Milano 27 Marzo 2026

Iran, Paese con novantadue milioni di abitanti, fino al 1935 si chiamava Persia, parola che richiama e evoca la tradizione millenaria di una grande cultura. Popolo antico, visto che la prima menzione dei Persiani proviene da un’iscrizione assira dell’884 a.C nella quale vengono chiamati Parsu. Nel VII secolo a.C. Achemenes, capostipite della dinastia reale degli Achemenidi, si mise alla testa dei Persiani che abbandonarono la vita nomade per insediarsi stabilmente nell’Iran meridionale, dando vita al loro primo Stato organizzato.

Il cilindro di Ciro, 530-539 a.C., terracotta, scrittura cuneiforme in lingua accadica, Londra, British Museum

Dopo essere stati dominati dagli Assiri e poi dei Medi, la presa di potere dei Persiani avvenne quando Ciro radunò tutti i clan sotto il suo comando, e nel 550 a.C. sconfisse i Medi e divenne imperatore, Scià (559-530 a.C.), di un regno persiano unificato, con capitale a Persepoli, esteso poi a varie regioni orientali in Asia Centrale e a Babilonia. Dopo quest’ultima conquista, promulgò il Cilindro di Ciro, scoperto nel 1878, e oggi riconosciuto da molti come il primo documento sui diritti umani; un reperto archeologico che testimonia la sua politica di tolleranza e la liberazione dei popoli deportati, tra cui gli ebrei, ai quali permise di tornare in patria. Ciro il Grande fu ucciso in battaglia, e dopo di lui suo figlio, così divenne Scià un parente di una linea collaterale degli Achemenidi, Dario I (in carica dal 522 a.C. al 486 a.C.) . Sotto di lui l’impero persiano raggiunse la massima estensione; il più grande mai visto fino ad allora, che confinava con l’India occupando l’Egitto, il Medioriente fino lambire l’Europa.

Ricstruzione del palazzo di Dario di Charles Chipiez

Ancora più rilevante, fu ben governato ed organizzato. Dario divise l’impero in una ventina di satrapie (province), ognuna amministrata da un satrapo (governatore), creò un sistema di tributi, e costruì la famosa Strada Regia, che collegava tra loro gli estremi dell’impero. I Persiani furono tolleranti verso le culture locali, atteggiamento che ridusse notevolmente le rivolte. Durante il periodo Achemenide, lo Zoroastrismo, l’antica religione monoteista /dualista fondata dal profeta Zarathustra (Zoroastro) divenne la religione dei sovrani e poi della maggioranza dei Persiani fino a diventare un tratto caratteristico della loro cultura (ancora oggi ha 60mila praticanti in Iran). La tradizione poetica dell’Iran affonda le radici in questo periodo storico.

Rilievo di Dario I a Persepoli

Lo sterminato impero persiano fu presto campo di conquista di Alessandro Magno. In seguito nella regione si succedettero i Seleucidi, quindi i Parti e infine l’Impero Sasanide che governò l’Iran per circa quattro secoli fino alla conquista islamica avvenuta tra il 633 e il 656 che avviò un processo di islamizzazione con progressivo declino dello Zoroastrismo. Ma il popolo persiano non si piegò agli arabi mantenendo l’uso della sua millenaria lingua Farsi fino ai tempi moderni. L’Iran tornò a essere uno Stato unitario e indipendente nel 1501 con l’ascesa della dinastia Safavide, che impose lo Sciismo come religione ufficiale. La successiva dinastia turca dei Qagiar (1794-1925) stabilì la capitale a Teheran nel 1786, regnando poi più di un secolo. In questa fase della storia persiana si fece sempre più intensa la penetrazione delle potenze europee, in particolare della Russia e della Gran Bretagna, che crebbe ulteriormente dopo la scoperta, all’inizio del Novecento, di ricchi giacimenti petroliferi. Nel 1921 un colpo di Stato portò al potere Rida (conosciuto come Reza) Khan Pahlavi, che si proclamò Scià nel 1925 dando inizio alla dinastia dei Pahlavi. Reza attuò importanti riforme economiche e sociali, ma non riuscì a sottrarre il Paese alle ingerenze delle potenze straniere.

