Firenze 21 Dicembre 2025

Quella della Casa Editrice Rubbettino è una storia che ha origine da un self-made man, guidato da una forte passione, capace di costruire tassello su tassello la propria impresa. Si tratta di Rosario Rubbettino che nel 1972 fondò a Soveria Mannelli, in Calabria una tipografia, poi ampliata a casa editrice, perseguendo una scommessa imprenditoriale che univa la crescita aziendale a quella del territorio. Vicino a Rosario c’era sua moglie Rosa, pilastro della famiglia e tra le prime sostenitrici di questo ambizioso progetto. Nel 2000 Rosario è mancato, ma la sua visione non ha subito arresti: i figli Florindo e Marco da allora portano avanti il suo sogno e i suoi valori.

Il palazzo baronale di Soveria Mannelli, paese non lontano da Catanzaro, di 3mila abitanti (foto di Ferdinando Chiodo)

Attualmente l’azienda conta circa 100 dipendenti e prosegue l’intento iniziale: mettere al centro la cultura, valorizzare il territorio e creare impresa. Florindo Rubbettino, 54 anni, laureato in Scienze Politiche all’università Luiss Guido Carli di Roma, Amministratore Delegato, ci racconta la nascita e lo sviluppo della casa editrice.

Come è arrivato suo padre a creare una casa editrice?

«La spinta viene dall’enorme passione che mio padre aveva per i libri; gli piaceva leggere. Veniva da una famiglia originaria di un luogo della Calabria abbastanza remoto e periferico, però, voleva dimostrare a se stesso, prima di tutto, che anche da un posto lontano dalla centralità delle grandi città era possibile realizzare un sogno. Lui era un giovane impiegato segretario di scuola media, che aveva un impiego pubblico, che in quel periodo, ovviamente, costituiva un’importante sicurezza. Siamo all’inizio degli anni Settanta e anche il coraggio di lasciare questo posto sicuro, partendo da zero nella sua avventura di impresa culturale e editoriale fu una scommessa coraggiosa. Decise di aprire una libreria nel centro di Soveria Mannelli, un paese di 3mila abitanti nelle montagne della Calabria; poi, nel retrobottega della libreria acquistò delle attrezzature tipografiche, di seconda mano, con le quali iniziò a stampare».

Un bello scatto di Rosario Rubbettino, il fondatore della casa editrice, scomparso nel 2000

Stampava di tutto, perché, ovviamente, per tenere in piedi, quel laboratorio artigianale era necessario lavorare qualunque cosa gli passasse sotto mano, inizialmente su commissione, poi materiali di stampa, didattici e anche i primi libri.

Quando la casa editrice prende davvero forma?

«Il primo decennio è stato certamente pionieristico, un periodo cui si imparava a fare le cose, con tanti errori, come è normale che sia, e con una buona dose di improvvisazione.
Per cui, se vogliamo cercare un momento di svolta, io lo vedo tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, quando la casa editrice si dota di una struttura editoriale, con un direttore editoriale, con delle posizioni commerciali specializzate, con una rete di distribuzione nazionale e, soprattutto, con una chiamata a raccolta di una serie di intellettuali che costituiscono una sorta di comitato scientifico che va a presidiare i filoni fondativi degli interessi della casa editrice: dalla storiografia, alla filosofia, alle scienze umane, alla politologia, al mondo dell’economia».

La casa editrice oggi, un’azienda che ha compiuto da poco 50 anni di vita e dà lavoro a 100 dipendenti

Da quel momento in poi la casa editrice cresce in maniera importante, fino a trasformarsi in un network capace di unire studiosi, docenti universitari e fondazioni accomunati dal desiderio di approfondire e divulgare temi di interesse collettivo. Rubbettino diventa così la voce di autori lontani dal grande circuito, dà vita a testi che riportano alla luce patrimoni della cultura a lungo dimenticati.

 C’è un libro, in particolare, che ha un ricordo legato per lei a suo padre?

«Sì, io credo che se c’è un libro, tra tutti, che fu il primo vero successo della casa editrice è la traduzione in Italia di un saggio dello storico inglese Christopher Duggan, La mafia durante il fascismo, testo di riferimento della storiografia contemporanea. Il libro all’uscita, nel 1986, venne recensito con un paginone sul Corriere della Sera da Leonardo Sciascia, che aprì la famosa polemica sui professionisti dell’antimafia. Diciamo che il dibattito pubblico sui professionisti dell’antimafia è nato grazie a quella recensione di Leonardo Sciascia. Un successo di cui mio padre andava molto orgoglioso».

Quando viene a mancare suo padre, quali sono stati i cambiamenti e quali le cose che hanno dettato una continuità?

