Milano 27 Marzo 2024

Nella seduta parlamentare del 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti denunciò brogli elettorali, abusi e violenze alle urne, chiedendo l’invalidazione del voto che aveva dato il potere ai fascisti. Benito Mussolini, subito dopo, affidò ad un gruppo di squadristi (la Ceka del Viminale, una sorta di polizia segreta e illegale) il compito di eliminarlo. Matteotti, dieci giorni dopo venne rapito e ucciso a Roma nei pressi della sua casa romana.

La copertina del libro “Il nemico di Mussolini” di Marzio Breda e Stefano Caretti, edito da Solferino

Autori: Dumini, Volpi, Viola, Poveromo e Malacria. Mandanti: il presidente del Consiglio Mussolini, il sottosegretario alla presidenza, Aldo Finzi, il capo della Polizia Emilio De Bono e Cesare Rossi, capo dei servizi segreti fascisti. Nel processo penale gli autori del delitto la fecero franca. Solo alcuni esecutori materiali scontarono pene lievi grazie alla “sentenza farsa” del Tribunale di Chieti (1926). Il giudizio di revisione del 1947 non ebbe migliore effetto, essendo già morti quasi tutti i mandanti secondari e quello principale, il Duce.
L’omicidio di Matteotti, di cui ricorre quest’anno il centenario, ebbe risonanza mondiale. Ne scrissero fra gli altri George Orwell, Stefan Zweig, Ivo Andric, Marguerite Yourcenar, Miguel de Unamuno. Tutto questo non avveniva per caso. Lui era un italiano e un politico diverso: serio, colto e cosmopolita, conosciuto e stimato nel Regno Unito, in Belgio, Olanda, Francia, Germania, Austria, dove aveva a più riprese soggiornato e studiato, collaborando con giornali e riviste. Scopriamo così un Matteotti che si batte con i socialisti europei per la riduzione delle sanzioni alla Germania intuendo i germi di rivalsa che avrebbero portato al nazional-socialismo. La sua profezia sugli Stati Uniti di Europa è stato il modello per il Manifesto di Ventotene del 1941 e per i futuri Trattati europei di Roma del 25 marzo 1957. Questo delitto di Stato segnò il passaggio alla soppressione definitiva delle libertà democratiche con l’avvento del totalitarismo. Nel libro di Marzio Breda, quirinalista del Corriere della Sera, e Stefano Caretti, ordinario di storia contemporanea all’università di Siena, Il Nemico di Mussolini, “Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato”, pubblicato da Solferino, la vita del socialista polesano – era nato a Fratta Polesine nel 1885 – risorge come figura esemplare. I manuali di storia delle scuole superiori, quando va bene, se la cavano con 10 righe.

Giacomo Matteotti (al centro) in uno scatto del 1924 poco prima della sua morte

Ben vengano testi di approfondimento come questo per riscoprire a cento anni dalla morte lo strenuo difensore della democrazia e propugnatore di un socialismo riformista dal “volto umano”, secondo la felice definizione di Giuseppe Saragat. Il volume si basa su un’interpretazione rigorosa dei fatti, oltre che su documenti inediti, che danno piena luce alla vita di Matteotti. Breda e Caretti descrivono con la crudezza dell’anatomo patologo lo scempio del corpo del martire – ritrovato dopo due mesi dall’omicidio – nonostante il tentativo del regime di renderlo invisibile alla pietà del mondo. La citazione del poeta Andrea Zanzotto nell’introduzione del libro è un urlo contro le atrocità dilanianti di un girone dantesco. Nei capitoli successivi emergono altri disvelamenti sull’uomo pubblico e privato. Il giovane Giacomo possedeva doti di brillante giurista e solido studioso di economia pubblica (era noto come un inesorabile spulciatore di bilanci). Dopo la laurea in legge e gli studi di economia, rifiutò le offerte di libera docenza universitaria. La morte prematura dell’amato fratello Matteo per tubercolosi, lo spinse a prendere il suo posto nelle battaglie delle leghe contadine e delle cooperative nel Polesine. Non mollò mai lo studio come ricerca delle migliori soluzioni politiche e sociali. A causa delle sue idee pacifiste durante la Grande Guerra fu segregato dall’esercito italiano per tre anni in Sicilia nonostante lui avesse chiesto di andare al fronte. La moglie incinta, Velia Titta, la poetessa romana che aveva sposato nel 1916, lo seguì a Messina. Una storia d’amore da cui nacquero tre figli: Giancarlo, Isabella e Matteo.

