Ratisbona 21 dicembre 2025
La “casetta nel bosco” di Palmoli, ripresa dalle telecamere come una scena da fiaba, è diventata un caso nazionale. Il provvedimento del Tribunale per i minorenni dell’Aquila, che ha disposto l’allontanamento dei tre bambini e la sospensione della potestà genitoriale, è stato raccontato da molti come una guerra tra Stato e genitori “alternativi”, e subito la parola homeschooling è finita nel tritacarne del dibattito.

Eppure, mentre la vicenda ruota attorno a condizioni di vita e tutele, sul versante scolastico il Ministero dell’Istruzione ha chiarito che, contrariamente alle prime ricostruzioni, i minori risultano in regola con il percorso di apprendimento. Questo cortocircuito si innesta su un dato reale, e per certi versi sorprendente, la crescita dell’educazione parentale: gli studenti istruiti a casa registrati al Ministero sono passati da 5mila nel 2018-2019 a oltre 15mila nel 2020-2021, con un ulteriore aumento fino a circa 16mila nel dato più recente. Nel Regno Unito si parla di circa 60mila, mentre in Austria i numeri sono contenuti, circa 2mila bambini. In Belgio la legge stabilisce che l’homeschooling è consentita a condizione che i genitori soddisfino requisiti precisi che variano tra le due comunità linguistiche (fiamminga e francofona). Pare che oggi riguardi circa 500 bambini. In Francia una legge del 2021 la ammette solo in casi eccezionali mentre la Germania la vieta. In Spagna l’istruzione domiciliare è legale ma i dati scarseggiano. In America, al contrario, è diffusa: oltre 2 milioni e mezzo di bambini.

Ma di che cosa si sta parlando esattamente? A monte di qualsiasi etichetta, c’è un punto fermo, il diritto del minore all’educazione. L’articolo 28 della Convenzione ONU sui diritti del fanciullo impegna gli Stati a rendere l’istruzione primaria obbligatoria e accessibile, a ridurre la dispersione e ad assicurare che l’informazione, l’orientamento e i percorsi siano aperti a tutti “in base all’uguaglianza delle possibilità”. È una cornice che sposta l’attenzione dal tifo per un modello o un altro alla sostanza: tutele, qualità, risultati, crescita. Dentro questa cornice, in Italia, la scelta non si chiama homeschooling, anglismo d’uso comune senza connotazione normativa, ma istruzione parentale, e si tratta di una possibilità legittima e regolata.

È qui che, secondo Giovanni Gaglio, ex dirigente scolastico, si produce spesso la confusione più dannosa, si parla di “scuola a casa” come se fosse una zona grigia, mentre la realtà è un percorso con passaggi formali e verifiche. «La norma fondamentale è che la verifica non la fanno i giornali o la politica, la fa la scuola», insiste, richiamando il cuore del meccanismo, comunicazione annuale e esame di idoneità, cioè un accertamento sul raggiungimento degli obiettivi previsti per l’età. Anche le etichette, in questo senso, rischiano di ingannare, homeschooling è un contenitore generico, unschooling è una filosofia educativa, ma nel contesto italiano ciò che conta è che l’obbligo di istruzione si realizzi entro limiti e obiettivi verificabili. La solidarietà che in queste settimane si è addensata attorno alla homeschooling, però, intercetta un sentimento reale, la percezione di una scuola in difficoltà.

