Venezia 26 Marzo 2025

La Regione Toscana, prima in Italia, ha legiferato sul suicidio assistito l’11 febbraio scorso. Lo ha fatto accogliendo le regole stabilite dalla Corte Costituzionale nel 2019, in seguito alla sentenza Antoniani/Cappato – relativa all’aiuto a morire in Svizzera che il tesoriere dall’Associazione Coscioni Marco Cappato dette a Fabio Antoniani, tetraplegico – depenalizzandolo definitivamente per chi soffre di malattie irreversibili, è mantenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale (quali l’idratazione e l’alimentazione artificiale), in condizioni di dolore fisico o psicologico intollerabili, e in pieno possesso della capacità di prendere decisioni consapevoli. Questo significa che è il soggetto a determinare con il proprio agire l’evento che lo porterà alla morte, assumendo un farmaco, o premendo un pulsante, a secondo della patologia di cui è affetto. L’assistenza consiste nel fornirgli gli strumenti o i farmaci necessari, e comunque nell’aiutarlo in qualsiasi modo a condurre a buon fine il suo proposito, senza eseguirlo materialmente.

Un’immagine recente di Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni (fonte: Ansa)

La Corte aveva invitato il Parlamento a promulgare una legge che rendesse chiaro l’iter, e certi i tempi per una concreta adozione del suicidio medicalmente assistito, della quale, però, a tutt’oggi non si ha traccia. Ciò ha dato luogo a grottesche vicende di insensata burocrazia e a lunghe, dolorose attese.
La Toscana ha recepito la cosiddetta “cedevolezza invertita” suggerita dalla Corte Costituzionale, secondo la quale, fino all’entrata in vigore di una normativa nazionale, le Regioni abbiano la facoltà di garantire il suicidio assistito a chi ne ha diritto. In sostanza, accogliendo in pieno i requisiti previsti dalla Corte, ha stabilito la composizione della commissione medica che deve verificare le condizioni del malato, i tempi dei vari step e quelli massimi dell’iter (37 giorni dalla richiesta di suicidio), oltre alla gratuità dell’intera procedura.
In effetti esisterebbe un’alternativa, abitualmente proposta a malati in cure palliative: la cosiddetta sedazione profonda, da protrarre sino al decesso. Però, pur sospendendo ogni terapia, in persone non “terminali” la morte potrebbe sopraggiungere dopo settimane o mesi, opzione per molti inaccettabile per il carico di sofferenza imposto ai propri cari. Su questa materia delicatissima, che riguarda i beni primari della vita e della libertà di scelta, non ci dovrebbero essere strumentalizzazioni né forzature, ma solo comprensione e compassione. Invece, anche su questo argomento la politica si divide in fronti contrapposti. Infatti, subito dopo l’approvazione, la legge della Toscana è stata messa in stand-by dai consiglieri di centro-destra, ricorrendo al Collegio di Garanzia per verificarne la conformità rispetto allo statuto regionale. In realtà è improbabile che questa mossa possa azzerare il provvedimento, ma in ogni modo è riuscita a ritardarlo, e nonostante il termine dichiarato di 30 giorni, a tutt’oggi è fermo.
Il conflitto tra schieramenti negli ultimi anni è riuscito a bloccare molte iniziative analoghe, a cominciare da quella del Veneto del 2024, che non ha ottenuto la maggioranza per l’astensione di una consigliera del PD. In Emilia-Romagna una legge di iniziativa popolare è in attesa del giudizio del TAR; in Liguria una proposta trasversale è stata bloccata dalle dimissioni di Giovanni Toti e non più ripresentata; nelle Marche una legge avanzata da un consigliere del PD e da uno della Lega è ferma. In Puglia è stata approvata una delibera di Giunta all’inizio del 2023, che però non stabilisce entro quando esaudire la richiesta del malato né la composizione della commissione medica.

