Firenze 27 Aprile 2023

Fu descritta per la prima volta nel 1817 quando il medico inglese James Parkinson pubblicò un saggio in cui segnalava sei casi di “paralisi agitante”. Negli anni successivi, Jean-Martin Charcot, celebre neurologo parigino, gli riconobbe la paternità della scoperta e da allora la malattia viene indicata con il suo nome. La malattia di Parkinson è una malattia neurodegenerativa che porta ad una degradazione in una particolare area del cervello con perdita progressiva e irreversibile di neuroni più rapida rispetto al normale invecchiamento. È la seconda causa di disabilità motoria dopo l’Ictus e colpisce l’1 per cento della popolazione dopo i 60 anni e il 5 per cento dopo gli 85 anni. La persona diventa lenta, come irrigidita e spesso manifesta tremore, anche a riposo.

Un’immagine che rende bene la progressione della malattia di Parkinson fino alla flessione in avanti, le braccia ferme e la rigidità, spesso accompagnata da tremore

La postura è caratteristica: la persona è piegata in avanti, si muove a piccoli passi e i movimenti pendolari delle braccia durante il cammino sono ridotti di ampiezza o del tutto assenti con conseguente instabilità e frequenti cadute. La mimica è ridotta per cui il viso è meno espressivo, è ridotto anche l’ammiccamento (la spontanea chiusura delle palpebre), la voce diventa monotona, talvolta si limita ad un sussurro. La diagnosi all’inizio non è facile, soprattutto nelle persone molto anziane in cui un rallentamento motorio viene considerato normale per l’età. Altri disturbi possono comparire con frequenza variabile, come la difficoltà di deglutizione e la micrografia, ovvero la scrittura che diventa sempre più piccola. Ci possono essere anche depressione, ansia, apatia, problemi alla vescica, stipsi, eccessiva produzione di saliva ed eccessiva seborrea. Nel dettaglio, la zona cerebrale dove si verifica la degenerazione nella malattia di Parkinson è la cosiddetta Substantia Nigra che si trova nei gangli che stanno alla base del cervello, dove si ha una concentrazione più alta di dopamina.

A sinistra, uno spaccato del cervello che mostra l’area dove si trova la Substantia Nigra, compromessa nel Parkinson. A destra l’ingrandimento delle cellule colpite dalla malattia

Ad oggi non esiste una cura per la malattia di Parkinson, ma vari farmaci permettono un significativo miglioramento dei sintomi che si manifestano nelle fasi iniziali. Il trattamento va continuato per quasi tutta la vita. Al primo posto c’è la levodopa che agisce da precursore della dopamina e può essere considerato un trionfo della medicina moderna in quanto ritarda l’insorgenza di sintomi debilitanti, consentendo alla maggior parte dei pazienti di prolungare il periodo di una vita produttiva e di relativo benessere.
Altre terapie in corso di sperimentazione e di conferme vanno dalla neurochirurgia per la riduzione del tremore quando diventa invalidante e anche della lentezza dei movimenti e della rigidità.
Il limite della terapia con levodopa è quello di perdere di efficacia nel tempo e di risultare uno dei fattori di aggravamento della malattia a causa di sostanze altamente ossidanti prodotte dalla degradazione del farmaco (ma studi più recenti ne sosterrebbero, al contrario, un effetto neuroprotettivo). Quali i rimedi o le eventuali terapie alternative allora? L’impiego di antiossidanti quali il coenzima Q10 o ubidecarenone, della selegilina e della più recente rasagilina, sostanze che, associate alla levodopa, sembrano assicurare una maggiore efficacia e tolleranza nel tempo.
Ma un ruolo importante nella cura della malattia di Parkinson, sin dalla fase iniziale ce l’ha il paziente stesso che si dovrebbe impegnare a modificare il proprio comportamento motorio momento per momento, con la consapevolezza di essere responsabile e artefice di quanto otterrà in termini di benessere e autosufficienza.

