Sassari 27 maggio 2027
Il 2026 può essere l’anno in cui i robot umanoidi diventeranno una nuova classe di automazione industriale? Al momento rappresentano ancora una frazione marginale del totale dei robot industriali, ma la spinta – al di là delle attese rivelazioni di Elon Musk sulla versione 3 di Optimus – è tale da annunciare una transizione dalla robotica industriale tradizionale alla ricerca di umanoidi capaci di lavorare in contesti reali.

E le aziende del settore antropomorfo si stanno orientando su modelli ideali per un contatto più diretto con le persone, mettendo in campo robot alti più di un metro e con un peso di circa 35 chili in grado di muoversi con movimenti espressivi e naturali, destinati all’ ambito educativo, di ricerca, di cura, di intrattenimento. Ma anche in quello spirituale come ci mostra un’immagine che arriva dalla Corea del Sud dove, in una cerimonia della comunità religiosa ha debuttato il primo robot umanoide monaco buddhista a cui è stato dato il nome di Gabi. Indossa gli abiti tradizionali – che coprono testa, busto, braccia e gambe. Si muove e interagisce con l’ambiente – un tempio di Seul – in un modo simile agli esseri umani e in una posa appropriata al ruolo, anche nei gesti.

Si tratta di un contesto che rimanda da una parte all’escalation nell’impiego di robot umanoidi in un numero sempre maggiore di settori (sanità, istruzione, servizio clienti, domotica); dall’altra ai progressi della tecnologia, robot sempre più sofisticati, progettati, alcuni per somigliare agli esseri umani nell’aspetto e nel comportamento. Capo fila la Cina. Nei distributori di benzina, nelle stazioni ferroviarie, negli aeroporti, nei centri commerciali e nelle concessionarie di automobili, sono già diffusi nel Paese del Dragone e stanno cominciando a far parte della vita di tutti i giorni: strumenti concreti a supporto delle persone in carne e ossa (o in sostituzione di esse) nello svolgimento delle loro attività quotidiane, ad esempio nei servizi al pubblico dando informazioni e rispondendo a domande.

Non occorre essere degli storici per guardare al passato e ascoltare l’eco delle inquietudini e delle ansie prodotte dall’avvento delle macchine, da cui derivava il senso di una cesura incolmabile, di una “rottura” del tempo. Qualcosa che, mutatis mutandi, ci riporta all’epocalità che i robot umanoidi conferiscono al nostro presente. A differenza delle macchine automatizzate tradizionali, i robot umanoidi interagiscano con gli esseri umani, mentre cresce progressivamente il livello di complessità cognitiva e sociale. Ma a che punto è il dibattito sullo sviluppo e l’uso dei robot umanoidi e il loro potenziale impatto sulla società, comprese le questioni relative all’autonomia, alla privacy, al lavoro, alla dignità umana, all’attaccamento emotivo e alla responsabilità? Quali le le implicazioni etiche della creazione di robot che somigliano agli esseri umani, come la possibilità di confondere i confini e quale il potenziale impatto sulle relazioni umane? Sono ormai tante le pubblicazioni su questi temi su importanti riviste accademiche e scientifiche e chiamano in causa i ricercatori di robotica /Intelligenza Artificiale, esperti di etica, filosofia, scienziati sociali e giuristi, con un approccio multidisciplinare ricco di suggestioni.

Senza entrare nel vastissimo caso dei temi in discussione, appare interessante riferirsi agli studi più recenti che si sono spinti a verificare, attraverso sondaggi e interviste, la percezione pubblica dei robot umanoidi. In sottofondo una domanda: potremo aspettarci un mondo migliore da una loro adozione di massa in ambito sanitario, educativo, manifatturiero, domestico? Che cosa ci promettono in termini di miglioramenti della vita umana? Intanto, prevale un evidente entusiasmo per le loro applicazioni in settori quali la gestione sanitaria, l’istruzione e la risposta alle emergenze. L’inesorabile invecchiamento della popolazione e l’incremento dell’età media della popolazione nei paesi sviluppati si tradurrà in una crescente domanda di assistenza, un ambito in cui i robot umanoidi potrebbero rappresentare una differenza significativa nei servizi forniti agli anziani e nell’aiutare le persone con disabilità. Ma i dati acquisiti rivelano anche che la perdita di posti di lavoro emerge come una preoccupazione significativa, cosa che, del resto, riecheggia da sempre nei dibattiti sull’automazione. Per quanto riguarda la fiducia e la sicurezza compare qualche ansia sulla possibilità di sentirsi a proprio agio con l’idea che i robot umanoidi abbiano maggiore autorità decisionale in aree importanti come la Sanità e le forze dell’ordine.

Di fatto la fiducia del pubblico nei robot umanoidi è fortemente influenzata dalla trasparenza percepita, dai meccanismi di controllo e dalle strutture di responsabilità circa la loro progettazione e implementazione. L’opacità tecnologica (la scatola nera dell’IA) e la scarsa conoscenza del funzionamento dei robot umanoidi concorrono a far avanzare la richiesta di chiarezza sulla loro progettazione che dovrebbe essere centrata sull’uomo, con l’obiettivo primario di migliorare il suo benessere. E non rassicura l’assenza di un quadro etico unificato a livello globale che rischia di creare un ambiente frammentato in cui le aziende del settore antropomorfo e gli sviluppatori potrebbero preferire giurisdizioni con normative più accomodanti in termini di etica. Se è vero che l’integrazione dei robot umanoidi nella società è dietro l’angolo, occorrerà tenere ben presenti le sfide etiche del futuro: il rischio di disumanizzazione, la perdita del lavoro e la complessità delle relazioni uomo-robot. Affrontare queste sfide richiederà l’istituzione di quadri normativi da parte dei governi e degli organismi internazionali. E, insieme, una collaborazione tra tecnologi, esperti di etica, responsabili politici e pubblico al fine di garantire che a guidare lo sviluppo e l’impiego dei robot umanoidi siano principi di trasparenza, responsabilità, inclusività e rispetto dei diritti umani fondamentali.
Immagine di apertura: foto di Estefano Burmistrov