Un’immagine ufficiale di Mohammad Reza Pahlavi, Scià dell’Iran nel 1973

Nel 1941 abdicò in favore del figlio Mohammad Reza Pahlavi, che rimase al potere sino alla rivoluzione islamica del 1979. In questo lungo periodo lo Scià si legò agli Stati Uniti e agli interessi delle compagnie petrolifere occidentali; impresse un crescente carattere autoritario al proprio regime e diede avvio, negli anni Sessanta, ad un ampio programma di modernizzazione economica e sociale (la cosiddetta rivoluzione bianca) che tuttavia non smantellò le strutture autoritarie. Reza mantenne la legge elettorale ma esercitò un controllo molto stretto dell’accesso al Parlamento. Decideva personalmente l’esito delle elezioni instaurando un sistema capillare di controllo con la famigerata polizia segreta Savak. Inoltre si proclamò capo religioso del Paese confinando i religiosi sciiti ai margini della società. Il regime tuttavia non trascurò la formazione culturale valorizzando scuole e università. A metà degli anni Settanta lo Scià sciolse i due maggiori partiti di opposizione facendo crescere lo scontento. Scoppiò così la rivoluzione islamica, appoggiata da tutti gli oppositori, anche laici e comunisti. Il movimento partì dal leader in esilio a Parigi l’Ayatollah Khomeini che ne divenne la guida suprema. Travolto dalla rivoluzione, lo Scià lasciò l’Iran con la famiglia nel gennaio del 1979.

Una statua dello Scià abbattuta a Teheran nel 1978 durante la rivoluzione

E sotto la leadership di Khomeini (tornato dall’esilio cui era stato costretto il 1° febbraio), fu istituita la repubblica islamica, una vera e propria teocrazia fondata sul Corano e su un progetto di radicale smantellamento di ogni influenza occidentale. Nessuna possibilità di dissenso e di espressione. Nel novembre del 1979 studenti militanti iraniani occuparono l’ambasciata americana a Teheran, azione che durò 444 giorni e fu decisiva nella sconfitta dell’allora Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter. Da allora, la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, il progetto nucleare militare, la messa in rete di formazioni militari in Libano (Hezbollah) in Palestina (Hamas) nello Yemen (Houthi) e il sostegno al regime siriano. E un oscurantismo che mortifica un popolo con una tradizione culturale antica, come abbiamo visto. Basta pensare al cinema, vero atto di resistenza contro la censura. Registi perseguitati in patria quanto premiati all’estero, come Jafar Panahi, Asghar Farhadi e Mohammad Rasoulof utilizzano narrazioni sottili, spesso ambientate a Teheran, sulle disuguaglianze sociali, le pressioni del regime e il ruolo della donna. il film di Jafar Panahi, Un semplice incidente, dopo aver vinto la Palma d’oro a Cannes, è stata in corsa come miglior film internazionale agli ultimi Premi Oscar.

Immagine di apertura: le rovine del palazzo di Dario I a Persepoli

Filippo Senatore
Nato a Cosenza nel 1957, milanese di adozione, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, da diversi anni archivista e bibliotecario al “Corriere della Sera". In precedenza ha lavorato all’ufficio legale delle case editrici Fabbri, Bompiani e Sonzogno. Direttore artistico del caffé Letterario "Portnoy" di Milano dal 1991 al 1995, ha pubblicato le raccolte di poesia "Noi e i ragazzi del Portnoy" (Eliodor 2007) e "Pandosia" (Manni 2009), in prosa "Cantiere Expo"( 2015) e "La leggenda del santo correttore" (2019) entrambi per Bibliotheca Albatros. Melomane e amante della musica classica grazie al nonno materno, pianista dilettante, ama l’arte e viaggiare.

1 commento

  1. Una galoppata atteaverso la Persia di ieri, l’Iran di oggi. Un concentrato di storia che percorre millenni completo ed esauriente.

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