Nonostante le difficoltà a muoversi, il paziente dovrebbe acquisire una maggiore sensibilità del proprio corpo che può aiutarlo a tenersi in equilibrio (fonte: Neurocenter- valle d’Aosta)

Dovrebbe sviluppare la sensibilità del proprio corpo sia da fermo che in movimento, prestando attenzione ad ogni sensazione che il corpo invia, di fatica, di dolore, di contatto col terreno su cui ci moviamo anche con lentezza e difficoltà. Sarà più facile così mantenere quella sensibilità che permette un più stabile allineamento posturale. Utilizziamo la gravità per raddrizzare la postura che ci spinge e ci costringe alla flessione in avanti. Manterremo così con minore difficoltà il baricentro entro il nostro poligono di sostegno rappresentato dal profilo dei piedi. Saremo più sicuri con minore rischio di cadute. Sentire le gambe e i piedi nei loro appoggi sul terreno facilita la nostra andatura nel mantenere un passo più lungo. Ma teniamo lo sguardo sempre diretto in avanti, mai verso il basso osservando i palazzi, anche nei dettagli, le linee orizzontali e verticali che ne tracciano i profili, gli alberi e ogni altro oggetto. Tutto quanto entra nel nostro campo visivo serve a mantenere desta la nostra attenzione. Si tratta di un vero e proprio “ancoraggio visivo” necessario alla nostra stabilità, soprattutto quando camminiamo. Cerchiamo in ogni momento di mantenere un ritmo anche ripetendo l’uno-due della marcia. Non perdendo la circolarità del movimento, facendoci precedere dallo sguardo giriamoci verso un lato o il suo opposto o invertiamo la direzione della marcia.

La copertina del libro di Alex Kerten “Parkinson”, pubblicato da Macro Edizioni

Queste raccomandazioni derivano dal metodo di riabilitazione proposto da Alex Kerten, fondatore e direttore del Gyro-Kinetics Center a Herzliya in Israele e denominato Girocinetico, che al Parkinson ha dedicato anni di studio. Kerten spiega la sua impostazione  in un libro scritto in collaborazione con il caporedattore del Jerusalem Post, David Brinn ,Goodbye Parkinson’s, Hello life! pubblicato in Italia da Macro Edizioni, 2018, con il titolo Parkinson (con illustrazioni di esercizi molto facili da eseguire). Si tratta di una tecnica innovativa che mette assieme movimento, musica, ritmo e arti marziali. D’altro canto è provato scientificamente che il movimento e la musica aprono nuovi percorsi nelle reti neurali, e ne favoriscono un miglior funzionamento. Alex, uno dei pionieri in questo campo, ha reso proprio quel concetto e ha creato qualcosa di originale e efficace. Con il metodo da lui proposto, il corpo viene rimesso in “moto”, stimolando reazioni biologiche e psicologiche fino a riprenderne il controllo. Un esempio proposto dal metodo è quello del direttore d’orchestra, modello di movimento globale, dai quattro arti, al tronco, all’espressione del viso, alla respirazione, all”impegno del diaframma, dove la musica e il ritmo sono guida e coinvolgimento. Si tratta, però, di una tecnica ancora pionieristica in Italia.

Immagine di apertura: foto di Gerd Altmann

Nato a Reggio Calabria, fiorentino di adozione, neuropsichiatra e geriatra. Laureato in Medicina presso l'università di Messina, dopo l’esperienza di medico condotto in Aspromonte, si è trasferito a Firenze presso l’Istituto di Gerontologia e Geriatria diretto dal professor Francesco Maria Antonini. Specializzato in Gerontologia e Geriatria, Malattie Nervose e Mentali, presso l'Ospedale I Fraticini di Firenze si è occupato del settore psicogeriatrico. È stato docente di psicogeriatria all'Università di Firenze. Ha collaborato al "Corriere della Sera" con una rubrica dedicata alla Geriatria.

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