Milano 27 Gennaio 2026

Il terreno è scivoloso, se non minato. E sia l’autore, Ferruccio Pinotti, sperimentato giornalista del Corriere della Sera, sia la casa editrice, Ponte alle Grazie, fondata alla fine degli anni Ottanta con il nome del ponte di Firenze distrutto durante la guerra dai nazisti, ne sono consapevoli dall’inizio.

La copertina del libro “La Lobby Ebraica” di Ferruccio Pinotti, edito da Ponte Alle Grazie

Il 12 novembre scorso, il dado è tratto negli uffici della casa editrice: «Politica, media e finanza, per separare i fatti dalle distorsioni e rispondere a una domanda: la lobby ebraica esiste davvero?»; l’ufficio stampa annuncia così l’uscita del libro dal fragoroso titolo La lobby ebraica. Un tomo di 480 pagine, incluse 70 di note, bibliografia e indice dei nomi.
Il sottotitolo distingue subito tra “Mito e realtà di un «potere forte» in Italia e nel mondo”. E, a garanzia di immunità da qualsivoglia contaminazione antisemita, l’inchiesta è preceduta da tredici pagine di prefazione di Moni Ovadia. Un imprimatur. Ma le prime critiche arrivano il giorno stesso dalle colonne de Il Foglio, concentrandosi proprio sul titolo del libro: “Il ritorno della “lobby ebraica”. Come è stata sdoganata persino in tv un’espressione accusatoria che rimanda ai “Savi di Sion”. Obbietta l’autore: «Il mio è uno studio asettico e imparziale sul tema della legittima rappresentazione e articolazione degli interessi, una ricostruzione che parte dalla condanna più severa di ogni forma di antisemitismo e di ogni pregiudizio».

Campo del ghetto Novo, quartiere ebraico di Venezia. il ghetto fu creato nel 1516 come residenza obbligatoria per gli ebrei. Con la caduta della Repubblica e l’avvento di Napoleone nel 1797 furono eliminate le porte e l’obbligo di residenza (foto di Didier Descouens)

Quanto al termine lobby: «Nel mondo anglosassone non ha alcuna connotazione negativa – precisa Pinotti -. E nel mondo americano è obbligatorio sopra una certa soglia di attività registrarsi nei registri LDA (Lobbying Disclosure Act) e FEC (Federal Election Commission). Lo stesso accade in Unione Europea dove a Bruxelles esistono registri per le lobby. L’Italia è uno dei pochi Paesi occidentali dove manca una legislazione organica in materia, ma questo non significa che le lobby, ripeto anche legittime, non esistano».
Tuttavia: «Lobby ebraica è un’espressione che ancora risuona di echi sinistri», riconoscono autore ed editore. Parlarne e scriverne può aiutare a dissiparli o li rafforza? «Per la prima volta, si traccia qui una mappa storica e contemporanea della presenza ebraica nei centri decisionali – si puntualizza da parte di Ponte alle Grazie -. Non ne emerge un complotto né un potere monolitico, semmai la capacità di una diaspora antica di costruire reti, di non disperdere il proprio capitale simbolico e materiale». Pinotti comunque si dichiara pronto al confronto con la comunità ebraica: «Considero questo libro un atto d’amore e, se il titolo ha urtato delle sensibilità, me ne scuso».

Il memoriale che ricorda la deportazione degli ebrei dal ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 in via del Portico d’Ottavia

Il suo viaggio tra i cosiddetti “poteri forti”, o perlomeno influenti, conta già diverse tappe: nel 2006, Opus dei segreta (Rizzoli); nel 2010, La lobby di Dio. Fede, affari e politica, inchiesta su Comunione e Liberazione e la Compagnia delle Opere; nel 2021, Potere massonico: politica, finanza, industria, mass media, magistratura, crimine organizzato (entrambi Chiarelettere) e La setta divina, sul Movimento dei Focolari (Piemme)
L’ultima esplorazione parte da lontano, ricordando “l’humus delle millenarie persecuzioni antiebraiche” e come accuse assurde e ricorrenti, dal deicidio agli infanticidi rituali, abbiano spianato la strada a campagne di odio fin dal 12esimo secolo. Dopo la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico, con la prima concessione di diritti agli ebrei, l’antisemitismo impiegò meno di un secolo a rinnovarsi in Europa, alimentato da teorie razzistiche che penetrarono nelle scienze naturali e umane fino all’Olocausto. E alla successiva nascita dello Stato di Israele.

