Firenze 25 Giugno 2026

Una sfida accettare la nomina a medico condotto supplente di un collega prossimo alla pensione. Soprattutto in un piccolo paese dell’Aspromonte: Santo Stefano in provincia di Reggio Calabria, mia città natale, distante trentatré chilometri di tornanti dall’ospedale più vicino, raggiungibile, nelle emergenze, in non meno di un’ora, con un mezzo proprio senza l’ausilio di un’ambulanza tempestivamente disponibile.

Una veduta di Santo Stefano in Aspromonte oggi

La decisione aveva il sapore dell’avventura: avevo ancora in mente La cittadella, il romanzo di Archibald Cronin sul personaggio di un medico alle prese con un ambiente tutt’altro che facile, con pochi mezzi per spostarsi lungo strade impervie, dovendo lottare contro pregiudizi e resistenze.
Iniziavo, così, negli anni Sessanta, la mia avventura con incertezze e senso di inadeguatezza nel confronti del malato, visto che non ero più guidato dai colleghi più esperti dell’ospedale, che frequentavo per il tirocinio post laurea. Inoltre, ero equipaggiato con ben pochi mezzi: soltanto gli strumenti per ascoltare il cuore e misurare la pressione. Oggi, a distanza di moltissimi anni, devo riconoscere che l’ambiente di Santo Stefano in Aspromonte ha contribuito in maniera determinante alla mia crescita umana e professionale. Supplivo alla mia inesperienza e alle mie incertezze con l’osservazione frequente del malato (anche più volte nelle ventiquattro ore) praticando, senza saperlo, quel “mettersi nei panni del paziente”, quella empatia che, nei decenni seguenti, si scoprirà essere preziosa sia per conoscere il malato sia per curarlo.
La mia esperienza in Aspromonte, durata quasi cinque anni, è stata, sotto l’aspetto professionale, molto di più di quanto un giovane medico possa desiderare. Dai piccoli problemi quotidiani (come la medicazione di ferite, i punti di sutura, le coliche addominali) si andava alle drammatiche crisi cardiache notturne. L’edema polmonare acuto, che metteva a repentaglio la vita del paziente, era l’esempio del forte impatto emotivo di talune emergenze, tanto sul medico quanto sull’ambiente familiare.

Una nascita con la levatrice negli anni Sessanta in Calabria (fonte: Facebook)

Gli occhi sbarrati del malato, che implorano di rimanere in vita, rimane un’esperienza indimenticabile nel medico. Se non si interveniva entro pochi minuti o secondi, con un salasso che, incidendo una vena nel gomito sottraesse una cospicua quantità di sangue (fino a mezzo litro e oltre), il paziente moriva.
Le chiamate dell’ostetrica, affinché intervenissi col forcipe per superare gravi difficoltà nel momento più delicato della nascita, erano quanto di più ansiogeno io potessi immaginare. Infatti, nel periodo degli studi universitari, non avevo ricevuto un sufficiente addestramento in questo campo, riservato di solito ai futuri ginecologi. Sebbene la mia prima esperienza col forcipe si fosse felicemente conclusa con la nascita di un neonato sano e vitale, fui ugualmente indotto a dissuadere sempre più le gestanti dal partorire a casa, mettendo a repentaglio la vita del nascituro e talvolta anche la propria, in un parto che poteva essere assai complicato.

Il professor Francesco Maria Antonini (1920-2008), qui in un’immagine della maturità, ha diretto la Cattedra di Gerontologia e Geriatria dell’università di Firenze, la prima in Europa, fino al 1990

ll mio impegno nel lavoro e la mia disponibilità finirono coll’estendere la mia attività anche ai paesi vicini, quando il medico del posto non fosse reperibile, riducendo, tuttavia, il mio tempo per lo studio. Intanto, più aumentava il numero delle persone che nutrivano fiducia nelle mie capacità di medico, tanto meno mi sentivo all’altezza delle loro aspettative. Maturò quindi la decisione radicale di lasciare l’Aspromonte e ricominciare la mia formazione in una sede universitaria, rinunciando a guadagni sicuri e cospicui.
Dopo cinque anni di impegno intenso e appassionato, lasciai il paese. Volli farlo nel modo meno doloroso per me, informando della mia partenza solo poche persone, senza voltarmi indietro: quasi una fuga. Circostanze e conoscenze favorevoli mi portarono a Firenze, per frequentare l’Istituto di Gerontologia e Geriatria, nuova branca della medicina con un futuro (mi si diceva) pieno di promesse grazie all’aumento della popolazione anziana. Iniziai l’esperienza geriatrica mantenendo nello stesso tempo i miei interessi “primari” (la mente umana e il comportamento) che finirono col determinare il mio successivo percorso: dall’Aspromonte alla Cornovaglia!

Il centro di Redruth, paese di 13mila abitanti in Cornovaglia

Infatti, nei tre anni del mio soggiorno a Firenze avevo completato un corso biennale di psicologia promosso dall’Università. Il Professor Francesco Antonini (ordinario di Gerontologia e Geriatria nell’Università di Firenze e fondatore della Geriatria in Italia) apprezzava molto i miei interessi (che coincidevano coi suoi) per quella che poi sarebbe diventata la neuropsicogeriatria. Lavoravo al suo fianco nell’Ospedale dei Fraticini e lui mi propose di trasferirmi in Inghilterra, dove era stata istituita la prima Unità Psicogeriatrica d’Europa, per completare la mia formazione in questo campo del tutto nuovo. Arrivato in Cornovaglia, fui assunto a tempo pieno dall’ Ospedale The Camborne Redruth Comunity Hospital (spesso conosciuto come Barncoose Hospital) quale assistente anziano nell’ambito della Geriatria. Al mio rientro a Firenze, avrei dovuto sviluppare sul modello inglese (nell’Ospedale dei Fraticini in cui lavoravo), un nuovo approccio al paziente anziano, soprattutto nel trattamento dei disturbi mentali, limitando al massimo l’impiego degli psicofarmaci, in quell’epoca somministrati troppo largamente ai pazienti anziani, in assenza di una precisa diagnosi. Nella mia esperienza inglese avevo interiorizzato una regola ferrea dalla quale non discostarsi mai: prima la diagnosi, poi la terapia.

La splendida costa della Cornovaglia non distante da Redruth

Vennero poi, come frutti del lungo lavoro nell’ambito della neuropsicogeriatria, il mio impegno per contribuire a modificare l’opinione corrente secondo la quale la vecchiaia è già di per sé stessa una malattia (ageismo). Pregiudizio che disimpegna i famigliari dell’anziano (e talora anche il medico) da possibili interventi per riconquistare funzioni e capacità che si davano per irreversibilmente perdute. Proprio l’obiettivo di una restitutio ad integrum (e, sovente, il suo raggiungimento) è uno dei frutti più importanti dell’approccio neuropsicogeriatrico. Fisioterapia, terapia occupazionale, logoterapia e tutto quanto serve a restituire al paziente anziano autonomia e relazioni sociali fa parte del modello terapeutico della neuropsicogeriatria di cui gli inglesi sono stati i precursori.

Immagine di apertura: la chiesa di Santo Stefano di Aspromonte (fonte: turismo.reggiocal.it)

Elio Musco
Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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