Una bella immagine di Velia Titta (1890-1938), la poetessa e scrittrice romana che Matteotti sposò col rito civile nel 1916 e da cui ebbe tre figli (fonte: casamuseo Giacomo Matteotti)

I militari che lo congedarono riconobbero in lui lealtà e schiettezza d’animo. Matteotti venne eletto deputato del parlamento nel 1919 e poi confermato nelle legislazioni del 1921 e 1924. Notano gli autori che si distinse « tra i parlamentari per la solida ed aggiornata cultura giuridica e per la competenza in campo economico e finanziario, esercitando una critica senza quartiere contro ogni irregolarità nel bilancio e nella spesa dello Stato… La severità dei suoi studi e la sua operosità…gli valgono giudizi positivi da parte degli avversari». Uno per tutti Luigi Einaudi. Il partito socialista che nel 1919 era il primo partito del Paese in pochi mesi si spaccò. Al congresso di Livorno del 1921 si consumò la scissione comunista e alla fine del 1922 i massimalisti cacciarono dal partito i riformisti. Matteotti fondò il Partito socialista unitario raccogliendo intorno agli espulsi tanti giovani democratici pronti al riscatto. I massimalisti, paralizzati dalla violenza fascista, vivevano tra le nuvole sognando una rivoluzione impossibile. I comunisti guardavano fideisticamente ai bolscevichi russi. Matteotti, con i piedi per terra, credeva nelle istituzioni democratiche e nel gradualismo delle conquiste sociali dei lavoratori. Perciò era il più temuto da Mussolini.

I tre bambini di Matteotti fotografati nel marzo del 1924: da sinistra, Giancarlo, Isabella e Matteo (fonte: casamuseo Giacomo Matteotti)

Tanto che il regime ostacolò la celebrazione dei funerali, minacciò la moglie e i familiari, violò più volte il cimitero e spostò la salma impedendo ai visitatori di onorarlo. La burocrazia statale per anni vessò la famiglia Matteotti con irruzioni poliziesche e minacce, mentre gli squadristi con atti ignobili danneggiarono la proprietà e lordarono i luoghi dei ricordi. Persino il figlio piccolo venne schiaffeggiato da un poliziotto. La consegna del silenzio non impedì al popolo di venerarlo di nascosto come un santo laico. L’assassinio suscitò «nell’animo dei democratici sentimenti destinati a resistere nel tempo» – sottolineano gli autori. Preoccupante è la persistenza di smanie revisioniste di quanti negli ultimi decenni hanno tentato di minimizzare o negare del tutto il ruolo di Mussolini come mandante dell’omicidio. Durante la dittatura covava nell’Italia umiliata e sottomessa il desiderio di riscatto e amore della libertà. Di ciò Breda e Caretti danno ampia testimonianza.

Immagine di apertura: un fotogramma di Franco Nero (Giacomo Matteotti) nel film Il delitto Matteotti del 1973, diretto da Florestano Vancini (fonte: casamuseo Giacomo Matteotti)

Nato a Cosenza nel 1957, milanese di adozione, laureato in Giurisprudenza, giornalista pubblicista, da diversi anni archivista e bibliotecario al “Corriere della Sera". In precedenza ha lavorato all’ufficio legale delle case editrici Fabbri, Bompiani e Sonzogno. Direttore artistico del caffé Letterario "Portnoy" di Milano dal 1991 al 1995, ha pubblicato le raccolte di poesia "Noi e i ragazzi del Portnoy" (Eliodor 2007) e "Pandosia" (Manni 2009), in prosa "Cantiere Expo"( 2015) e "La leggenda del santo correttore" (2019) entrambi per Bibliotheca Albatros. Melomane e amante della musica classica grazie al nonno materno, pianista dilettante, ama l’arte e viaggiare.

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