevano che erano stati spesi soltanto 58 miliardi. Equivalenti al 30 per cento del totale delle erogazioni preventivate e affluite. Un po’ poco quando manca soltanto un anno e mezzo alla scadenza stabilita e concordata con la Commissione Europea, mentre sono passati tre anni e mezzo dall’ avvio della messa in opera del Piano.
Secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia e dall’ANAC (l’autorità deputata a prevenire la corruzione in tutti gli ambiti dell’attività amministrativa) preoccupa il tempo perso nell’attivazione dei cantieri, insieme ai gravi ritardi riscontrati nelle procedure di affidamento dei lavori, nella redazione/presentazione dei contratti e dei servizi relativi agli interventi programmati.

Finora l’Italia ha raggiunto il 43 per cento degli obiettivi concordati

Dal Ministero degli Affari Europei, il Sud, le politiche di coesione e il PNRR (il cui titolare è oggi Tommaso Foti) è venuta la conferma che le spese effettive fin qui registrate hanno raggiunto circa 60 miliardi di cui 22 nel corso del 2024. Per completare il Piano concordato occorre tuttavia investire ancora 130 miliardi di euro circa. Per riuscirvi risulta indispensabile cambiare passo, procedendo ad un ritmo più che doppio rispetto a quanto avvenuto finora. Per poterlo fare occorrerà rivedere una serie di obiettivi finali, rimuovendo addirittura quelli ritenuti non più raggiungibili.
Mentre procedono le erogazioni da parte della Commissione europea (la sesta rata da 7 miliardi di euro è stata incassata dal Ministero a fine gennaio di quest’anno), il clima di scetticismo su un possibile malaugurato flop si sgombra se ci affidiamo a quanto reso noto, ai primi di marzo, dal Centro Studi di Confindustria. Che ci illumina: «Il Piano italiano avanza con una velocità superiore rispetto a quella degli altri Paesi. E comunque occorre accelerare». Fin qui l’Italia ha raggiunto il 43 per cento degli obiettivi concordati, documentando nei dettagli le prime venti misure per spesa effettuate e pianificate. Dagli ecobonus (e sismabonus), al credito d’imposta per beni strumentali, all’Alta Velocità, alla Scuola 4.0 e alla riqualificazione degli edifici scolastici, al rafforzamento della smart grid (le reti di informazioni e di distribuzione dell’energia).

La Commissione Europea a fine gennaio ha erogato all’Italia la sesta rata da 7 miliardi del fondo stanziato per il PNRR italiano (foto di Dimitris Vetsikas)

Di converso, se andiamo a prendere lumi dal monitoraggio condotto dallo SVIMEZ (l’associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno) emerge, sul complesso dei progetti infrastrutturali, un forte ritardo da parte delle amministrazioni meridionali nella realizzazione di opere pubbliche. I cantieri non avviati congelano l’85 per cento delle risorse a disposizione. Per non parlare delle infrastrutture idriche primarie, per le quali addirittura ancora non esistono opere in fase esecutiva. Un quadro d’insieme che dovrebbe alimentare incertezze sulla sfida circa il buon esito complessivo del Piano. Mentre ci dobbiamo rendere conto che siamo a quello che può dirsi “l’ultimo miglio”, visto che da qui al giugno 2026 manca davvero poco più di un anno. E la posta in gioco, come ben sappiamo, è rilevantissima. Non va trascurato quanto affermano gli osservatori più critici quando fanno notare che i finanziamenti, i soldi del Piano di Resilienza, sono stati distribuiti, come si dice, “a pioggia”. Non si coglie la ratio di una decisione del genere. Occorreva fare semmai un ragionamento strategico sulle tecnologie e le innovazioni  veramente utili al progresso del Paese. E ancora più inquietante è la domanda: «Siamo ancora in tempo per rimediare?».

I finanziamenti del PNNR sono stati distribuiti a pioggia e anche questo non ha giovato ad una realizzazione veloce dei progetti

Non aggiunge entusiasmo quanto pubblicato dal Ministero della Salute l’11 marzo. Dai dati consolidati al 20 febbraio emerge che gli importi chiesti a rimborso dopo aver certificato le uscite, hanno raggiunto 1,3 miliardi di euro. Risultato che corrisponde solo al 20.7 per cento rispetto ai 6,28 miliardi messi a disposizione dal Piano. A conferma che c’è ancora parecchia strada da fare, considerando anche il ritardo dei collaudi.
Comunque a sentire alcuni esperti si può affermare che il rispetto dei dettati del PNRR ha comunque agito sul piano almeno educazionale e etico, ci ha obbligati a far emergere le aree di debolezza e di staticità del Bel Paese, imponendo l’obbligo di misurarsi con tempi e obiettivi. A vincere sfide aperte sul lavoro e sulla indilazionabile trasformazione digitale e energetica. Mettendo sotto accusa la italian lunacy che sappiamo, bene o male, è caratteristica diffusa e che ci riconosciamo noi stessi. Il Piano di Ripresa attivato da ormai quattro anni- sempre secondo gli esperti – ha inculcato la mentalità positiva dell’impegno a raggiungere gli obiettivi prefissati. Oltre a far emergere gli aspetti deteriori indotti dalla atavica pletora di asfissianti passaggi burocratici, insieme a certa congenita scarsa familiarità a confrontarsi con dati e scadenze. Anche nell’area degli investimenti.
Il bicchiere, si può dire, che – a questo punto – è mezzo vuoto o mezzo pieno?

Immagine di apertura: foto di Ray Alexander

Gigi Giudice
Nato a Voghera, dove vive tuttora, ha iniziato a lavorare al “Giornale di Voghera”, passando poi alla redazione della “Nuova Mercurio”, editrice milanese di una serie di riviste. Si è occupato in seguito di argomenti finanziari, dirigendo un mensile dedicato al mondo assicurativo. Mondo su cui continua a scrivere per alcune testate. Ha operato anche come responsabile della comunicazione di alcuni gruppi assicurativi di rilievo. È autore di testi specialistici sul settore delle polizze, mai tralasciando di occuparsi dei temi di critica della cultura, di arti visive, di musica e di storia locale. Ha collaborato a riviste come "Storia illustrata", "Il Piacere", "Terzo Occhio", "Oltre" e a quotidiani come "Avanti!", "Il Giorno", "Avvenire", "Milano Finanza"

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