Genova 27 Settembre 2025
Dai dati di un’indagine svolta dall’Istituto Superiore di Sanità nel nostro Paese 7 milioni di persone sono tatuate, il 12,8 per cento della popolazione italiana, percentuale che sale al 13,2 se si considerano anche gli ex-tatuati. Numeri in crescita: sembra che ora il popolo dei “decorati in permanenza” abbia superato i 7 milioni. Siamo secondi solo agli svedesi e agli americani. L’età media del primo tatuaggio è 25 anni anche se il numero maggiore di tatuati rientra nella fascia d’età tra i 35 e i 44 anni (23,9 per cento). Ma risulta tatuato anche il 7,7 per cento degli adolescenti fra i 12 e i 17 anni. Un numero non trascurabile. In effetti negli ultimi anni gli interventi sul corpo sono diventati linguaggio quotidiano tra gli adolescenti. Ma quando il segno è un gesto creativo e quando, invece, parla di fatica, ansia, depressione, solitudine? Ne parliamo con Augusto Iossa Fasano, psichiatra e psicoanalista, che invita a leggere questi fenomeni senza moralismi e con attenzione clinica al “limite”: capire il senso del gesto, aprire spazi di parola, e distinguere ciò che aiuta da ciò che rischia di ferire.

Origini e senso del tatuaggio: che cosa voleva dire “ieri” e che cosa dice ai ragazzi di oggi?
«Il tatuaggio nasce come segno di passaggio, protezione e appartenenza. In molte culture indicava chi eri, da dove venivi, quale gruppo ti riconosceva. Oggi è diventato comune e “di moda”, ma sotto la moda resta un bisogno antico: sentirsi parte di qualcosa. Per questo tanti ragazzi scelgono nomi di familiari, simboli, date. È come tracciare sulla pelle una piccola genealogia. C’è anche un aspetto psicologico: da bambini impariamo a mettere le nostre immagini su una superficie esterna, un foglio, un muro. Il tatuaggio fa un passo in più: la superficie diventa il corpo. Non è per forza un problema; può essere un modo per raccontarsi. Diventa rischioso quando si chiede al segno di “aggiustare” tutto: dolore, solitudine, mancanza di legami. Il tatuaggio parla bene se è dentro una storia personale; smette di aiutare quando deve parlare al posto nostro».

Modificazioni e disagio: quali fattori spingono questi ragazzi?
«Ho lavorato a lungo con ragazzi in contesti fragili: dormitori, comunità, carceri minorili. Lì il segno sul corpo è spesso un “titolo” che tiene insieme pezzi di vita: una marca che dice “ci sono”. Oggi però le modificazioni sono diffuse in ogni ambiente: tatuaggi, piercing, capelli, abiti, e anche pratiche estetiche più invasive. La grande offerta e il marketing spingono a desiderare cambiamenti rapidi. Chi ha meno risorse economiche o culturali è più esposto: c’è chi si indebita per un ritocco pensando che risolverà il disagio. La qualità degli interventi segue il portafoglio; l’etica, a volte, resta indietro. Per capire che cosa sta succedendo non serve giudicare: serve ascoltare. La domanda chiave è sempre “perché lo fai?”. Cerchi appartenenza? Vuoi essere visto? Vuoi abbassare l’ansia? Se il corpo diventa l’unico palco su cui esistere, il rischio è grande. Il compito degli adulti, genitori, insegnanti, operatori è offrire spazi per dialogare, non prediche: aiutare i ragazzi a dare un senso ai loro segni».

Tagli, bruciature, accumulo di segni: è tutto la stessa cosa? Come distinguere creatività e sofferenza?
«Non è tutto uguale. Autolesionismo e modificazioni hanno motivazioni diverse, anche se a volte si incontrano nel bisogno di “sentire” e di segnare un confine. Le storie però non sono scritte in anticipo: ci sono cadute e ripartenze. Alcuni ragazzi raccontano che un intervento deciso, perfino un ricovero obbligatorio, li ha fermati in tempo e ha avviato una cura vera. Per distinguere, in clinica guardiamo a indizi semplici. Primo: la capacità di spiegare il senso del segno. Se una persona sa raccontarlo e lo inserisce in uno stile coerente (abiti, musica, amicizie), di solito è un gesto creativo. Secondo: il rapporto con il tempo. Se tutto deve avvenire subito e si accumulano segni senza trama, cresce il rischio. Terzo: i compagni di viaggio. Quando al segno si aggiungono abuso di alcol o sostanze, ritiro sociale, insonnia, umore instabile, l’allarme sale. Un altro segnale è la “copertura totale”: quando il corpo è pieno all’inverosimile il messaggio implode e resta il caos. L’obiettivo non è togliere i segni, ma trasformarli in parole e relazioni: dal gesto al racconto, dalla solitudine al legame».

Dove mettere il limite: quando è bene fermarsi e che cosa significa “pausa etica”?
«Diventa un tema clinico quando c’è pericolo per sé o per altri, o quando una persona chiede aiuto. Il problema è che il mercato offre risposte veloci: “paghi e si fa”. Così si salta la parte più importante, che è capire se quel gesto sul corpo aiuterà davvero. La “pausa etica” serve proprio a questo. Vuol dire: 1) fare una valutazione psicologica seria: per esempio, capire se c’è un disturbo dell’immagine corporea o altre difficoltà che si accompagnano spesso, come ansia o tratti ossessivi; 2) coinvolgere la famiglia quando può essere utile; 3) mostrare scenari realistici (cosa cambia davvero, cosa no, quali limiti e rinunce comporta); 4) dare tempo alla decisione, soprattutto ai minori. Non è un divieto: è un modo per rimettere al centro il senso. Illudersi che un ago o un bisturi curino la tristezza, le ossessioni o la solitudine è pericoloso: spesso più interventi generano nuova insoddisfazione e una spirale senza fine. La regola è semplice: prima capire, poi, se e quando ha senso, intervenire. Il tutto sempre in rete con chi può accompagnare: famiglia, scuola, eccetera».

Il corpo è un linguaggio potente. Tatuaggi e altre modificazioni possono essere un atto creativo, un modo per raccontarsi e per crescere. Ma quando diventano l’unico strumento per reggere il dolore, non bastano più. La cura passa da relazioni affidabili, tempo per pensare e adulti che sappiano ascoltare. Prima di “incidere”, proviamo a dirlo: che cosa voglio raccontare? Che cosa spero davvero cambiando la mia pelle? E le risposte non sono sempre facili…..
Immagine di apertura: foto di guvo 59




