Monza 27 Luglio 2025
Ho lavorato per quarant’anni all’ospedale Niguarda di Milano come cardiochirurgo e sono testimone di quanto è successo alla Sanità Pubblica nel passaggio tra pubblico e privato. Alla fine degli anni Novanta, quando non ero ancora primario ricordo che, agli albori dell’era della convenzione tra pubblico e privato, introdotta con la legge regionale n.31 del 1997, i primari facevano qualche intervento privato all’anno, ma non dentro l’ospedale pubblico: si spostavano con tutta l’équipe in strutture private per quei pazienti che non volevano andare in ospedale. Si trattava di una decina di interventi all’anno, poco più.

Per il resto, i medici ospedalieri lavoravano per tutti, indistintamente e soprattutto l’ospedale faceva l’ospedale che curava la gente. Ora, invece, è improntato ad una logica commerciale, non assistenziale, tipica delle imprese. Con l’avvento dell’azienda ospedaliera e il tanto acclamato modello introdotto in Lombardia dall’amministrazione Formigoni, la cui idea portante era la libertà di scelta del cittadino per accedere a struttura private accreditate tanto quanto a quelle pubbliche, oggi le strutture pubbliche si sono trasformate in private. Sul sito dell’ospedale Niguarda trovate delle tariffe inqualificabili! Per una visita cardiochirurgica per trapianto di cuore, ad esempio, sono necessari 400 euro! Ho cercato un collega ed amico di Niguarda sul sito, ma non è possibile cercare un medico e prenotare con lui una visita con il Sistema Sanitario Nazionale. Se vuoi un determinato specialista, sei costretto a prenotare una visita privata con costi da clinica privata. Se poi ti serve un esame in urgenza, altro che libera scelta: si è obbligati ad un salasso anche nell’ospedale pubblico.
La cosa che stupisce è come con il Sistema Sanitario Nazionale si siano potuti registrare casi in cui medici, grazie ai proventi della libera professione intraospedaliera (quella che viene chiamata intramoenia, letteralmente “dentro le mura”) hanno raggiunto stipendi stellari: «l’ortopedico con uno stipendio di 55.000 € che guadagna in intramoenia 890.000 €; l’urologo che dichiara 748.841 € di cui 658.000 grazie all’intramoenia; l’oculista con uno stipendio di 88.368 € e che incassa 1.039.863 € in intramoenia» (cfr. Libera professione intramoenia. A chi serve? di Marco Geddes, Salute Internazionale). Più recentemente questi picchi sono imputati ai gettonisti.

Come siamo arrivati a questo? I provvedimenti che hanno cambiato principalmente l’assetto del Servizio Sanitario Pubblico furono, in Lombardia in particolare, quelli strutturali alla fine degli anni Novanta e quelli legati alla libera professione intraospedaliera (intramoenia). Quest’ultima, introdotta a livello centrale nel 1993 per abbattere le liste di attesa, ha subito una serie di provvedimenti che però non hanno mai portato né a regole condivise da tutte le regioni, né ad una adeguata programmazione, né soprattutto a controlli (tra i più noti la riforma Bindi nel ’99, il decreto Balduzzi nel 2012). In Lombardia nel 1997 fu deciso di separare gli ospedali dalla medicina del territorio, accorpando gli ospedali in 27 Aziende ospedaliere e di far gestire i presidi territoriali a 15 Aziende Sanitarie Locali (Asl). Il primo danno, secondo Vittorio Carreri che dal 1973 al 2003 guidò il Dipartimento di prevenzione pubblica regionale, fu la mancanza totale di comunicazione tra ospedali e territorio per gestire i pazienti e programmare la spesa pubblica. Inoltre, la medicina generale, il territorio, ma anche gli ospedali pubblici, sono stati messi da parte a fronte degli investimenti che la Regione elargiva ai grossi gruppi privati, stipulando contratti per erogare prestazioni in convenzione con il Sistema Sanitario Nazionale. Non c’erano “tetti” sui volumi e sulle tipologie di interventi e vennero messe in concorrenza strutture pubbliche e private che avevano dinamiche e vincoli completamente diversi (nel pubblico c’era, ad esempio, il blocco delle assunzioni).

Così il privato sceglieva le prestazioni più redditizie, che venivano rimborsate dai fondi regionali e già all’avvio di questo sistema organizzativo, dal 1996 al 2000 il fatturato delle aziende ospedaliere pubbliche aumentò del 3,6 per cento, quello dei gruppi privati del 49,8 per cento. Con la riforma Maroni nel 2015, si volle dividere la programmazione dall’erogazione di servizi: le Aziende Ospedaliere si trasformarono in Aziende a Tutela della Salute per pianificare l’offerta e le Aziende Socio Sanitarie Territoriali per erogare i servizi. Oggi siamo alle Case di Comunità e al rischio che i medici di famiglia facciano i burocrati invece di curare le persone.
Tutti questi provvedimenti di politica sanitaria, che sicuramente sono costati in termini di riorganizzazione amministrativa cifre esorbitanti, non sono serviti a nulla se non a portare l’ospedale e non essere più un luogo di cura sicuro per i cittadini. Dall’avvento delle Aziende Ospedaliere, abbiamo assistito ad un progressivo smantellamento della Sanità Pubblica, che non vede per ora una strada di ritorno. I nostri amministratori non sono interessati a trovare soluzioni perché non hanno una convenienza a farlo. Quanto abbiamo descritto non vale soltanto per la Sanità in Lombardia, si estende, purtroppo, anche ad altre Regioni del Nord Italia, e non solo.
- Ha collaborato Sabrina Sperotto
Immagine di apertura: fonte: ilsicilia.it




