Voghera 25 Giugno 2026
Fino a ieri era un testo incluso nei Meridiani Mondadori per Romanzi e racconti, opera omnia di Alberto Arbasino in due volumi, usciti nel 2009 e nel 2010, curati dal critico letterario Raffaele Manica.

Ora ora è stato – a grande richiesta degli “arbasiniani” – doverosamente estrapolato per le edizioni Adelphi ed è uscito ad aprile con il titolo Autocronologia, ancora curato da Raffaele Manica. Arbasino, nato nel 1930 a Voghera, e mancato nel marzo del 2020 a Milano nei giorni del Covid, non parlava volentieri di sé e della sua storia familiare, ma quando Mondadori mise in cantiere un Meridiano destinato allo scrittore ci voleva naturalmente la sua cronologia. Ovvero una sorta di biografia dettagliatissima, ricca di riferimenti alle opere e alla vita. Ma con Arbasino, racconta Manica nella prefazione a questo libro di Adelphi, niente da fare. Non ne voleva sapere: «Prima tentò di sviare, poi pretese che tutto fosse contenuto in una cartellina di non più di duemila battute, poi mi disse di procedere per conto mio, salvo criticarmi aspramente per il fatto di utilizzare interviste e dichiarazioni che lui stesso aveva lasciato che si pubblicassero e che magari gli erano molto piaciute e ora appassivano tristemente, travolte da chissà che cosa.

Insomma un poco fingeva di non ricordare, un poco ribatteva “ma questo lo so già”, si difendeva, parlava d’altro, aborriva le vecchie solfe soporifere per le signore mie e le vecchie zie, già definite lacrimogene e asfissianti dalle moderne signorine di buona famiglia. Due cose ho sempre bandito dalla scrittura – diceva – , perché non mi piacciono. E in generale non piacevano quarant’anni fa: la vita in famiglia e tutte quelle citazioni su una cosa che ha detto la mamma o la zia. Oggi vedo un’infinità di libri che non parlano d’altro, e un’infinità di scrittori che non possono attaccare un discorso senza citare una cosa importante detta una volta dalla nonna. A casa avrei materiali per una saga famigliare di quattro generazioni; solo che non mi attira per nulla scriverla».
Ma qualcosa raccontava della sua famiglia: «Mio padre Edoardo era un bell’uomo, serio e riservato in famiglia, talvolta annoiato ma soprattutto “uomo da club”. Ogni sera andava al circolo Il Ritrovo di cui fu anche presidente per anni… Anche mia madre Gina era molto amata dalle signore amiche perché donna colta e brillante: si era laureata con una tesi sugli apocrifi virgiliani (donde l’affettuoso soprannome di Ciris), ma non volle mai aiutare i figli nelle traduzioni e nei compiti, ammonendo che il carattere si forma a prezzo di sforzi e disciplina, e non di facilitazioni.….».

«La mia vita è negli scatoloni» disse Arbasino (per gli amici vogheresi il Nino) la volta che, nella primavera del 2014, venne a Voghera per presentare il suo Ritratti Italiani. I profili di figure protagoniste della vita italiana, dalla A di Giovanni Agnelli alla Zeta di Federico Zeri. Vite radiografate secondo i canoni del suo non imitabile stile. Di libri il Nino, come lo chiamavamo noi a Voghera, ne aveva accumulati, con la sua “scrittura infinita” (definizione di una delle sue più attente studiose, Clelia Martignoni) oltre una quarantina. Iniziando con Le piccole vacanze, avendo come editor nientemeno che Italo Calvino. Ma si può dire che il suo primo libro, pubblicato da Einaudi quando aveva ventisette anni – dopo aver esordito con scritti su riviste autorevoli come Paragone e Il Verri – sia l’unico che in qualche modo riprende qualcosa del suo vissuto nel territorio vogherese e oltrepadano. E mai, nel resto dei suoi libri, ha inteso rievocare fatti che riguardassero le sue vicende personali.

E qui ecco che sono venuti buoni, indispensabili, gli “scatoloni” di una vita. Da uno dei quali poté estrarre pile di pagine e di carta carbone, mazzi di biro, ettometri di nastro da macchina da scrivere, cartoline, forbici, ritagli e documenti, cataloghi, barattoli di Coccoina. I reperti fisici, i richiami da cui partire per avviare la stesura di uno specialissimo libro.
E il Nino Alberto da giovane non perdeva tempo con i vitelloni perdigiorno al caffè, ma si dedicava a intensissime letture e esprimeva la sua vocazione alla scrittura, già ironica e corrosiva, collaborando con il gruppo di quasi coetanei al settimanale locale Il Cittadino. Intanto a metà degli anni Cinquanta già suoi scritti erano stati ospitati su autorevoli riviste letterarie e lui era pronto con i racconti de Le piccole vacanze, edito da Einaudi nel 1957. Italo Calvino gli disse: «Non aspettarti niente, sei un giovane esordiente e la critica aspetta a giudicarti al secondo romanzo». Arbasino: «Ma io ce l’ho già pronto!». Così uscì nel 1959, da Feltrinelli, L’Anonimo Lombardo, cui fecero seguito, l’anno dopo, ancora con Feltrinelli Parigi, o cara e Fratelli d’Italia, nel 1963. Seguono nel 1964 La narcisata – La Controra, due racconti lunghi per l’editore Feltrinelli e Certi romanzi, ancora con Feltrinelli. Mentre prende il via la vocazione di Arbasino anche nella saggistica come critico letterario teatrale, musicale e soprattutto di costume. in questo filone si inseriscono Grazie per le magnifiche rose (1965) e La maleducazione teatrale (1966), entrambi ancora per Feltrinelli.

Si consideri la frequenza delle uscite delle pubblicazioni citate (ne seguiranno almeno oltre trenta, fino al 2016, con Ritratti e Immagini), mentre non è meno impegnativa e dilagante l’attività in termini di articoli su riviste e giornali (Corriere della Sera e La Repubblica). Trovando anche il tempo per girare, con Mario Missiroli co-regista, nel 1963 il film La Bella di Lodi. E pure per gli incontri del Gruppo 63, insieme ai giovani dell’avanguardia e dello sperimentalismo come Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani.
Immagine di apertura: Alberto Arbasino in un’immagine della maturità (fonte: MasterX.iulm.it)




