Firenze 23 Luglio 2020

La pandemia ci ha regalato, ahimé, ulteriori anglismi di cui proprio non si sentiva il bisogno: lockdown, smart working, recovery fund. Ma in realtà, tutta la nostra storia linguistica – e non solo la nostra – registra prestiti da altre lingue, a partire da quelle dei popoli che ci hanno dominati. Così è stato con i longobardi, con gli arabi in Sicilia, con gli spagnoli. Il prestigio di una lingua non è però legato necessariamente al possesso di un territorio: può discendere dall’autorevolezza della cultura di cui è espressione; è il caso del francese tra il Settecento e l’Ottocento, e dell’inglese oggi. L’irradiazione di parole è partita anche dall’italiano, a cominciare dalla terminologia musicale, frutto dell’importanza dei nostri compositori. Il prestito è, insomma, un fenomeno fisiologico. Vediamo alcuni esempi di vocaboli penetrati nella nostra penisola nel corso di una storia plurisecolare.

L’Italia nel 615, momento di grande ascesa del Regno longobardo, che finirà nel 774 con la vittoria di Carlo Magno, Re dei Franchi

Le voci longobarde sono numericamente più consistenti rispetto ad altri germanismi (voci gotiche o franche). Sono parole rivolte agli aspetti concreti della realtà, della casa, panca, del corpo umano, guancia, milza, schiena, stinco, dei luoghi. In un saggio giovanile, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell’Italia mediana e meridionale, Francesco Sabatini, Presidente Onorario dell’Accademia della Crusca (l’ha diretta per otto anni), individua alcuni nomi di luoghi che segnalano il passaggio e lo stanziamento di nuclei longobardi. Contengono le parole fara e sala, o funzionali all’indicazione di un terreno incolto, com’è il caso di gualdo. Qualche esempio? Fara in Sabina, Sala Consilina, Gualdo Tadino.

L’interno del battistero di San Giovanni ad Fontes, a Lomello (Pavia) con i resti dell’antico fonte battesimale longobardo. Pavia fu la capitale del Regno longobardo (568 -774) (foto di Alessandro Vecchi)

Diversamente, gli arabismi, entrati in gran parte attraverso la Sicilia, ma anche attraverso i contatti commerciali che gli arabi ebbero con le repubbliche marinare, spaziano dal mondo della concretezza, con i nomi delle piante introdotte, arancio, limone, carciofo, e con parole inerenti al commercio, darsena, fondaco, magazzino, al mondo dell’astrazione, con termini matematici, algebra, cifra, e astronomici, nadir, zenit. Dal territorio transalpino provengono francesismi che risalgono al Duecento e al Trecento, riferiti alla vita feudale e cavalleresca: cavaliere, conte, dama, e al mondo della musica e del ballo: danza, danzare, liuto. L’influsso sarà rilevante nel Settecento, anche nel lessico intellettuale: fanatismo, libertinaggio, pregiudizio, e dominante nell’Ottocento in svariati campi: boudoir, èlite, soirée … Il francese era la lingua internazionale.

La Chiesa normanna di San Cataldo a Palermo, forse realizzata su una precedente moschea, testimonianza della dominazione araba in Sicilia  (827-1091)

Gli ispanismi, penetrati attraverso la Lombardia e l’Italia meridionale, sono inizialmente in gran parte inerenti al galateo: baciamano, complimento, creanza, etichetta. Parole entrate negli ultimi due secoli sono àlpaca e avana, e, in ambito politico, caudillo e pasionaria. Ritornando agli anglismi, il loro ingresso nell’italiano contemporaneo si realizza, più che col tramite della lingua scritta – come avveniva nell’Ottocento (meeting, premier, tunnel) –, attraverso i mass media sonori, permeando i campi più svariati: dark, sponsor, zapping; in alcuni casi con una coesistenza col termine italiano: attachment/ allegato, hacker/ pirata. Se la categoria grammaticale più disponibile è quella dei nomi, in aumento sono gli aggettivi: bipartisan, no-global, trendy, cool.

La splendida sede dell’Accademia della Crusca a Firenze, la villa Medicea di Castello

Questa fase di grande apertura all’accoglienza di elementi esogeni ha alle spalle – sono passati meno di cento anni! – il “purismo di stato” fascista nei confronti delle parole straniere. Durante il Ventennio, la politica linguistica del regime, fortemente autoritaria, puntava ad un’autarchia che si espresse attraverso apposite leggi, fino ad arrivare nel 1941 alla creazione di una Commissione per l’italianità della lingua, che elaborò proposte di sostituzioni dei cosiddetti “barbarismi”. La maggior parte di esse non ha avuto fortuna nell’italiano contemporaneo – toast con pantosto, dessert con fin di pasto –; solo in alcuni casi i suggerimenti hanno attecchito, come è nel caso di autista al posto di chauffeur, o di regista al posto di régisseur. E certamente la liberalità, la disinvoltura della nostra lingua di fronte all’entrata massiccia degli anglismi, che a molti di noi appare eccessiva, sono sotto il segno di una forte discontinuità (reazione, forse?) rispetto alle censure dell’epoca fascista.

Immagine di apertura: foto di 5598375

 

Luciana Salibra
Nata a Siracusa ma fiorentina di adozione, laureata in Lettere Moderne all'Università di Firenze, ha insegnato per molti anni nella scuola. Si è dedicata a lungo alla linguistica letteraria ("Lessicologia d’autore. Studi su Pirandello e Svevo", L’Ateneo, 1990; "Il toscanismo nel ‘Mastro-don Gesualdo"’, Olschki, 1994). Si è poi interessata al linguaggio del cinema e della letteratura di consumo ("Riscrivere. Cinema e letteratura di consumo: Rohmer, Moravia, Olivieri, Tomasi di Lampedusa", Cesati, 2008). In anni più recenti ha studiato la lingua del noir, attraverso alcuni scrittori contemporanei ("Cinquant’anni di “neri” italiani. Diacronie linguistiche da Scerbanenco alla Vallorani", Bonanno, 2014). Interessata al rapporto fra lingua e immagine, ha pubblicato saggi sulla scrittura di de Pisis. E' membro dell'Associazione per la Storia della lingua italiana (ASLI) che ha sede a Firenze presso l'Accademia della Crusca.

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