Milano 27 Maggio 2026

C’è il film di Elsa, regista di culto, di «un paio di titoli che non ha visto nessuno, ma quei pochi sono diventati feticisti», e quindi campa con gli spot pubblicitari ma in segreto mette a punto il copione della riscossa, ispirato alla tragedia di un’amica che ha perso il figlio.

Il poster dell’ultimo film di Pedro Almodóvar  “Amarga Navidad” nelle sale in questi giorni

C’è il film di Raúl, gay di culto, regista famoso, collezionista di premi, che dopo cinque anni di stallo produttivo si è rimesso al lavoro su una sceneggiatura ispirata proprio alla storia di Elsa. E poi c’è il film di Almodóvar, che gli altri due intreccia e sovrappone in un insidioso gioco di specchi tra finzione e realtà, persone e personaggi. Tre film in uno, sfida non da poco per un regista e pure per il pubblico. Non per Pedro, che a 76 anni ci regala una delle sue opere più straordinarie, personali e spiazzanti. Perché Amarga Navidad, 25esimo titolo della sua lunga e gloriosa carriera, distribuito da Warner Bros a poche ore dalla presentazione al Festival di Cannes, è lo sguardo lucido e spietato di un regista che non esita a mettersi a nudo, confessando con disarmante sincerità le proprie ossessioni e debolezze: la paura del fallimento, dell’età che avanza con debito seguito di magagne, della morte che colpisce sempre più da vicino. E prima o poi toccherà anche a te.

Pedro Almodóvar premiato al Festival del cinema di Venezia del 2024 per “La stanza accanto” (foto di Harald Krichel)

Autocritica, o come dice bene il titolo francese, Autofiction, di un genio del cinema che lo schermo usa come resa dei conti con sé stesso. Da Tutto su mia madre a La mala educación a Volver, Almodóvar ci ha raccontato la sua infanzia, gli abusi in collegio, il legame con la madre, il lutto per la sua scomparsa. Fino agli incontri più ravvicinati con sé stesso di Dolor y Gloria, dove affida a Antonio Banderas il compito di impersonare il suo alter ego, regista in declino fisico e creativo. E nello stesso ruolo, stessa chioma e barba brizzolate, in Amarga Navidad troviamo Leonardo Sbaraglia nei panni di Raúl, maestro di cinema e di furti delle vite degli altri, vampiro manipolatore di affetti e emozioni. Stargli a fianco non è facile. Monica, la sua collaboratrice storica, infallibile nel valutare una sceneggiatura, sta per lasciarlo. Per star accanto alla sua amica Elena, provata per la grave malattia del figlio, gli spiega. Ma forse anche perché non ne può più di lui. A resistere resta solo Santi, il compagno discreto di Raúl, santo per davvero per come ne sopporta bizze e egotismi. Un carattere che fa il paio con quello di Bonifacio, fidanzato di Elsa, la regista “in panne” con cui Raúl s’identifica, a cui ruba, senza chiedere permesso, storia e vita.

Quim Gutiérrez Ylla nel film di Almodóvar veste i panni di Santi, il compagno di Raùl (foto di Iglesias Màs)

Compreso il suo legame con Bonifacio, amante devoto e deliziosamente sexy dalla doppia vita: pompiere di mestiere, spogliarellista a tempo perso, nome d’arte Beau. Un maschio gentile, che per dedizione e pazienza nei confronti dell’ipocondriaca Elsa, specialista in emicranie e attacchi di panico la sera di Natale, è la replica del bravo Santi.
Due storie parallele che attraversano il tempo, si alternano, si confondono. Nel labirinto dei rimandi e dei doppi di Almodóvar ci si perde e ci si ritrova, ci si inoltra nei meandri della creazione artistica, ci si commuove a tradimento davanti alle solitudini, le malinconie, lo struggimento di un brano, La Llorona, cantata da Chavela Vargas con un’intensità da far venire le lacrime agli occhi. E poi c’è l’estetica pop di Pedro, il suo mondo psichedelico di colori esagerati: i rossi, i verdi, i gialli assoluti. E ancora, quella sua meravigliosa capacità di mescolare commedia e melodramma, la spudoratezza e l’ironia nell’indagare il dolore proprio e altrui. «Alla fine, anche se logoro o disperato, si salva solo l’amore» considera Raúl-Pedro. Ma, aggiunge, non c’è amore più grande di quello per il cinema.

Isabelle Huppert in una scena del film “Histories parallèles”  di Asghar Farhadi appena presentato al Festival di Cannes

Anzi un meta cinema. Quella ricerca spasmodica della realtà nella finzione e viceversa, che pare essere il fil rouge di tanti film che hanno animato il concorso di Cannes. Da El Ser Querido (L’essere amato) di Rodrigo Sorogoyen, dove un altro regista in crisi (il superlativo Javier Bardem) vuole come protagonista del suo nuovo film la figlia abbandonata quand’era piccola. Trasformando il set cinematografico in un setting psicanalitico di verità nascoste, inconfessate e inconfessabili. Arte e vita senza soluzione di continuità anche in Histoires parallèles di Asghar Farhadi, dove Isabelle Huppert, scrittrice a corto di idee, fruga con il cannocchiale quel che accade dietro la finestra di fronte. Perché alla fine, paiono dirci questi film, in mancanza di storie inventate, rubare quelle degli altri non è reato.

Immagine di apertura: Leonardo Sbaraglia (Raùl) in una scena di Amarga Navidad (foto di Iglesias Màs)

Giuseppina Manin
Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno", "Ho visto un Fo" , di "Complice la notte" dedicato alla grande pianista russa Marija Judina. nel 2021, e per la Nave di Teseo del recente "La Bambolaia"

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