Gaglio non scarica questa crisi sulle famiglie, ma sulla mancanza di una rotta complessiva. Parla di interventi a tamponamento, di “pannicelli caldi”, di assenza di una visione d’insieme, e mette in fila criticità che alimentano sfiducia. Nella sua esperienza, tuttavia, lo Stato non dovrebbe limitarsi al controllo, dovrebbe anche collaborare nella formazione e sostenere chi è più fragile. Richiama esempi concreti, come la scuola in ospedale, e progetti costruiti con istituzioni e uffici scolastici per contrastare la dispersione e la marginalità.
Quando si entra nel merito educativo, emergono sensibilità diverse. Lea Forino, docente milanese in pensione, rifiuta le posizioni assolute, «Ci sono pro e contro, come in tutte le situazioni» precisa. Per mostrare che non si discute per astratto, richiama un caso conosciuto da vicino, il fratello autistico di un’allieva, tenuto a casa negli anni Novanta, un ragazzo che, racconta, era “esperto di storia”. È un esempio che suggerisce come, in contesti specifici, un percorso domestico possa funzionare, soprattutto se i genitori sono in grado di reggerlo e se il minore trova stimoli e possibilità di crescita. Ma proprio quell’esperienza, per Forino, non autorizza scorciatoie generalizzate; se l’uscita dalla scuola diventa una risposta automatica, il rischio è di perdere pezzi importanti di educazione che non coincidono con il solo studio.

Rosy De Feo, anche lei ex docente scolastica, su questo punto è più netta, la sua considerazione sull’homeschooling è negativa. «La ragione – spiega – è che la scuola non serve soltanto a trasmettere contenuti, ma a formare la persona attraverso tre dimensioni irrinunciabili, socializzazione, solidarietà, condivisione. La stessa logica vale fuori dall’aula, nello sport, soprattutto di squadra, dove la sana competizione è inseparabile dal gruppo e dalla collaborazione. In questa prospettiva, “negare la socialità”, scegliendo un percorso chiuso tra casa e tutor, non è protezione ma impoverimento, perché la crescita passa anche dal confronto quotidiano». Questa difesa della scuola, tuttavia, non ignora la realtà. De Feo riconosce che oggi è arduo essere insegnanti, che molti ragazzi “hanno perso la bussola”, che spesso gli studenti appaiono appiattiti. «Anche, gli insegnanti – ammette – non sempre sono all’altezza». Qui la critica incrocia quella di Gaglio, se mancano formazione, selezione e un progetto complessivo, la scuola rischia di rincorrere l’emergenza. Ma la conclusione non è l’abbandono del sistema, è il rilancio. Per De Feo la scuola resta insostituibile e va resa capace di educare meglio, programmi migliori, scelte pedagogiche più solide, docenti selezionati e formati con criteri seri. In questo quadro, l’idea di alternative non scompare, ma cambia forma. Pur non negando che possano esistere esperienze utili “a margine” o come integrazione, cita, per esempio, possibilità alternative per alcune materie, ma non come sostituzione totale e non su tutte le discipline. E insiste su un punto, la personalizzazione è necessaria, ma dovrebbe avvenire dentro una scuola capace di differenziare. Se il problema è l’appiattimento, allora servono percorsi più flessibili, capaci di stimolare chi ha talenti e di sostenere chi ha difficoltà. De Feo arriva a mettere in discussione anche l’impianto degli esami, alla maturità le materie vengono stabilite dal Ministero, lei immagina un modello in cui ogni studente possa scegliere almeno in parte le proprie.

Il tema educativo, oggi, si intreccia inevitabilmente con il digitale. «I social- dice De Feo – creano disconnessione dalla realtà e un ambiente spesso violento». Da qui un’idea di equilibrio, è legittimo pensare modelli di vita diversi e più “protetti”, senza negare il progresso, ma serve una famiglia più presente, capace anche di limitare l’uso di internet e accompagnare i ragazzi nel mondo reale. In altre parole, non basta cambiare “modello di scuola” se intorno resta un ecosistema che spinge verso l’ isolamento, l’ansia, l’aggressività. E poi si arriva al nodo più delicato: chi garantisce qualità e tutele quando si sceglie l’istruzione parentale? In Italia l’esame di idoneità è un presidio importante, perché riporta il percorso ad una verifica pubblica. Ma sia Forino che De Feo ritengono che sarebbe opportuno valutare l’attitudine dei genitori a svolgere mansioni educative. Il problema è “come”; criteri universali rischiano di essere ingiusti o inefficaci, ma ignorare la questione significa lasciare scoperto il punto decisivo, cioè la qualità dell’esperienza del minore.
Immagine di apertura: l’istruzione domiciliare in una stampa danese del 1889




