Roma 27 Gennaio 2026

In un mondo in cui tutto ormai sembra possibile, parlare di Groenlandia rischia di diventare un esercizio retorico in cui si proiettano convinzioni o desideri personali slegati dalla realtà. Oppure idee che potrebbero essere smentite dopo poche ore. Meglio rimanere ai fatti: è inutile ipotizzare cosa accadrà domani, quando la razionalità pare merce rara. Partiamo da qui: indipendenza non significa passare da un governo che approva un percorso verso l’autodeterminazione a uno che vorrebbe comprarsi il tuo territorio.

La sala del Parlamento groenlandese a Nuuk, la capitale. Creato nel 1979, è composto da 31 membri

I groenlandesi avrebbero molto da dire su quanto è accaduto nei secoli con la Danimarca, e ne hanno tutte le ragioni; ma possono dirlo liberamente, a differenza di altri popoli. La loro Assemblea legislativa è quasi unanime sull’obiettivo dell’indipendenza, ma divisa sui tempi per raggiungerla. Con l’eccezione di Atassut (2 seggi), che sostiene l’unione con la Danimarca, tutti i partiti dell’Inatsisartut – il parlamento locale, 31 seggi – sostengono l’indipendenza. La differenza è la velocità: c’è chi la vuole subito e chi propende per un percorso più graduale. Le elezioni del marzo 2025 hanno premiato Demokraatit, partito guidato da Jens-Frederik Nielsen, con il 30,26 per cento dei voti e 10 seggi; per loro l’indipendenza è il punto di arrivo di un processo ordinato e progressivo. Naleraq, con 8 seggi, sostiene invece un’accelerazione verso l’autonomia piena. Inuit Ataqatigiit dell’ex premier Múte Bourup Egede ha ottenuto 7 seggi e Siumut 4. Il governo di coalizione riunisce Demokraatit, Inuit Ataqatigiit, Siumut e Atassut: 23 seggi su 31, circa i tre quarti dell’assemblea. Ne fa parte Atassut, l’unico partito che non ha l’indipendenza nel programma, mentre ne resta fuori Naleraq, che la vorrebbe subito: una scelta che si può leggere come pragmatica, per affrontare prima problemi interni – economia, Sanità, alloggi – e solo dopo accelerare verso il distacco.

Robert Peary (1856-1920), l’americano che nel 1909 sostenne di essere arrivato al Polo Nord ma venne poi sconfessato. Era convinto anche che esistesse un canale che tagliava l’isola da est ad ovest, ma si sbagliava. Qui è in Groenlandia con i suoi cani (fonte: Storica National Geographic)

Nessun groenlandese rinuncerebbe agli attuali standard dei servizi pubblici per un salto nel vuoto: saranno loro a decidere quando.
E le mire di altri Paesi? Le dispute territoriali non sono mai mancate. Già a metà Ottocento gli Stati Uniti avevano sondato l’idea di acquisire la Groenlandia, a cavallo tra XIX e XX secolo l’americano Robert Peary credette di vedere un canale che tagliava l’isola da est a ovest, all’estremo nord, trasformandola in due blocchi distinti: c’era una nuova terra, dunque, di cui rivendicare il possesso. Furono gli esploratori danesi a verificare che quel canale non esisteva e l’ipotesi americana fu abbandonata. Gli USA tornarono all’attacco nel 1946 con un’offerta formale, respinta da Copenaghen. Il resto è storia recentissima. Recente è anche la contesa coi canadesi sull’Isola Hans, piccolo scoglio disabitato tra Groenlandia e Canada: si è risolta con toni più pacati dopo che per anni le due parti hanno sostituito bandiere lasciando in dono bottiglie di whisky o di akvavit. Nel 2022 un accordo ha diviso in due l’isola, creando un confine terrestre tra Danimarca e Canada. Nessuno ha mai pensato seriamente di occuparla.

La copertura di un tunnel durante la costruzione di “Camp Century” nel 1960 (fonte: Aeronautica Militare Americana)

Politica estera e difesa restano di competenza della Danimarca, che se ne occupa anche tramite accordi diretti con gli Stati Uniti, nati durante la Seconda Guerra Mondiale e sviluppati nella Guerra Fredda. Le basi americane – non Nato – in Groenlandia non sono una novità, e questo è uno dei nodi politici. Solo che finora le chiudevano. In passato c’è stato Camp Century, sotto l’inlandsis – la calotta glaciale dell’interno – a 200 chilometri dalla costa: tra il 1959 e il 1967 fu una vera “città sotto il ghiaccio”, alimentata da un piccolo reattore nucleare, con chilometri di tunnel e fino a 200 persone di stanza. Il progetto segreto prevedeva l’installazione di centinaia di missili nucleari in una rete di gallerie. Poi si scoprì che il ghiaccio si muove e l’idea fu abbandonata. Il reattore fu portato via, scorie e materiali vari sono ancora là, sotto decine di metri di ghiaccio e neve: qualcuno è andato a studiare la situazione, ma è vietato scavare. C’è chi in America deve aver visto il vecchio film di propaganda girato quando ci credevano, dove sembra che per tirare su una nuova base basti mandare sul ghiaccio squadre di falegnami, idraulici, qualche soldato e un simpatico cane da slitta: interessante, rimanendo consapevoli che è propaganda.

