Milano 25 Giugno 2026

La gallina, con buona pace di Cochi e Renato, è un’animale intelligente. Intelligentissimo nel caso di Hen, pennuta protagonista di un film sorprendente, un po’ un unicum nel pigro panorama cinematografico contemporaneo, e quindi assolutamente da non perdere. Perché Hen-Storia di una gallina (nei cinema per Officine Ubu) dell’ungherese György Pálfi, già regista di titoli insoliti come Taxidermia, Hukkle, è una commedia surreale, un’avventura picaresca, e allo stesso tempo una parabola dei nostri tempi. Tutto raccontato dal punto di vista di lei, la regina del pollaio, ingiustamente considerata sinonimo di scarso acume.

il regista ungherese György Pálfi, 52 anni. Nel 2002 il suo film di esordio “Hukkle” ha vinto il premio della città di Torino al Torino film festival

Fama che certo non si addice alla nostra eroina. Nata come tutti gli esseri, umani e animali, tra i dolori del parto – la prima inquadratura è proprio sull’uovo che esce a fatica dal sedere di una ovaiola. Una delle tante della catena di montaggio di un allevamento intensivo, tutte pigiate una sull’altra a sfornare uova, migliaia di uova. In parte destinate al consumo spiccio, in parte a diventare pulcini. Smistato in questa seconda categoria, l’uovo si schiuderà insieme a tanti altri. E in una nidiata di pulcini gialli, spunta lei, Hen, tutta nera come Calimero. Diversa dagli altri fin dal primo pigolio, poco incline a accettare regole e supplizi di quella galera a vita. Nel suo caso vita breve, vista che viene regalata a un camionista che già pregusta di farne un buon brodo. Forse intuendone le intenzioni, la nostra approfitta di una sosta in un’area di servizio e di un finestrino aperto per battersela alla chetichella. L’avventura ha inizio, il mondo di fuori che le si para innanzi è pieno di attrattive, ma anche di pericoli. Hen dovrà vedersela con un volpe famelica, imparare a schivare le auto pronte a arrotare qualsiasi bestiola on the road, procacciarsi il cibo, imparare a destreggiarsi tra le beghe umane… Nel suo peregrinare si imbatterà persino in una manifestazione, dimostranti da un lato, poliziotti dall’altra, lei in mezzo pronta solo a darsela a gambe.

La povera Hen coinvolta (e schierata) davanti alla polizia in una manifestazione di protesta

Un viaggio rocambolesco che la porterà all’approdo in apparenza meno raccomandabile. Un ristorante. Meglio, una trattoria di campagna, popolata di animali e con un vasto pollaio dove i pennuti stanziali, organizzati secondo ferree gerarchie, non l’accolgono con entusiasmo. Per sua fortuna il Padrone, un vecchio ruvido ma non cattivo, la prende in simpatia, la adotta. Hen pare aver trovato il suo Eden, con tanto di gallo innamorato. Ma le sue peripezie non sono finite. A creare nuovi guai un losco individuo, fidanzato della figlia del Padrone, che usa la trattoria come luogo di traffico clandestino di esseri umani, migranti in cerca di un rifugio proprio come la gallina nera. Che rischierà di condividerne la mala sorte. In un crescendo da thriller, il finale da Mezzogiorno di fuoco lascia senza fiato. Hen sembra spacciata, ma come i gatti anche lei ha sette vite. E le sei che le restano chissà cosa le riserveranno.

Il ristorante dove trova rifugio la gallina

Gli occhietti vispi di Hen osservano, riflettono senza prese di posizione un mondo spietato, di violenza e crudeltà, dove il primo imperativo, come la nostra Coccodè impara presto a sue spese, è sopravvivere. Con coraggio e paura, incoscienza e ricerca di una fiducia, sempre e comunque. Lo sguardo della pollastrella vagabonda ribalta la prospettiva umana, invita a considerazioni inedite, si fa metafora di diseguaglianze e sopraffazioni, al di là dei confini di ogni specie. Perché, ci dice il regista, il destino di una gallina non è poi così diverso da quello di un umano, e le nostre sorti sono strettamente connesse a quelle di tutti gli altri esseri viventi.

La gallina Hen impara a sue spese quanto è difficile sopravvivere nel mondo di oggi

Girato senza uso di immagini generate dal computer o dall’Intelligenza artificiale, il film è una favola nera costruita solo su materiale “organico”, animali veri, otto le galline che si alternano nel ruolo, mirabilmente istruite da Árpád Halász, addestratore ungherese che ha lavorato sui set di Alien e Blade Runner 2049. Il risultato è un’interpretazione da premio. Usciti dal film sarà difficile tornare a guardare una gallina come prima. E pure a mangiare un uovo senza pensare alla storia di Hen.

Immagine di apertura: la gallina Hen protagonista di Hen-Storia di una gallina quando è ancora un pulcino

Giuseppina Manin
Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno", "Ho visto un Fo" , di "Complice la notte" dedicato alla grande pianista russa Marija Judina. nel 2021, e per la Nave di Teseo del recente "La Bambolaia"

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