«Quello che ci portiamo dietro dall’insegnamento del fondatore è un importante rapporto con il territorio, con la comunità, perché noi crediamo che ogni impresa abbia come valore aggiunto l’identità del territorio e della comunità di riferimento. Mio padre era molto attento alle origini e questa cosa noi in Rubbettino continuiamo a declinarla attraverso tutta una serie di iniziative, di progettualità che ci servono non solo per restituire, ma anche per trarre al territorio elementi di competitività. Questo ci ha consentito dal 2000 in poi di ritagliarci uno spazio di riconoscibilità importante anche sul lato industriale, di cui si occupa di più mio fratello, oggi la nostra è un’azienda leader in Italia per la stampa editoriale.

I due fratelli Rubbettino, Florindo a sinistra, Marco a destra

L’altro sviluppo importante è stata l’apertura al mondo del packaging cartaceo. Esiste una linea dell’azienda che si occupa di progettare, costruire e realizzare packaging in carta per il mondo agroalimentare, farmaceutico, cosmetico, con delle traiettorie di ricerca importanti anche sulla sostenibilità. Senza tralasciare ovviamente l’importanza del digitale, perché noi siamo un’azienda di contenuti editoriali e chiaramente nel mercato contemporaneo i contenuti devono essere veicolati anche attraverso il digitale».

Parlava prima del rapporto con il territorio, a Soveria Mannelli avete anche creato un museo….

«Sì, in occasione del cinquantennale dell’azienda, abbiamo aperto questo spazio, che è un museo d’impresa perché racconta la storia della stampa, del libro e di Rubbettino. Ma un luogo ibrido, che mescola al museo spazi di sperimentazione e di innovazione aperti al territorio, alla comunità. È pensato per far conoscere la storia meravigliosa dell’editoria, che nasce da una delle più grandi invenzioni dell’umanità, la stampa, ma anche ispirarsi a questo patrimonio di conoscenze per metterla a frutto attraverso rivisitazioni,

Un esemplare di Linotype, la macchina tipografica  inventata nel 1881 che componeva automaticamente intere righe di testo, custodita nel museo

sperimentazioni, che traggano da quella storia idee feconde per fare innovazione. Tra l’altro abbiamo dato vita anche a CARTA, un parco d’arte contemporanea immerso nell’area verde che circonda l’azienda, dove una serie di artisti di caratura internazionale stanno producendo le loro opere».

Come vede la casa editrice fra qualche decennio, che  cosa si augura?

«Io credo che il futuro dell’editoria sarà sempre più ibrido, per cui cadranno molti steccati merceologici e culturali. Io immagino, e spero, che la nostra realtà possa continuare ad essere un centro di elaborazione di pensiero e di diffusione di idee, ma anche, attraverso  tecnologie innovative, un luogo del saper fare, di produzione manifatturiera che è l’altro grande pezzo della storia di Rubbettino».

Immagine di apertura: Florindo Rubbettino, 54 anni, figlio del fondatore Rosario, Amministratore Delegato della Casa Editrice, fra i suoi libri

  • Le foto del servizio sono una gentile concessione della casa editrice Rubbettino
Alessandra Maria Abramo
Fiorentina, laureata in Scienze Politiche all’università del capoluogo toscano, ha collaborato fin da giovanissima con alcune testate giornalistiche della sua città. Giornalista pubblicista dal 2006, ha lavorato presso l’emittente televisiva Video Firenze - Toscana Channel, poi all’ufficio stampa della Casa Editrice Giunti fino al 2017. Oggi è giornalista freelance e si occupa di uffici stampa e comunicazione. Vive a Marradi, nel Mugello. Nel 2022 ha pubblicato, insieme al collega Franco Mariani "Lelio Lagorio, un socialista tricolore", per le Edizioni dell'Assemblea della Regione Toscana

2 Commenti

  1. Una gran bella intervista rievocativa in modo non passionale, che trovo particolarmente coinvolgente, per chi, come me, ha avuto la possibilità di seguire da vicino la svolta decisiva dei primi anni Novanta di questa meravigliosa realtà. Complimenti e ad majora.

  2. Per uno di quei casi fortunati che la Vita ti presenta, nel 1972, da 22enne studente di Lettere a Pisa, mi chiama Rosario Rubbettino,il fondatore, per chiedermi di trascrivere in una settimana un manoscritto di quasi 100 fogli in maniera che fosse leggibile dai suoi compositori in tipografia. Fu il primo libro in assoluto stampato da Rosario ” La Filosofia di S. Agostino” del Professor Domenico Virgilio, per partecipare al concorso, poi vinto,per la Cattedra di Filosofia Teoretica a Messina. Resto orgoglioso di quello che fu il mio primo lavoro , svolto orgogliosamente con passione e gratuitá.

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