Milano 28 Giugno 2022

Il comportamento del cane non è dovuto alla sua razza, a differenza di quanto si crede comunemente. Lo ha dimostrato uno studio, pubblicato sulla rivista Science, che ha coinvolto, direttamente e indirettamente, 18mila cani da compagnia. L’obiettivo era capire quanto sia la razza, o il pedigree, ad indicare il destino comportamentale di un cane. Dalle rilevazioni fatte (attraverso questionari e osservazione), è emerso che alcuni tratti comportamentali ricorrono con maggiore frequenza in alcune razze, ma in modo non significativo. I pastori tedeschi sono più facili da addestrare, mentre i cani di razza mista lo sono un po’ meno. I bastardi con antenati di San Bernardo risultano più affettuosi mentre quelli discendenti dai Retriever hanno un debole per danneggiare porte e oggetti.

Un Golden Retriever (foto di birgle)

Ma la razza, stando alla ricerca guidata dalla statunitense University of Massachusetts Chan Medical School, ha un’influenza minima sul carattere del cane, che viene determinato piuttosto dall’ambiente in cui l’animale cresce, dalla sua età, dal sesso e da altre caratteristiche comuni a tutti i cani. «Quando si sceglie un cane in base alla razza – afferma Elinor Karlsson, biologa presso l’Università del Massachusetts a Worcester, coautrice dello studio – , per quanto riguarda il comportamento è solo fortuna, è come tirare una monetina». L’American Kennel Club, per esempio, descrive i carlini come “maliziosi” e i border collie come “affettuosi”. Ma, come sottolinea la Karlsson, «chiunque abbia posseduto otto cani della stessa razza può parlare ore sulle loro diverse personalità».

Un pastore tedesco adulto e un cucciolo. Pare che siano cani facili da addestrare (foto di AnjaGh)

Ciò è in parte dovuto al fatto che le razze sono una sorta d’invenzione moderna. Gli esseri umani hanno plasmato l’aspetto e il comportamento dei cani da quando i cani domestici si sono evoluti per la prima volta dai lupi più di 10mila anni fa. Ma gli interventi dell’uomo si sono concentrati soprattutto sulla loro capacità lavorativa, per esempio il controllo del bestiame, fare la guardia o tirare una slitta. Le razze come le pensiamo oggi – dai Beagle, ai Carlini, ai Labrador – sono un sottoprodotto della più recente ingerenza evolutiva. A partire da circa 200 anni fa, gli appassionati di cani nell’Inghilterra Vittoriana hanno iniziato a inventare razze selezionando i tratti canini che trovavano esteticamente più gradevoli. Questa sperimentazione ha creato le razze di oggi. La zoologa Patrizia Messeri, ex docente di materie etologiche presso le Università di Firenze e Torino, aggiunge una riflessione: «Vorrei richiamare l’attenzione su un aspetto che negli ultimi cinquant’anni (circa 20 generazioni, meno di un batter d’occhio) si è venuto ad aggiungere alla storia del rapporto uomo-cane, in coda ai 10.000 anni della domesticazione, ai 2.000 anni della selezione per ruoli funzionali da sfruttare, ai 180 anni di scelte maniacali Vittoriane che miravano alla purezza del lignaggio (il pedigree) e alla standardizzazione di caratteristiche estetiche da rispettare (vedi gare di bellezza), l’aspetto commerciale. L’aspetto del cane merce. Quando ero bambina chi voleva adottare un cucciolo aspettava che si accoppiasse la cagnolina di un amico, che di solito glielo regalava; poi sono venuti gli allevamenti e i negozi di animali, con annesse le regole del business».

Due bambini con un barboncino, razza ritenuta erroneamente particolarmente adatta a loro anche se niente lo dimostra (foto pexels)

