Milano 27 Aprile 2026
Dal “fattore Z” al “fattore S”: vent’anni dopo, la Spagna di Pedro Sánchez riassapora i momenti di gloria dell’era Zapatero, quando, tra il 2004 e il 2007, la crescita del prodotto interno lordo toccò un trionfale 3,6 per cento annuo e superò quello italiano. A Capodanno del 2008, l’allora primo ministro, il socialista José Luis Rodríguez Zapatero, promise che nei mesi successivi avrebbe battuto anche la Germania di Angela Merkel.

Era invece la vigilia del disastro, non soltanto per la crisi finanziaria mondiale che, pochi mesi dopo, colpì la Spagna e la Grecia più duramente del resto d’Europa, ma anche per lo scoppio della “bolla immobiliare”, l’esagerata espansione edilizia che aveva contribuito per un generoso 12 per cento al miracolo economico del paese negli anni precedenti.
I dati catastrofici che scandirono il secondo mandato di Zapatero (sconsigliandogli di ricandidarsi nel 2012 e portando la Spagna in recessione), si sono nuovamente ribaltati con il governo di Sánchez, che ha ricondotto i socialisti alla Moncloa nel 2018, dopo sei anni e mezzo di presidenza di Mariano Rajoy (Partido Popular). Dalla fine del 2019, l’economia spagnola è cresciuta del 2,8 per cento in più rispetto all’Eurozona.
Le percentuali restano positive, sebbene leggermente ridimensionate nelle previsioni, anche dopo l’arrembaggio agli equilibri internazionali del presidente americano, Donald Trump, l’attacco a sorpresa all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, i bombardamenti di Netanyahu in Libano, i sussulti azionari, i rincari dei carburanti, confermando – nonostante tutto – l’ottimismo del Financial Times, che ha qualificato l’economia spagnola come la più sorprendente in Europa.

In cifre: l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, prevede per il 2026 un aumento del Pil del 2,1 per cento (uno 0,8 per cento in meno rispetto al 2025 e un decimo in meno delle stime di crescita anteriori al conflitto); la Spagna si colloca comunque subito dopo l’Australia, nella classifica delle economie più dinamiche del G20.
Anche l’inflazione, però, sta inevitabilmente salendo. L’INE, l’istituto nazionale di statistica spagnolo, a marzo, ha ritoccato la previsione annuale dal 3,3 per cento al 3,4. Per adesso.
L’Airef (Autoridad Independiente de Responsabilidad Fiscal) pronostica un deficit del 2,6 per cento, in aumento per la prima volta dopo la ripresa post-pandemica. Il debito pubblico ai attesta sul 100 per cento del Pil, ma era al 124 per cento nel marzo del 2021, dopo il picco della pandemia.

La ricetta ricostituente iberica, secondo gli analisti, ha molti pregi, qualche difetto pericoloso e pochi segreti. Alla fine del 2025, sempre secondo i rilievi dell’INE, la disoccupazione è scesa sotto il 10 per cento (9,8), per la prima volta negli ultimi 17 anni, con una forza lavoro che sfiora i 22 milioni e mezzo di occupati, 600 mila in più dell’anno precedente. Nello stesso periodo, l’Italia ne ha persi 56mila e la Germania, addirittura 211 mila. Il salario minimo attuale è di 1.184 euro lordi mensili. Un contributo decisivo è arrivato dalla riforma del lavoro entrata in vigore nel febbraio 2022, e approvata con un solo voto di scarto alla Camera dei deputati. Fino ad allora il contratto temporaneo più diffuso era l’obra y servicio, teoricamente destinato a lavori autonomi di durata incerta, ma utilizzato in modo esteso. Con la riforma è stato limitato e sono stati potenziati i fijos discontinuos, contratti a tempo indeterminato per attività stagionali o intermittenti. Il lavoratore ha un rapporto stabile con l’impresa, con anzianità e tutele, ma viene chiamato a lavorare solo nei periodi in cui è necessario.

Funziona? Si direbbe di sì, a giudicare anche dall’aumento degli introiti fiscali con una pecca segnalata dal quotidiano on line El Español: l’anno scorso il 25 per cento dei nuovi contratti è saltato alla fine del periodo di prova. E la disoccupazione per i giovani sotto i 25 anni resta ancora la più alta d’Europa, con il 23,8 per cento. Ma quali sono i punti di forza? Il mercato spagnolo rimane uno dei più attraenti del Vecchio Continente, con 46 milioni di consumatori potenziali. Gli investimenti stranieri, negli ultimi dieci anni, hanno superato i trecento miliardi (l’Italia segue a distanza con 191). Il quotidiano economico Expansion, citando i dati del 18esimo Barómetro del Clima de Negocios en España, informa che l’89 per cento delle multinazionali presenti sul territorio conta di aumentare il fatturato e di consolidarsi. Certo, le imprese si sono rafforzate soprattutto con la manodopera rappresentata dagli immigrati che Sánchez ha deciso di considerare (nonostante l’opposizione parlamentare) una risorsa e non una calamità.

Così a metà aprile il governo ha approvato una nuova massiccia “sanatoria” per la regolarizzazione di oltre mezzo milione di clandestini, purché dimostrino di non avere precedenti penali nei rispettivi Paesi. La mossa mira a compensare il calo demografico degli spagnoli, ma non solo. Sánchez ha voluto mandare un altro segnale di distacco e dissenso dalla linea della Casa Bianca, dopo la netta presa di distanza dalla guerra in Iran e il rifiuto di destinare il 5 per cento del Pil alla Difesa (come richiesto da Trump), mantenendolo, invece, al 2 per cento. Nel solco delle politiche di Zapatero, la Spagna cerca di affrancarsi da ricatti petroliferi, convogliando risorse verso le energie rinnovabili, da cui arriva oggi oltre la metà del fabbisogno energetico nazionale, una quota molto più alta rispetto alla maggior parte dei Paesi europei.

Il turismo continua a essere una delle carte vincenti, con 80 milioni di turisti stranieri l’anno, destinati probabilmente a crescere nell’estate 2026, perché la Spagna è considerata una meta mediterranea più sicura (e, per gli europei, più vicina) di molte destinazioni asiatiche, mediorientali o nordafricane, nel clima attuale di guerre militari e commerciali.
Per il mese di maggio e di giugno, stando ai dati raccolti dal quotidiano El Pais, le strutture delle Baleari e delle Canarie hanno già metà delle camere prenotate. Quindi molti albergatori hanno già iniziato ad aumentare i prezzi in vista di un’alta stagione molto promettente.
Immagine di apertura: la Gran Via, l’arteria più famosa di Madrid, costruita fra il 1910 e il 1931 (foto di Felipe Gabaldòn)