Nell’immagine il farmaco che si impiega nel suicidio assistito: il pentobarbital in dose letale per via orale o per sondino nasogastrico che agisce velocemente

In altre Regioni, come in Campania, ad oggi è stato solo istituito un tavolo tecnico/giuridico sulla proposta Cappato; in Abruzzo e Val d’Aosta sono in corso le audizioni dei tecnici da un anno; e in Lazio una mozione trasversale è stata solo depositata. In altri casi sono state fatte proposte non coerenti con la sentenza della Corte Costituzionale, come in Umbria e Calabria dove il PD ha presentato, sì, un progetto, ma riservato ai soli malati terminali. La Lombardia, invece, ha rifiutato un progetto di iniziativa popolare e, in Consiglio, ha respinto la proposta Cappato affermando di essere incompetente a deliberare su questa materia.
In realtà, non sembra che esistano divergenze di genuina natura ideologica tra partiti di destra e di sinistra, che in modo più o meno palese, si rifanno tutti a principi liberali, quanto al conflitto di due antropologie: la laica e la cattolica. La Chiesa, contrarissima alla libertà dell’uomo di decidere della propria morte sul presupposto che la vita non sia di sua proprietà ma un dono di Dio e che a Lui solo appartenga, opera da sempre una azione di persuasione attraverso i media e pressioni sulla politica atta a svigorire, quando non a bloccare, ogni iniziativa in questo ambito. Ciononostante è plausibile che il suicidio medicalmente assistito o prima o poi verrà recepito in pieno, come a suo tempo lo fu il diritto all’aborto.

Una manifestazione a favore del suicidio assistito a Milano (foto Ansa)

Ma altrettanto probabile è che si assisterà a continue azioni per limitarlo o renderlo inapplicato. Un esempio tra tutti. La dichiarazione della Corte Costituzionale indica tra i trattamenti di sostegno vitale, la cui presenza è requisito assoluto per accedere al suicido assistito l’idratazione e l’alimentazione artificiale. Secondo questa dichiarazione, non occorre che il malato sia agganciato a complessi macchinari di ventilazione o di emodialisi. Basterebbe, appunto, la “flebo” o i vari tipi di sonda per alimentarlo. La Chiesa in realtà non afferma che l’individuo debba usare qualsiasi mezzo che la medicina gli può offrire per mantenersi in vita, ma che terapie “straordinarie” o “sproporzionate” possono essere da lui rigettate. All’opposto, tutto ciò che garantisce la vita, se non è una “terapia”, sarebbe di fatto obbligatorio. Questa distinzione giunta sino a noi a partire dai teologi del Siglo de Oro, è stata confermata nell’enciclica Jura et Bona nel 1980.
Il problema allora dove sta? Nel fatto che sebbene alcuni trattamenti si possano interrompere o non applicare, difficile è determinare quali siano straordinari o sproporzionati, o addirittura se alcuni siano “terapia” o no. Dar da mangiare e bere a qualcuno è terapia? Su problemi come questi la Chiesa è da sempre schierata, e ci si può aspettare che darà battaglia.

  • Il suicidio medicalmente assistito è legale in molto Paesi: vedere in proposito l’articolo dello stesso autore pubblicato su questa rivista in data 27 marzo 2022
Franco Toscani
Nato a Cremona, si è laureato in Medicina e specializzato in Anestesia a Pavia. Nell’Ospedale di Cremona ha creato e diretto il servizio di terapia del dolore e cure palliative. Dal 1999 ha diretto la Fondazione Maestroni, conducendo numerose ricerche sul fine vita dei malati con demenza. È stato tra i fondatori della Società Italiana di Cure Palliative (e consigliere fino al 2000), dell’European Association for Palliative Care, e della Scuola Italiana di Medicina Palliativa. Per vent’anni ha collaborato con la Fondazione Floriani di Milano e ne è stato membro del Comitato Etico di Fine Vita (anche come presidente). Fa parte dell’Advisory Board di Palliative Medicine. Ha pubblicato oltre 60 articoli su riviste internazionali e oltre 100 su riviste italiane, ed è autore o coautore di 12 testi di medicina palliativa e di un libro divulgativo “Il Malato Terminale” (Il Saggiatore, 1996). È stato membro del Comitato Nazionale per le Cure Palliative e del Comitato Oncologico Nazionale, e professore a contratto di bioetica in diversi corsi master presso l’Università di Torino. Attualmente collabora con la Fondazione FILE di Firenze come membro del comitato scientifico. Vive fra Cremona e Venezia.

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