Tornando allo studio, Karlsson e colleghi hanno intervistato migliaia di proprietari di cani sulle attività dei loro animali domestici, se, ad esempio, avevano una propensione a mangiare erba oppure ad inseguire i giocattoli. I ricercatori hanno quindi sequenziato il DNA di una sottosezione dei cani “indagati” per vedere se l’ascendenza potesse essere collegata al comportamento. Lo studio ha coinvolto 2.155 cani, di razza e no, i cui genomi (i loro patrimoni genetici) sono stati confrontati in cerca di variazioni del DNA associate al comportamento; questi dati sono stati poi combinati con quelli di altri 18.385 esemplari raccolti in un database chiamato Darwin’s Ark. Questo studio ha permesso di individuare 11 diversi loci (regioni del genoma) associati al comportamento e al carattere degli animali che risultano presenti in tutti i cani, indipendentemente dalla razza. Conclusione? La razza spiega solo il 9 per cento della variazione del modo in cui un cane si comporta, un numero «molto più piccolo di quanto la maggior parte delle persone, me compresa, si sarebbe aspettato», dice ancora Karlsson. Particolarmente bassa è risultata la connessione tra la razza e la probabilità che un cane abbia un comportamento aggressivo, il che potrebbe avere implicazioni sul modo in cui la società tratta le razze canine cosiddette “pericolose”, in alcuni Paesi perfino con leggi ad hoc. In realtà non esistono cani “pericolosi” per la razza, ma soltanto cani educati male.

Un cucciolo di Pittbull, cani considerati aggressivi e pericolosi, ma si tratta probabilmente di uno stereotipo (foto di Nikola Cedikova)

Quel 9 per cento legato alla razza, lo è in particolare per una caratteristica specifica: la capacità di obbedire alle istruzioni di un essere umano (quella che in inglese si chiama biddability): secondo lo studio è l’unico tratto comportamentale dei cani che dipende direttamente dalla loro razza. La parola biddable significa “facilmente addestrabile, controllabile, docile”. L’Oxford Dictionary dice: «docilmente pronto ad accettare e seguire le istruzioni». Un cane biddable è il sogno di ogni proprietario di cane, quello che impara velocemente ed è desideroso di fare le cose con il suo padrone. Esempi di cani biddable sono quelli allevati selettivamente per riportare al cacciatore uccelli abbattuti, per radunare il bestiame o quelli addestrati a trovare tartufi. E qui torna in campo il mercato. Continua Messeri: «Fin da prima della domesticazione il cane doveva la sua sopravvivenza alla caccia di gruppo che comporta il riconoscimento dell’autorevolezza del capogruppo, ovvero la remissività, qualcosa di molto vicino alla tendenza a compiacere gli ordini di un altro. Perciò, se una persona adotta un barboncino perché desidera un cane giocherellone, avrà un barboncino che, per compiacere al suo capogruppo umano, sarà giocherellone, come probabilmente sarebbe stato anche un beagle o un bastardino.

La capacità di obbedire alle istruzioni del padrone sembra essere l’unico tratto comportamentale legato alla razza del cane; conta però solo per il  9% nel comportamento complessivo dell’animale (foto Pixabay)

La pubblicità non deve far altro che associare uno stereotipo a ciascuna razza, con scarsi rischi di risultare ingannevole. L’etologia dell’uomo ci mette del suo attraverso la tendenza umana all’autocompiacimento acritico delle proprie convinzioni, ben noto per altre scelte commerciali. Se una persona vuole una automobile comoda e si fida della nomea dei marchi commerciali, comprerà un’auto di marca X, nota per la sua comodità. E la troverà comoda, senza andare a controllare se la marca Y non lo è, forse, di più: scoprirlo gli guasterebbe la digestione». Alla fine, però sembrano tutti contenti. «Tutti meno chi ha buttato via centinaia o migliaia di euro per un cane di razza mentre tanti bastardini aspettano di essere adottati», conclude Patrizia Messeri.

Immagine di apertura: foto di Moshe Harosh

Nato a Roma, giornalista e scrittore. Si occupa di informazione medico-scientifica e sanitaria dal 1976. Ha legato gran parte della sua carriera al "Corriere della Sera". Oggi dirige URBES, primo magazine italiano che si occupa di salute nelle città. Insieme a Umberto Veronesi, ha scritto "Una carezza per guarire" (Sperling & Kupfer 2004), "Le donne vogliono sapere" (Sperling & Kupfer 2006), "L’eredità di Eva" (Sperling & Kupfer 2013), "Verso la scelta vegetariana" (Giunti 2011), "I segreti di lunga vita" (Giunti 2013), "Ascoltare è la prima cura" (Sperling & Kupfer 2016). Suo anche "L’Artusi vegetariano "(TAM editore, 2016) e "L’orto di Michelle" (Universo Editoriale, 2017) scritto con Federico Serra. L'ultimo, “Il genio in cucina” (Giunti editore, 2019)

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