Milano 27 Aprile 2023

La scena del crimine stavolta è un’elegante villa con piscina. Specchio d’acqua lussuoso e insidioso, caro a François Ozon per ambientarvi le sue commedie crudeli, dove il giallo salta dal trampolino della morale comune per tuffarsi con triplo avvitamento nell’apologo sociale irriverente e ironico.
E così, ecco che in Mon Crime – La colpevole sono io, tutto comincia, sullo sfondo di una Parigi anni Trenta lieve e spumeggiante come una coppa di champagne, con la scoperta di un cadavere. Quello di un produttore ricco e sporcaccione trovato stecchito nella sua dimora alcova, vista piscina. Causa della morte, dice il referto, “ictus aggravato da un colpo di pistola alla testa”. Sospettata numero uno, un’attricetta carina giovane e squattrinata che da lui era andata sperando di ottenere la famosa “parte”. E invece, visti tutti gli indizi contro, si ritrova dritta dritta sul banco degli imputati.

Rebecca Marder (Pauline) a sinistra e Nadia Tereszkiewicz (Madeleine) a destra, in una sequenza del film. La Tereszkiewicz ha vinto il premio César come promessa femminile nel 2023 per il film “Forever Young-Les Amandiers”

Condannata a prescindere in quanto donna, libera e avvenente, per Madeleine Verdier (la deliziosa Nadia Tereszkiewicz) il solo palco possibile sembrerebbe ormai quello del patibolo. Se non fosse che al suo fianco si schiera Pauline (Rebecca Marder, della Comédie Française), sua coinquilina, avvocatessa alle prime armi agguerrita e spregiudicata. Al punto di convincere l’amica a dichiararsi colpevole di un crimine non commesso. Mossa assurda ma vincente, visto che l’imputata dà in aula il meglio delle sue doti teatrali riuscendo a tramutarsi sotto gli occhi dei giurati da assassina cinica in vittima strappalacrime di un laido predatore sessuale. Assolta per legittima difesa, Madeleine, diventata nel frattempo un caso mediatico, bandiera di nuove istanze femminili in una società patriarcale in cui le donne contano meno di zero, si vede aprire innanzi una nuova vita inaspettata, fatta di fama e di successo.
Non è che il prologo di una vicenda scoppiettante, costruita su colpi di scena magistralmente calibrati grazie a un cast di impareggiabile bravura in cui, oltre alle due protagoniste, spiccano i talenti di Fabrice Luchini, giudice istruttore ipocrita e ottuso, e di Isabelle Huppert, alias Odette Chaumette, diva del muto formato Gloria Swanson in Sunset Boulevard.

La sempre splendida Isabelle Huppert nel film di Ozon è Odette Chaumette

Da tempo Ozon voleva raccontare la storia di un falso o di una falsa colpevole. A dargli il giusto spunto una piéce teatrale degli anni Trenta di Georges Berr e Louis Verneuil, che per freschezza e audacia sembra scritta oggi. Traslando liberamente i temi del rapporto di potere uomo-donna e di una nuova femminilità finalmente capace di ribellione costi quel che costi, bugie ambiguità manipolazioni comprese, il regista francese conduce il gioco fino alle soglie del Me Too, ammiccando ai recenti casi Weinstein e Epstein, facendosi beffe del politicamente corretto, strizzando l’occhio a Lubitsch e Billy Wilder. Ma anche rendendo omaggio al glamour thriller di Hitchcock e a un teatro brillante e irriverente che aveva il suo alfiere in Sacha Guitry.
Con Mon Crime, Ozon chiude la sua trilogia ideale dedicata a un femminile troppo astuto e inafferrabile per venir catalogato come femminista, le cui tappe precedenti sono 8 donne e un mistero e Potiche-La bella statuina. Tre film dove le donne escono sempre vincitrici, rovesciando con la loro affascinante perspicacia il trito ordine costituito maschile. Un manifesto rivoluzionario armato di battute scoppiettanti e situazioni paradossali, vero balsamo in tempi di depressione collettiva e di un cinema che raramente sa trovare lo stato di grazia del sorriso intelligente.

Immagine di apertura: Nadia Tereszkiewicz, che interpreta Madeleine Verdier, nella scena del processo in Mon Crime – La colpevole sono io

Nata a Venezia, giornalista professionista di lunga militanza in Cultura e Spettacoli del "Corriere della Sera" con cui tutt'ora collabora. Specialista di musica e di cinema, ha seguito per circa 30 anni i principali festival europei, da Cannes a Venezia a Berlino. Per la casa editrice Guanda ha scritto in coppia con Dario Fo quattro libri, "Il mondo secondo Fo", "Il Paese dei misteri buffi", "Un clown vi seppellirà", "Dario e Dio". E da sola, sempre per Guanda, è autrice de "Nel giardino della musica. Claudio Abbado: la vita, l'arte, l'impegno", "Ho visto un Fo" e del recente (2021) "Complice la notte" dedicato alla grande pianista russa Marija Judina.

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