L’aurora boreale vista dalla base di Pituffik Space nel dicembre del 2017 quando ancora si chiamava Thule Air Base (U.S. Air Force photo by Senior Airman Dennis Hoffman)

Eppure ci sono pezzi di quel film nel video postato l’anno scorso su Truth Social, “America stands with Greenland”, che rievoca l’antico sforzo difensivo. Altre tracce dei presidi statunitensi sono la base di Ikateq, evacuata in fretta lasciando sul posto centinaia di veicoli e migliaia di barili di petrolio; oppure Narsarsuaq, trasformata almeno in aeroporto civile dopo l’abbandono delle strutture militari, come Kulusuk e Kangerlussuaq. In molti ex siti, alcuni dei quali hanno avuto picchi di migliaia di unità di personale, restano scarti di vario genere, nessuno ha mai fatto pulizia. Non stupisce che i groenlandesi, che al proprio ambiente tengono più di quanto noi teniamo al nostro, siano perplessi. Oggi la base più importante – in realtà l’unica operativa – è Pituffik Space Base, già Thule Air Base, che dal 2023 ha ripreso il nome della località in cui sorge (pituffik: il luogo dove si legano i cani). Fu costruita dopo l’accordo del 1951 tra Danimarca e Stati Uniti, rinnovato nel 2004 col coinvolgimento del governo groenlandese. Nel 1968, lì vicino, un B 52 precipitò sulla banchisa con a bordo quattro bombe all’idrogeno: il recupero fu complesso. Pituffik ha ospitato fino a 10mila persone, oggi il numero è sceso a circa 600-700, incluso il personale civile danese e groenlandese che è in maggioranza. La tendenza, finora, era questa, ma gli accordi ci sono e nulla impedirebbe di invertirla.

La regina Margherita II di Danimarca in Groenlandia nel 2021 in visita alla Thule Air Base (fonte: Aeronautica Militare Americana)

Invece la presenza militare danese sul territorio non si è mai misurata in grandi basi, ma in continuità e capillarità, grazie al cosiddetto Comando Artico (Arktisk Kommando). Anche in slitta, certo: i danesi la Groenlandia la conoscono, sanno che quello è uno dei modi più sensati, perché è così che hanno fatto a lungo gli Inuit. La loro esperienza mostra che quella grande isola non è fatta per massicci spostamenti di uomini e mezzi, men che meno per concentrazioni di truppe e armamenti. Se un giorno si porrà davvero una questione di presenza militare, andrà letta anche in questi termini: lassù non conta la forza dispiegata, ma la capacità di operare in modo efficace e sostenibile in un ambiente estremo.
Presidiare la Groenlandia non è come presidiare un paese qualunque: 57mila abitanti su un territorio grande circa sette volte l’Italia, una settantina di centri abitati senza collegamenti stradali, raggiungibili in aereo o in elicottero, se il meteo lo permette, d’estate in qualche caso con traghetti costieri.

Uno dei piccoli villaggi groenlandesi disseminati in un territorio che è sette volte l’Italia (foto di Heidi Baun Topp)

La capitale Nuuk ha circa 20mila residenti e alcuni centri superano le poche migliaia di abitanti, ma il resto è fatto di villaggi piccoli, distanti tra loro, spesso persino soddisfatti del proprio isolamento relativo. Questa, per molti, è la misura dell’essere Inuit: gli insediamenti più grandi permettono servizi migliori – sanitari, scolastici, sociali –, ma mettono in crisi le forme tradizionali di sussistenza, pensate per numeri ridotti. L’80 per cento dell’isola è coperta dall’inlandsis, con spessori che superano i duemila metri: sotto il ghiaccio ci saranno pure risorse, ma bisogna estrarle, e i groenlandesi nutrono forti riserve su impatto ambientale e sostenibilità economica. In fondo è semplice: l’ultima parola, su ogni cosa, dovrebbe essere la loro. Altrimenti non è geopolitica, è giungla.

Immagine di apertura: foto di Nettips

Bruno Berni
Nato a Roma nel 1959, si è formato all’università La Sapienza di Roma come scandinavista e germanista ed è attualmente dirigente di ricerca e vicepresidente dell’Istituto Italiano di Studi Germanici di Roma. Ha scritto di letteratura danese del Settecento e contemporanea, di Hans Christian Andersen e di Karen Blixen. Dal 1986 traduce dal danese (ma anche dal norvegese, svedese e tedesco), e ha pubblicato in italiano più di un centinaio di opere di prosa e di poesia. Ha insegnato in diverse università e da molti anni recensisce opere nordiche per l’inserto culturale del “Manifesto”. Ha tradotto più volte opere del danese Knud Rasmussen (1879-1933) sulle esplorazioni artiche e sulla cultura inuit della Groenlandia, tra le quali “Più a nord di Thule. Diario di viaggio”, (Iperborea), che racconta la prima spedizione Thule nella Groenlandia del nord, nel 1912.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.