Primo Levi (1919-1987) in uno scatto del 1960. La sua opera più famosa “Se questo è un uomo” è il racconto dell’esperienza dello scrittore nel campo di concentramento di Auschwitz

Una dettagliata ricostruzione delle relazioni tra Italia e Israele dal dopoguerra ai giorni nostri precede capitoli dedicati ai “canali della ricchezza ebraica in Italia”, da l’apogeo del Banco Rothschild in epoca pre-risorgimentale fino alle famiglie oggi più in vista e citate, come i De Benedetti e gli Elkann. Non solo re di denari. Il libro racconta la storia delle molte famiglie che, lungo la penisola, rivestirono ruoli centrali anche in ambiti culturali, scientifici, politici e accademici: i casati dei Finzi, Pacifici, Di Segni, Toaff. Gli eclettici Norsa, a Mantova dal XV secolo, hanno nel loro albero genealogico banchieri, avvocati e un illustre linguista, Umberto (1866-1943), che ha contribuito alla diffusione della cultura russa in Italia nella prima metà del Novecento.

Il logo dell’Agenzia Letteraria Internazionale

Il cognome Levi, diffuso in diverse regioni, è associato a storici bibliofili di Venezia e, soprattutto, a due grandi scrittori torinesi: il senatore del PCI Carlo, autore di Cristo si è fermato a Eboli, e Primo, uno dei più celebri del XX secolo, con Se questo è un uomo.
Augusto Foà, esponente di un’altra famiglia ebrea torinese, è il capostipite del diritto di rappresentanza editoriale – ricorda Pinotti -. Nel 1898 fonda l’Agenzia Letteraria Internazionale (ALI), la prima agenzia letteraria italiana che si occupa di rappresentare autori stranieri nel Paese. Tra loro: Rudyard Kipling, Georges Simenon, H.G. Wells, Arthur Conan Doyle. È probabilmente l’ultima parte dell’inchiesta di Pinotti la più esposta alle contestazioni, là dove la sua mappa si estende a campi più attuali e labirintici come la cybersecurity, l’intelligenza artificiale e, in particolare, l’informazione o disinformazione globale.

1955: una bella immagine di Carlo Levi (1902-1975), autore di “Cristo si è fermato ad Eboli” pubblicato da Einaudi 

Uno degli argomenti più scottanti, soprattutto in un periodo di “cattiva stampa” per l’immagine di Israele con la devastazione di Gaza e l’espansione coloniale in Cisgiordania, riguarda la strategia comunicativa attuata da Tel Aviv per controllare i media di ogni continente e le modalità per influenzarne, via lobbying e reti di sostenitori, i resoconti dal terreno e gli editoriali.

«Esiste una linea rossa implicita: si può criticare la politica di Israele, ma solo entro certi limiti. Al di là di tali confini – osserva l’autore -, la critica viene rapidamente ricodificata come pregiudizio, posizionamento ideologico, o con il pennello di catrame dell’antisemitismo».

Immagine di apertura: l’interno della sinagoga spagnola nel ghetto di Venezia, il più antico del mondo (fonte: ghettoVenezia.com)

Elisabetta Rosaspina
Nata a Milano, giornalista professionista dal 1981, al "Corriere della Sera" dal 1989, ha lavorato per vent’anni come inviata speciale ed è stata corrispondente dalla Spagna dal 2007 al 2011. Prima di arrivare al Corriere, è stata cronista per sette anni al quotidiano del pomeriggio “La Notte” e per altri tre a “Il Giornale” di Indro Montanelli. Collabora con il settimanale “F” (Cairo editore) dalla Fondazione. Ha scritto per Mondadori due biografie: “Margaret Thatcher, Biografia della donna e della politica” (2019), vincitrice del Premio Giovanni Comisso 2020, ed “Enigma Evita, Storia della donna che ammaliò il mondo” (2022), su Eva Perón.

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