Milano 27 Marzo 2026
In principio era il Dogma, e il Dogma era Lars. Lars von Trier, regista geniale, ideatore a metà degli anni Novanta di una delle più dirompenti rivoluzioni del grande schermo, il Dogma appunto. Una sorta di Nouvelle Vague danese nata per dire no al cinema degli artifici, degli effetti speciali, dell’uso dissennato della musica, e riportare lo sguardo a una “castità” originaria e radicale. Tra quei giovani talenti, oltre a Lars e Thomas Vinterberg che su quelle nuove regole realizzarono film come Le onde del destino e Festen, c’erano anche Lone Scherfig (Italiano per principianti) Søren Kragh-Jacobsen (Mifune) e Anders Thomas Jensen (Le mele d’Adamo). Titolo quest’ultimo del 2005, con Mads Mikkelsen nel ruolo di un pastore protestante che tenta di redimere degli irredimibili ex detenuti.

Vent’anni dopo e sei film girati insieme, Jensen e Mikkelsen rinnovano il loro sodalizio artistico con un nuovo titolo, Mio fratello è un vichingo (The last Viking) presentato alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia e appena uscito nelle sale per Plaion Pictures. Dark comedy che per tinte grottesche, personaggi estremi, follia e ironia, si iscrive a pieno merito nello stile e tematiche Zentropa, storica casa di produzione di von Trier.
A far da prologo alla storia che ha per protagonisti due fratelli, un avanzo di galera e un dissociato, alcune immagini animate che, tra favola e parabola, propongono una fantomatica comunità ideale dove la menomazione di un singolo richiede, come superamento della diversità, la menomazione degli altri. Anche a costo di lasciarci un braccio.

A metter in pratica la strampalata tesi toccherà a Anker (Nikolaj Lie Kaas) che, scontati quindici anni per rapina, esce di prigione con un solo obiettivo: recuperare il bottino mai confessato, affidato al fratello Manfred (Mikkelsen), e poi battersela. Progetto subito sventato dalla comparsa di un tipaccio pronto a trinciare dita e tutto il resto se non gli consegnerà l’intero grisbì. Ritrovarlo per Anker diventa a quel punto questione di vita o di morte. Peccato che Manfred, il fratello da sempre un po’ tanto “strano”, non ricordi nulla. Fin da bambino convinto di essere un vichingo e per questo bullizzato dai compagni, nel frattempo ha pensato bene di mettere in soffitta l’elmo con le corna e cambiare identità. Adesso si crede John Lennon. E quindi bisogna chiamarlo John. Guai a dimenticarsene, se a qualcuno scappa “Manfred”, si butta da dove si trova, un’auto in corsa o giù dalla finestra. In più ruba i cani degli altri e soprattutto pare non aver più idea di dove abbia nascosto il malloppo del fratello.

Sindrome dissociativa, sentenzia lo psichiatra. La sola cura sarebbe dar corda alla sua fissazione e ricreare quel mondo immaginario dei Beatles a cui Manfred/John pensa d’appartenere. In manicomio ce n’è giusto uno convinto di essere Ringo Starr, e nella vicina Svezia risulta ricoverato un altro che sostiene di essere in contemporanea sia George Harrison sia Paul McCarthy. E così, riecco i Beatles. Nessuno neanche vagamente somigliante all’originale, tutti schizzati a cantare fuori sincrono. E anche fuori tema, visto che lo svedese Paul/George invece dei Beatles intona gli Abba. E va bene lo stesso.
Con la speranza che l’identità ritrovata gli faccia tornare la memoria, Anker trasloca il fratello, seguito dalla band di pazzi dove è finito pure lo psichiatra, là dove suppone sia sepolto il tesoro, la casa nel bosco della loro infanzia, diventata bed & breakfast e gestita da una coppia, guarda caso, di squilibrati.

Scava che ti scava, dalle infinite buche nella foresta a riaffiorare sono però solo ricordi e traumi del passato. Oltre a un legame dimenticato tra fratelli impastato di dolore, rancore, tenerezza. Lo humor nero di Jensen, debitore a Tarantino di momenti splatter mai esibiti nei dettagli ma affidati solo all’immaginazione dello spettatore, lascia posto al disvelamento di vincoli familiari perduti, identità frantumate, ricomposte, dissonanti.
Perché alla fine ciascuno di noi non è mai solo uno, la coabitazione con altri inquilini, più o meno rassicuranti, fa parte di quell’ego mutante e variegato che talora ci spaventa perché ci fa scoprire diversi. Una diversità che sta solo nello sguardo dell’altro, suggerisce il regista e il suo complice straordinario, un Mads Mikkelsen dai riccioli biondi e sguardo innocente del folle e del bambino, in mirabile squilibrio tra diverse personalità.
Tra colpi di scena crudi e esilaranti, la fiaba nera di Jensen ci sollecita a spingerci nel “profondo paese straniero” dentro di noi, a fare i conti con le nostre infelicità, desideri, fantasmi. Anche quelli svitati, con una rotella di meno. Che si credono vichinghi, John Lennon o chissà chi. Essere fuori dal coro non vuol dire essere stonati ma solo cercare una nuova sintonia.
Immagine di apertura: Mad Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas sono Manfred e Anker in Mio fratello è un vichingo nelle sale in questi giorni




